[Diario del Festival del cinema di Roma] Due nano-recensioni prima di andare a letto: L’industriale e Babycall

Programma scarno oggi: ho visto più la sala stampa che le sale cinematografiche, ma va bene… aspetto domani che dovrebbe essere una giornata ricca e lunga, lunghissima. La più lunga di tutte con la notte horror di Halloween in cui il dolcetto si chiamerà James Wan e lo scherzetto Insidious. Prima di svenire rapita da Morfeo, vi lascio due minuscole nano-recensioni, giusto per appuntare quello che è passato attraverso gli occhi.
Babycall
Babycall
Comincio dalla fine, non tanto perché grazie all’effetto recenza posso avere ben chiare le immagini del film, ma perché c’è veramente poco da dire. L’horror con una irriconoscibile Noomi Rapace svagata e cacasotto che manco la Shelley Duvall di Shining, diretto dal norvegese Pal Sleutane, inizia come una sorta di Poltergeist/Paranormal Activity e poi vuole fare Il (nuovo) sesto senso, ma non ce la fa. Troppe incongruenze, troppi elementi privi di senso che non hanno bisogno nemmeno di una seconda visione per farsi sgamare.
L’industriale
Babycall
Se posso comunque dire che oggi sia valsa la pena essere al Santa Cecilia è stato per il film di Giuliano Montaldo. Oltre ottant’anni suonati, il regista ligure non ha perso la lucidità e la profondità dello sguardo nel raccontare i momenti storici e gli individui che li abitano. Sullo sfondo della crisi finanziaria, L’industriale è il ritratto di un uomo e il racconto di una sua profonda crisi che da economica diventa umana. Veste i panni dell’orgoglioso e integro protagonista un Pierfrancesco Favino tanto grosso da non lascia quasi spazio agli altri interpreti (Carolina Crescentini nei panni della moglie, Francesco Scianna nei panni dell’avvocato). Emotivamente asciutto, visivamente desaturato fino quasi al bianco e nero, esteticamente molto vecchia maniera, l’ultimo film di Montaldo è profondamente umano e desolatamente attuale. Molto bello il finale aperto, ma inequivocabilmente cupo.

[Diario del Festival del cinema di Roma] Recensioni tre in uno (tipo detersivo): The Eye of the Storm, La femme du cinquième, Turn me on, Goddammit!

La giornata era cominciata davvero bene con un ottimo Jesus Henry Christ, ma poi…
  1. In fila per la lezione di Michael Mann c’erano molte più persone di quante la Petrassi potesse contenerne e così per me e molti altri accreditati non c’è stato verso. Mezz’ora di fila per restare a bocca asciutta. Uno streaming in sala stampa sarebbe stato utile, se non proprio risolutivo, ma vabbè.
  2. Dovendo cambiare piano all’ultimo momento mi sono orientata su un film norvegese intitolato Turn me on, Goddammit! la cui sinossi sembrava stuzzicante.
  3. Questo ha aperto una mano sfortunata (sì, perché un festival a volte è un po’ come una mano di carte, o come una scatola di cioccolatini avrebbe dette qualcuno, insomma ci siamo capiti) e nessuno dei tre film visti nel pomeriggio/sera è arrivato oltre la soglia del 5 e 1/2.

Turn me on, Goddammit!

Turn me on Goddammit!

Dalle periferie dell’America al Sud Italia, fino alla fredda Norvegia, la provincia è sempre la provincia ed essere adolescenti in un paesino abbastanza lontano dal mondo civilizzato può essere abbastanza infernale oppure di una noia mortale (più spesso è entrambe le cose). Questo è lo scenario che fa da sfondo e da presupposto ambientale al film di Jannicke Systad Jacobsen, che ha vinto il premio del pubblico al Tribeca: sommate le poche valvole di sfogo e le occasioni di svago piuttosto meste con la normale tempesta ormonale adolescenziale e potrete ben immaginare come il film possa facilmente volgere al soft-pedo-pornografico. Il fatto è che, durante quegli anni in cui la raggiunta maturità sessuale non coincide ancora con una piena attività, la testa di una ragazza è letteralmente invasa dalle più perverse e assillanti fantasie erotiche e questo può essere un problema in un microcosmo chiuso e bigotto. Il soggetto è può essere stuzzicante e riaccende le memorie puberali, ma nei fatti il film inciampa in una realizzazione alquanto scarna (che ci può stare) e in una sceneggiatura molto poco brillante; per non parlare della conclusione e del conseguente messaggio che sembra appoggiare una visione riparatrice che fa quasi pensare alla nostra mentalità terrona.

The Eye of the Storm

The Eye of the Storm

Film inutilmente complesso, questo lungometraggio australiano contrappone una trama con troppi fili ad una piattezza nella caratterizzazione dei personaggi che nemmeno la buona recitazione degli interpreti (in primis Charlotte Rampling nei panni della vecchi madre) riesce a salvare. Il regista Fred Shepisi e lo sceneggiatore mettono insieme alcuni dei vizi capitali del cinema: il blabla movie senza nulla di interessante da dire, la stereotipizzazione accessiva dei personaggi (la famiglia ricca arida e senza amore, i cui membri sono uno più incipriato dell’altro), l’uso petulante e didascalico (ma non privo di pretese) della macchina delle immagini, la prolissità del montaggio (qualche sforbiciata in più non avrebbe potuto che giovargli).

La femme du cinquième

La femme du cinquième

Nemmeno il fascino da eterno ragazzo di Ethan Hawke riesce a salvare questo film che, al pari del precedente, vuole dire troppe cose e prendere troppe sfumature, senza però arrivare a un dunque. Non è affatto chiaro il percorso del protagonista e non si scorge minimamente la sua crescita: lo scrittore americano, che va a Parigi per ritrovare la sua bambina (nelle mani di una ex-moglie alquanto stronzetta, almeno in base agli elementi in nostro possesso), lascia che le cose gli succedano. Non si comprende il nesso tra il lavoro ai limiti della legalità, le due storie d’amore e sesso parallele e gli eventi misteriosi e/o criminosi che si verificano attorno a lui. La conclusione affrettata e scarsamente risolutiva amplifica questa sensazione di complessità raffazzonata e non realmente profonda – anche qui contornata da pretese registiche ben poco pregnanti. La chiave, forse, si trova tutta nel discorso che il protagonista fa alla sua amante spiegandole di sentirsi solo l’ombra (“il doppio triste”) di quello che sarebbe potuto essere, ma anche alla luce di questa riflessione è difficile dare dignità a questo pastrocchio che nell’indecisione se essere Il pasto nudo, Ultimo tango a Parigi o Il sesto senso, finisce per non essere niente di che.

[Diario del Festival del cinema di Roma] Jesus Henry Christ un eccentrico ritratto di famiglia

Henry Jesus Christ
Una commedia sgangherata e deliziosa questa prodotta da Julia Roberts e diretta e sceneggiata dal cineasta quasi esordiente Dennis Lee (ha al suo attivo una commedia del 2008, Fireflies in the garden – Un segreto tra di noi, e due cortometraggi tra cui quello a cui si ispira questo secondo film). Dopo la presentazione in anteprima al Tribecca Film Festival, è arrivato anche a Roma Jesus Henry Christ: inserito nella selezione Alice nella città e un po’ svantaggiato dagli orari mattutini, questo film indipendente è coinvolgente, fresco, allegro e ha fatto scappare qualche lacrimuccia impertinente alla sottoscritta.
Attraverso la storia di una coraggiosa madre single e del suo prodigioso figlio nato attraverso la fecondazione artificiale (un piccolo genio che ricorda tutto ciò che ha visto nella sua vita, sin dal primo momento), Jesus Henry Christ parla della potenza dei legami familiari (biologici e non solo) e lo fa con ironia e con un linguaggio originale sia sul piano narrativo che su quello visivo. L’affiatamento tra gli attori crea una rara alchimia, in cui nessuno primeggia o sovrasta gli altri, ma tutti sono parte di un quadro curioso e multicolore che passa dal nero della black com alle luminose tonalità del racconto di formazione, con qualche stria di giallo e mistero. Il film di Dennis Lee riflette su tutte le età della vita, ma soprattutto sul modo in cui l’individuo può realizzare se stesso restando comunque fedele alle proprie radici e alla propria storia.
In agenda oggi: Turn me on, goddammit! sui primi turbamenti erotici di una adolescente norvegese, l’imperdibile lezione di cinema del regista Michael Mann e La femme du cinquième con il bel Ethan Hawks. 😉 Se volete seguire le mie cronache dal Festival, sono su Twitter con tutte le impressioni a caldo, le osservazioni curiose e i personaggi del Festival.

[Diario dal Festival del Cinema di Roma] Hysteria: il vibratore e altre storie d’amore

Oggi ho finalmente dismesso i panni della stressatissima markettara per indossare quelli della stressatissima critica cinematografica in full immersion festivaliera.
Doppia razione di caffeina e non solo sono riuscita a farmi lo spettacolo delle 22:30 senza abioccarmi (e dato che la scorsa notte ho dormito per circa quattro ore e mezza è stato un risultato notevole), ma al momento mi sento persino sufficientemente insonne per poter scrivere la prima recensione/resoconto del Festival Internazionale del Cinema di Roma, sesta edizione. Avendo saltato la preapertura con la Cruz, Hirsh e la famiglia Castellitto e l’apertura dominata da un Luc Besson politicamente impegnato che mi dicono essere stato notevole e dalla presentazione del Tin Tin spilberghiano, sono passata direttamente al pruriginoso dolce, con una commedia romantica che parla dell’invenzione del vibratore.
Hysteria
Sissignore, nell’Inghilterra del 1880 il medico (e questa è una storia vera… sul serio) Mortimer Granville (interpretato da Hugh Dancy, che io ricordo per il piccolo e delizioso film Adam) inventa il vibratore quasi per caso allo scopo di curare l’isteria femminile.  Lo so, credevate che il vibratore fosse più recente o, quantomeno, che ci fossimo contenute almeno fino all’invenzione, non so, dell’aspirapolvere: con tutti gli elettrodomestici utili in casa ti pare che il vibratore fosse così urgente da brevettare? Pare proprio di sì.
Tanya Wexler, regista donna che finora ha estremamente centellinato i suoi lavori, deve aver pensato che la storia offrisse spunti di riflessione interessanti, oltre che divertenti. Così l’invenzione del primo giocattolo erotico elettrico diventa il pretesto per una commedia romantica, ma anche per ragionare sul ruolo della donna nella società vittoriana e non solo. Divertente e mai sboccata, intelligente e irriverente con un tocco molto british, la commedia  gioca sul filo dell’esplicitazione di una sessualità repressa e dell’ambiguità sessuale.
Risplende, con eleganza e fascino, l’attrice protagonista Maggie Gyllenhaal, nei panni di una suffragetta orgogliosa e ribelle, che porta avanti con fermezza battaglie sociali ben più urgenti dei pruriti vaginali delle insoddisfatte e isteriche mogliettine (o vedove) britanniche. Assolutamente da vedere!

[RomaFilmFestival Day Zero] Niente red carpet per Penelope

Penelope Cruz
Parte un po’ in sordina il festival romano: l’aspetto dell’Auditorium è ancora quello di un cantiere aperto e c’è poco spazio per il glamour. Preapertura poco pubblicizzata e senza red carpet con una star internazionale del calibro di Penelope Cruz accompagnata dal talentuoso e affascinante Emile Hirsch (Into the Wild) che, insieme ai coniugi Mazzantini-Castellitto, hanno dato vita a un doppio duetto.
Peccato averlo perso – il ritiro accrediti era già chiuso – ritenterò venerdì e spero di essere più fortunata! Domani ci sarà la vera e propria giornata inaugurale del Festival, con la presentazione di The Lady, film politicamente impegnato del francese Luc Besson. Le giornate più dense saranno comunque quelle del fine settimana (con strategico ponte), che culmineranno nella imperdibile lezione di James Wan (Saw) per una ormai classica notte horror.

[Aspettando il Festival] Identikit della giuria del premio Marc’Aurelio esordienti

Caterina d'AmicoCaterina d’Amico – Presidente di giuria Professione: direttore della Casa del Cinema di Roma
Nata: nel 1948 a Roma
Famosa per: i suoi numerosi ruoli istituzionali. Oltre a dirigere la Casa del Cinema, attualmente è responsabile scientifico dell’Archivio Luchino Visconti. In passato è stata, tra le altre cose: preside del Centro Sperimentale di Cinematografia, AD di RAI Cinema, presidente della Fondazione “Théatre des Italiens”.
Ha lavorato con: Martin Scorsese
Leonardo DibertiLeonardo Diberti
Professione: agente delle strar (agenzia Diberti & C. srl)
Nato: nel 1971 a Roma
Famoso per: rappresentare alcuni tra i più importanti attori, registi, sceneggiatori italiani e stranieri.
Ha lavorato con: Valentina Cervi, Colin Firth, Elena Sofia Ricci
Anita KravosAnita Kravos
Professione: attrice
Nata: nel 1974 a Trieste
Famosa per: Alza la testa, Come l’ombra, Ruggine
Ha lavorato con: Marina Spada, Sergio Castellitto, Filippo Timi
Gianfrancesco-LazottiGianfrancesco Lazotti
Professione: direttore creativo, regista, sceneggiatore, autore e conduttore televisivo
Nato: il 2 Marzo 1954 a Roma
Famoso per: Tutti gli anni una volta l’anno (film), Dalla vita in poi (film), Le ragazze di piazza di Spagna (fiction tv)
Ha lavorato con: Vittorio Gassman, Ettore Scola, Dino Risi
Giuseppe-Alessio-NuzzoGiuseppe Alessio Nuzzo
Professione: organizzatore di eventi, direttore artistico e organizzativo del “Social World Film Festival”
Nato: il 17 luglio 1989 a Roma

[Aspettando il Festival] Identikit della giuria dei documentari

Francesca ComenciniFrancesca Comencini – Presidente di giuria
Professione: regista
Nata: il 19 agosto 1961 a Roma
Famosa per: Mi piace lavorare – Mobbing, Lo spazio bianco, Carlo Giuliani, ragazzo
Ha lavorato con: Margherita Buy, Luca Zingaretti, Ennio Morricone
Ha vinto: vari riconoscimenti al Festival Internazionale del Cinema di Venezia per Lo spazio bianco, Nastro d’Argento e premio della giuria di critica e pubblico al Festival di Berlino per Mi piace Lavorare – Mobbing
Pietro MarcelloPietro Marcello
Professione: regista
Nato: nel 1976 a Caserta
Famoso per: La bocca del lupo, Napoli 24, Marco Bellocchio, Venezia 2011
Ha lavorato con: Marco Bellocchio, Vincenzo Motta, Andrea Canova
Ha vinto: Premio Città di Torino e Orso come miglior Documentario al Festival di Berlino per La bocca del lupo
James-MarshJames Marsh
Professione: regista
Nato: il 30 Aprile 1963 a Truro
Famoso per: The King, Man on Wire, Projetc Nim
Ha lavorato con: Gael García Bernal, William Hurt, Philippe Petit
Ha vinto: Oscar per il miglior documentario per Man on Wire, Premio per il cinema indipendente americano al Philapdelphia Film Festival per The King, menzione speciale per Wisconsin Death Trip al San Sebastiàn International Film Festival
Ha in cantiere: Shadow Dancer con Clive Owen
Anne LaiAnne Lai
Professione: produttrice al Sundance Institute
Nata: – Famosa perIl gladiatore, Black Hawk Down, Domino
Ha lavorato con: Ridley e Tony Scott, James FrancoMeghan Wurtz

Meghan Wurtz Professione: vicepresidente della Film Movement
Nata: –
Famosa per: Madeinusa, Be With Me, Who’s Camus Anyway?
Ha lavorato con: Clausia Llosa, Eric Khoo, Mitsuo Yanagimachi

[Aspettando il Festival] Identikit della giuria internazionale

Ennio MorriconeEnnio Morricone – Presidente di giuria
Professione: compositore e direttore d’orchestra
Nato: il 10 Novembre 1928, Roma
Famoso per: le colonne sonore dei film di Sergio Leone (la trilogia del dollaro, C’era una volta in America, Nuovo Cinema Paradiso)
Ha lavorato con: Sergio Leone, Brian de Palma, Giuseppe Tornatore, Pier Paolo Pasolini, Roman Polanski
Ha vinto: Grammy Award per Gli IntoccabiliOscar alla carriera nel 2007 (dopo 5 nomination), diversi David di Donatello
Ha in cantiere: la colonna sonora di Fatten Her di Anthony Souter e del cortometraggio April Fools’ Day di Dennis Brucks
Susanne BierSusanne Bier
Professione: regista
Nata: il 15 Aprile 1960 a Copenhagen
Famosa per: Dopo il matrimonio, Noi due sconosciuti, In un mondo migliore
Ha lavorato con: Benicio Del Toro, David Duchovny, Halle Berry
Ha vinto: Menzione speciale della critica al Toronto International Film Festival per Elsker dig for evigt, Premio della giuria popolare al Sundance Film Festival per Non desiderare la donna d’altri, Golden Globe per In un mondo migliore come Miglior Film Europeo
Ha in cantiere:  All You Need is Love con Pierce Brosnan
Roberto BolleRoberto Bolle
Professione: regista
Nato: il 26 Marzo 1975 a Casale Monferrato
Famoso per: Il lago dei cigni, Romeo e Giulietta, La bella addormentata
Ha lavorato con: Carla Fracci, Alessandra Ferri, Eleonora Abbagnato
Ha vinto: dal 2003 Étoile del Teatro La Scala di Milano, nominato nel 2009 “Principal” dell’American Ballet Theatre, nominato nel 2009 “Young Global Leader” dal World Economic Forum di Davo
Ha in cantiere: Excelsior al Teatro alla Scala dal 20 gennaio 2011
Debra WingerDebra Winger
Professione: attrice
Nata: il 16 Maggio 1955 a Cleveland
Famosa per: Ufficile e gentiluomo, Il te nel deserto, In Treatment (la serie)
Ha lavorato con: Richard Gere, Bernardo Bertolucci, Billy Crystal
Ha vinto: NSFC Award come Migliore Attrice per Voglia di tenerezza, Miglior attrice per Una donna pericolosa al Tokyo International Film Festival, Star femminile dell’anno nel 1983 alla ShoWest Convention
Ha in cantiere: Lola Versus di Daryl Wein

David PuttnamDavid Puttnam

Professione: produttore

Nato: il 25 Febbario 1941 a Londra

Famoso per: I duellanti, Fuga di mezzanotte, Mission

Ha lavorato con: Ridley Scott, Robert De Niro, John Malkovic

Ha vinto: Miglior produttore straniero per Mission, BAFTA per Urla del silenzio, Oscar come miglior film per Momenti di gloria

Pierre ThorettonPierre Thoretton

Professione: regista e fotografo di scena

Nato: nel 1967 a Noyon

Famoso per: L’amour fou

Ha lavorato con: Yves Saint-Laurent, Antoine Santana, Catherine Deneuve

Ha vinto: Premio internazionale della critica per L’amour Fou al Toronto International Film Festival

Carmen ChaplinCarmen Chaplin

Professione: attrice

Nata: –

Famosa per: innanzi tutto per essere la nipote di Charlie Chaplin. Poi: Perché no?Il bacio del serpente

Ha lavorato con: Eva Mendes, Ewan McGregor, Catherine Deneuve

Grazie a Davide per le correzioni suggerite.

[Aspettando il Festival] Il mio brizzolato preferito è sempre stato Richard Gere, alla faccia della Canalis!

Tutto è cominciato nel 1990, quando ho incontrato per la prima volta lo sguardo ammiccante e maturo di Richard Gere. Attraverso uno schermo, è ovvio. Avevo sei anni e la favola di una prostituta che fa innamorare un milionario era appena diventata il mio film preferito, con tutte le conseguenze sul lungo termine che potete immaginare. Non che sia diventata una prostituta, questo no.

Richard Gere in Pretty WomanRichard Gere in Pretty Woman

 

Ora, se qualcuno prova a dirmi quant’è affascinante quel tipo brizzolato che stava con Elisabetta Canalis, io scuoto la testa e penso al protagonista maschile di Pretty Woman – quello sì che era un modello fascino-sale-e-pepe. Occhi piccoli e penetranti, viso prematuramente segnato dal tempo, modi pacati, eleganti e posati, sorriso da stronzo che non lascia scampo – nemmeno a Julia Roberts. Va bene, al Lido a settembre avevano George Clooney, ma quest’anno a Roma viene Richard a ritirare il Marc’Aurelio per la carriera. Che poi la sua carriera era iniziata prima degli anni Novanta, ma io non lo sapevo perché non c’ero. Nei primi anni Settanta il nostro appare in qualche serie televisiva, ma è nel 1980, con American Gigolo, che il suo volto entra di prepotenza nei sogni erotici di tutte le casalinghe americane. Ufficiale e Gentiluomo due anni dopo lo consacra a icona sexy pure per la proverbiale casalinga di Voghera: un po’ stronzo ma garbato, bello di una bellezza ordinaria, eppure carismatico, si inizia a delineare l’Edward Lewis che si porterà addosso per il resto della carriera. Infatti, dopo qualche film difficile da difendere arriva il già citato Pretty Woman.

 

Nel 1990 gli manca tanto così per passare dal bello impossibile al volto immancabile della commedia romantica americana, invece continua a dividersi tra romance e action/thriller. Le sue pose granitiche e un po’ monocorde gli rendono inaccessibili le commedie brillanti: la verità è che – intenso quanto vuoi – quest’uomo non sa far ridere. Passa dal Lancillotto nel film Il primo cavaliere all’avvocato vittima del regime cinese in L’angolo rosso – Colpevole fino a prova contraria. Nel ’99, dopo quasi dieci anni dal loro grande successo ritrova la Roberts nella commedia romantica Se scappi ti sposo, ma ci sono più cigolii che scintillii.

In Chicago, per la prima volta, mi accorgo che inizia a invecchiare. Faccio un rapido calcolo e, in effetti, all’epoca aveva già superato la cinquantina – è giustificato. In questi ultimi anni, se dovessi ricordarmelo in un paio di film sceglierei Io non sono qui, ritratto multiforme di Bob Dylan diretto da Todd Haynes, e il commovente Hachico. Meglio che non recuperiate mai Amelia se non l’avete visto. Entro il 2012 lo rivedremo spesso, a cominciare da The Double, che a fine mese uscirà negli States, in cui sarà un agente dell’FBI in pensione. Io di sicuro, lo vedrò dal vivo la prossima settimana.

[Aspettando il Festival] Cosa ci sarà di bello nella 6° edizione del Festival Internazionale del Film di Roma

Festival cinema romaChi mi conosce almeno un pochino, sa che soffro di cronica distrazione. Recenti studi mi consolano insinuando che potrebbe trattarsi di una massa cerebrale particolarmente sviluppata. Non parlano, però, di corrispondenti funzioni intellettuali proporzionalmente sviluppate. Ad ogni modo, nonostante la mail di preavviso da parte dell’ufficio accrediti, mi sono dimenticata di richiedere l’accredito per il Festival cinematografico romano – praticamente l’unico momento dell’anno in cui posso partecipare a un grosso festival senza andare in un’altra città.
Per fortuna esistono gli accrediti last minute anche per la stampa (per i miei consimili: si possono richiedere a partire dal 25 ottobre presso l’Auditorium Parco della Musica e costano un po’ di più). Ora, un po’ per raccontarvi cosa vi potrete aspettare di bello dalla prossima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, in programma dal 27 ottobre al 4 novembre, un po’ per giustificare a me stessa la spesa extra di 20 euri (che, in tempo di crisi, buttali via!), ecco una rassegna delle
20 cose imperdibili che il gustosissimo programma 2011 ha in serbo per i cinefili capitolini e non.
1) La kryptonite nella borsa di Ivan Cotroneo. Lo so, ci sono titoli e nomi più di richiamo, ci arriviamo! Il fatto è che al mio personale primo posto c’è questo film che racconta una famiglia partenopea negli anni Settanta. Ne sento parlare da parecchio e, prima ancora, avevo sentito parlare del romanzo da cui è tratto. Col tempo ho accumulato una serie di indizi che mi portano a pensare che questa pellicola possa essere divertente e intelligente insieme senza perdere la leggerezza e, in una parola, sono curiosa. Mi preoccupa solo la presenza nel cast di Cristiana Nun-se-sente-che-so-romana-perché-ho-fatto-dizione Capotondi. In compenso c’è Luca Zingaretti aka Montalbano, a cui voglio tanto bene.
2) Hysteria di Tanya Wexler. Avete presente quando siete un po’ tese e qualcuno vi dice: “Ma fattela una scopata ogni tanto!” Ecco, al di là del fatto che un po’ di sesso extra sia sempre auspicabile, credo che dobbiamo questa semplificazione sessista a questo tale dottor Mortimer Granville (nel film Hugh Dancy), che in un’epoca di fighe di legno (di costumi sessuali repressi, dai) ha capito che le donne erano isteriche perché non si trastullavano abbastanza. Così è nato il vibratore. Non sto scherzando, ci hanno fatto pure un film con Maggie Gyllenhaal e Rupert Everett, tra gli altri.
3) La Femme du cinquième di Pawel Pawlikowski. Non so voi, ma io è da un po’ che non vedo Ethan Hawke. Vorrei sapere come sta – a parte il fatto che a quasi quarantun anni ne dimostra ancora venticinque, quindi suppongo non se la passi male. Mi hanno detto che è tornato in Francia a fare l’americano a Parigi, si vede che ci ha preso gusto. A metà tra un Ultimo tango e un horror questo film si merita di entrare nella rosa dei primi tre da vedere.
4)  Babycall di Pal Sletaune. Visto che di horror si parla, tanto vale che esauriamo l’argomento. In effetti non ci sono altri motivi per cui questo film merita la quarta posizione. Ah, già Noomi Rapace. Che poi, questi nordici, sarà il freddo, ma con gli horror ci sanno proprio fare.
5)  Le avventure di Tintin: il segreto dell’Unicorno. Si parla di un 3D mai visto prima, sarà, ma le immagini in 3D non mi hanno fatto impazzire. Il nome, però, è una garanzia: Steven Spielberg. Non aggiungo altro.
6) Hugo Cabret. Altro asso nella manica della selezione Alice nella città. No, perché quando ti mettono in fila Spielberg e Martin Scorsese, tu che puoi fare? Ah sì. C’è anche Jude Law. E Chloë Moretz (nel malauguratissimo caso in cui l’aveste dimenticata, andate a rivedervi Let me in o Kick Ass). E scusate se poco.
7) Too Big to Fail di Curtis Hanson. Un film Tv con un grande cast (Paul Giamatti, William Hurt, Cynthia Nixon, Bill Pullman, James Woods), ma, soprattutto, con un tema che ci interessa molto da vicino: la crisi finanziaria del 2008 – di cui stiamo ancora pagando le conseguenze. Gli Indignati questo week-end e la complessa situazione economica mondiale lo rendono uno dei film più interessanti in cartellone. Roba da andare lì con la penna luminosa per prendere appunti.
8) The Lady di Luc Besson. Film che aprirà la kermesse romana. La vita dell’attivista birmana Aung San Suu Kyi: da un regista che ha sempre saputo raccontare eroine forti e combattive, una storia di impegno politico e d’amore.
9) Butter di Jim Field Smith. Qui è bastato un nome: Hugh Jackman. Come Falqui, basta la parola. Ai maschietti, credo basti Olivia Tutina-in-lattice Wilde.
10) The Lion King 3D. Anni fa (poteva essere il 2007) al Future Film Festival vidi Nightmare Before Christmas rieditato in 3D: un incubo davvero, sembrava fatto in cartone. Vediamo a che punto siamo con la tecnologia in fatto di riedizione.
11) My Week with Marilyn di Simon Curtis. Mettiamola così: io a Michelle Williams nei panni di Marilyn non do una lira. Lei è bellissima, ma la mitica bionda è semplicemente fuori portata per chiunque. Proprio per questo voglio vedere come se la cava.
12) A Few Best Men di Stephan Elliot. Se nella descrizione di un film ci sono le parole commedia, sboccata e irresistibile, probabilmente mi trovate in fila per comprare il biglietto. Certo sono solo una serie di formulette standard, ma la maggior parte delle volte quello che vedo quando entro in sala mi diverte.
13) Jesus Henry Christ di Dennis Lee. Da un sacco di tempo non vedo Toni Colette. Anche lei, chissà come se la cava.
14) L’industriale di Giuliano Montaldo. Tanto per cominciare ho ancora impressa qualche lezione seguita all’università con questo anziano signore, che sarebbe il regista: mi sembrò totalmente sopra le righe – e lo era, almeno secondo i miei canoni di allora – e mi stupì con due o tre battute irriverenti. Poi Favino e la Crescentini da sposati devono essere una potenza, persino per finta.
15) The British Guide to Showing Of di Jen Benstock. L’occhio sul mondo di quest’anno non va troppo lontano e si ferma in Gran Bretagna. Con Brian Eno tra gli interpreti e un immaginario molto pop, questo film ha attratto la mia attenzione. Vediamo se se la merita.
16) Trishna di Michael Winterbottom. Ispirata a un romanzo di Thomas Hardy più volte riadattato, una storia d’amore impossibile traslata nel sistema delle caste. Con l’indiana che ha stregato l’occidente: Freida Pinto.
17) Evento di Halloween: lezione di horror. La serata dedicata alle tre madri di Dario Argento è stato il mio primo approccio con il festival del film di Roma. Fosse anche solo per una questione affettiva, io la serata a cavallo tra il 31 ottobre e il primo novembre non me la perdo.
Ma i festival del cinema non sono fatti di soli film. Quando mi accredito per un festival, la prima domanda che mi sento rivolgere è: ci sarà qualche attore famoso? Laddove per “attore famoso” il curioso o la curiosa di turno intende in genere i veri pezzi da novanta, roba da almeno 10 – 15 milioni al film. Perché sotto quella cifra, già fatica a ricordare nomi e cognomi, quindi bisogna dargli/le il vero, indiscutibile, VIP – possibilmente non proprio di prima mano. Ebbene, se a Venezia quest’anno avevano George Clooney, a Roma abbiamo un altro brizzolato ad alto tasso di sex appeal – che, personalmente, è quello che preferisco, ma di questo parleremo domani. Quindi continuando con la lista:
18) Richard Gere, al quale sarà consegnato il Marc’Aurelio alla carriera.
19) Michael Mann salirà in cattedra per una lezione di cinema d’autore.
20) Sul tappeto rosso anche i vampiri della Twilight Saga per presentare Breaking Dawn Parte I.
Personalmente ne farei a meno, ma scommetto che ci sarà il pienone di adolescenti in visibilio per incontrare qualche membro della famiglia Cullen (per la precisione i vampiri Rosalie e Jasper Hale interpretati da Nikki Reed e Jackson Rathbone).