[Aspettando il Festival] Cosa ci sarà di bello nella 6° edizione del Festival Internazionale del Film di Roma

Festival cinema romaChi mi conosce almeno un pochino, sa che soffro di cronica distrazione. Recenti studi mi consolano insinuando che potrebbe trattarsi di una massa cerebrale particolarmente sviluppata. Non parlano, però, di corrispondenti funzioni intellettuali proporzionalmente sviluppate. Ad ogni modo, nonostante la mail di preavviso da parte dell’ufficio accrediti, mi sono dimenticata di richiedere l’accredito per il Festival cinematografico romano – praticamente l’unico momento dell’anno in cui posso partecipare a un grosso festival senza andare in un’altra città.
Per fortuna esistono gli accrediti last minute anche per la stampa (per i miei consimili: si possono richiedere a partire dal 25 ottobre presso l’Auditorium Parco della Musica e costano un po’ di più). Ora, un po’ per raccontarvi cosa vi potrete aspettare di bello dalla prossima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, in programma dal 27 ottobre al 4 novembre, un po’ per giustificare a me stessa la spesa extra di 20 euri (che, in tempo di crisi, buttali via!), ecco una rassegna delle
20 cose imperdibili che il gustosissimo programma 2011 ha in serbo per i cinefili capitolini e non.
1) La kryptonite nella borsa di Ivan Cotroneo. Lo so, ci sono titoli e nomi più di richiamo, ci arriviamo! Il fatto è che al mio personale primo posto c’è questo film che racconta una famiglia partenopea negli anni Settanta. Ne sento parlare da parecchio e, prima ancora, avevo sentito parlare del romanzo da cui è tratto. Col tempo ho accumulato una serie di indizi che mi portano a pensare che questa pellicola possa essere divertente e intelligente insieme senza perdere la leggerezza e, in una parola, sono curiosa. Mi preoccupa solo la presenza nel cast di Cristiana Nun-se-sente-che-so-romana-perché-ho-fatto-dizione Capotondi. In compenso c’è Luca Zingaretti aka Montalbano, a cui voglio tanto bene.
2) Hysteria di Tanya Wexler. Avete presente quando siete un po’ tese e qualcuno vi dice: “Ma fattela una scopata ogni tanto!” Ecco, al di là del fatto che un po’ di sesso extra sia sempre auspicabile, credo che dobbiamo questa semplificazione sessista a questo tale dottor Mortimer Granville (nel film Hugh Dancy), che in un’epoca di fighe di legno (di costumi sessuali repressi, dai) ha capito che le donne erano isteriche perché non si trastullavano abbastanza. Così è nato il vibratore. Non sto scherzando, ci hanno fatto pure un film con Maggie Gyllenhaal e Rupert Everett, tra gli altri.
3) La Femme du cinquième di Pawel Pawlikowski. Non so voi, ma io è da un po’ che non vedo Ethan Hawke. Vorrei sapere come sta – a parte il fatto che a quasi quarantun anni ne dimostra ancora venticinque, quindi suppongo non se la passi male. Mi hanno detto che è tornato in Francia a fare l’americano a Parigi, si vede che ci ha preso gusto. A metà tra un Ultimo tango e un horror questo film si merita di entrare nella rosa dei primi tre da vedere.
4)  Babycall di Pal Sletaune. Visto che di horror si parla, tanto vale che esauriamo l’argomento. In effetti non ci sono altri motivi per cui questo film merita la quarta posizione. Ah, già Noomi Rapace. Che poi, questi nordici, sarà il freddo, ma con gli horror ci sanno proprio fare.
5)  Le avventure di Tintin: il segreto dell’Unicorno. Si parla di un 3D mai visto prima, sarà, ma le immagini in 3D non mi hanno fatto impazzire. Il nome, però, è una garanzia: Steven Spielberg. Non aggiungo altro.
6) Hugo Cabret. Altro asso nella manica della selezione Alice nella città. No, perché quando ti mettono in fila Spielberg e Martin Scorsese, tu che puoi fare? Ah sì. C’è anche Jude Law. E Chloë Moretz (nel malauguratissimo caso in cui l’aveste dimenticata, andate a rivedervi Let me in o Kick Ass). E scusate se poco.
7) Too Big to Fail di Curtis Hanson. Un film Tv con un grande cast (Paul Giamatti, William Hurt, Cynthia Nixon, Bill Pullman, James Woods), ma, soprattutto, con un tema che ci interessa molto da vicino: la crisi finanziaria del 2008 – di cui stiamo ancora pagando le conseguenze. Gli Indignati questo week-end e la complessa situazione economica mondiale lo rendono uno dei film più interessanti in cartellone. Roba da andare lì con la penna luminosa per prendere appunti.
8) The Lady di Luc Besson. Film che aprirà la kermesse romana. La vita dell’attivista birmana Aung San Suu Kyi: da un regista che ha sempre saputo raccontare eroine forti e combattive, una storia di impegno politico e d’amore.
9) Butter di Jim Field Smith. Qui è bastato un nome: Hugh Jackman. Come Falqui, basta la parola. Ai maschietti, credo basti Olivia Tutina-in-lattice Wilde.
10) The Lion King 3D. Anni fa (poteva essere il 2007) al Future Film Festival vidi Nightmare Before Christmas rieditato in 3D: un incubo davvero, sembrava fatto in cartone. Vediamo a che punto siamo con la tecnologia in fatto di riedizione.
11) My Week with Marilyn di Simon Curtis. Mettiamola così: io a Michelle Williams nei panni di Marilyn non do una lira. Lei è bellissima, ma la mitica bionda è semplicemente fuori portata per chiunque. Proprio per questo voglio vedere come se la cava.
12) A Few Best Men di Stephan Elliot. Se nella descrizione di un film ci sono le parole commedia, sboccata e irresistibile, probabilmente mi trovate in fila per comprare il biglietto. Certo sono solo una serie di formulette standard, ma la maggior parte delle volte quello che vedo quando entro in sala mi diverte.
13) Jesus Henry Christ di Dennis Lee. Da un sacco di tempo non vedo Toni Colette. Anche lei, chissà come se la cava.
14) L’industriale di Giuliano Montaldo. Tanto per cominciare ho ancora impressa qualche lezione seguita all’università con questo anziano signore, che sarebbe il regista: mi sembrò totalmente sopra le righe – e lo era, almeno secondo i miei canoni di allora – e mi stupì con due o tre battute irriverenti. Poi Favino e la Crescentini da sposati devono essere una potenza, persino per finta.
15) The British Guide to Showing Of di Jen Benstock. L’occhio sul mondo di quest’anno non va troppo lontano e si ferma in Gran Bretagna. Con Brian Eno tra gli interpreti e un immaginario molto pop, questo film ha attratto la mia attenzione. Vediamo se se la merita.
16) Trishna di Michael Winterbottom. Ispirata a un romanzo di Thomas Hardy più volte riadattato, una storia d’amore impossibile traslata nel sistema delle caste. Con l’indiana che ha stregato l’occidente: Freida Pinto.
17) Evento di Halloween: lezione di horror. La serata dedicata alle tre madri di Dario Argento è stato il mio primo approccio con il festival del film di Roma. Fosse anche solo per una questione affettiva, io la serata a cavallo tra il 31 ottobre e il primo novembre non me la perdo.
Ma i festival del cinema non sono fatti di soli film. Quando mi accredito per un festival, la prima domanda che mi sento rivolgere è: ci sarà qualche attore famoso? Laddove per “attore famoso” il curioso o la curiosa di turno intende in genere i veri pezzi da novanta, roba da almeno 10 – 15 milioni al film. Perché sotto quella cifra, già fatica a ricordare nomi e cognomi, quindi bisogna dargli/le il vero, indiscutibile, VIP – possibilmente non proprio di prima mano. Ebbene, se a Venezia quest’anno avevano George Clooney, a Roma abbiamo un altro brizzolato ad alto tasso di sex appeal – che, personalmente, è quello che preferisco, ma di questo parleremo domani. Quindi continuando con la lista:
18) Richard Gere, al quale sarà consegnato il Marc’Aurelio alla carriera.
19) Michael Mann salirà in cattedra per una lezione di cinema d’autore.
20) Sul tappeto rosso anche i vampiri della Twilight Saga per presentare Breaking Dawn Parte I.
Personalmente ne farei a meno, ma scommetto che ci sarà il pienone di adolescenti in visibilio per incontrare qualche membro della famiglia Cullen (per la precisione i vampiri Rosalie e Jasper Hale interpretati da Nikki Reed e Jackson Rathbone).

I ragazzi stanno bene: una tradizionalissima famiglia lesbica

I ragazzi stanno beneUna quotidianità tutto sommato ordinaria: a tavola tutti insieme a discutere dei biglietti d’auguri da spedire, figli che parlano della scuola o degli amici e piccole trasgressioni sessuali relegate alle ore notturne. L’unica cosa strana è che anziché avere una mamma e un papà Joni (Mia Wasikowska, quella di Alice in the Wonderland) e Laser (Josh Hutcherson) hanno due mamme: Nic (Annette Bening, la mamma-papà) e Jules (Julianne Moore, la mamma-mamma).
Un menage molto rosa, anche se non mancano le ombre: i litigi, i contrasti, le incomprensioni. Perché, come dice una delle protagoniste: “Il matrimonio è una fottuta maratona“. E in una maratona se non ci può fermare per riposare, qualche volte si inciampa e si cade, altre volte semplicemente ci si stanca. Ed è tra le braccia dell’un eccentrico donatore di sperma, padre naturale dei due ragazzi (interpretato dal macho tenerone Mark Ruffalo), che cade la bella Jules.
Eppure, se c’è un senso in quello che questo film trasmette, è che l’amore può superare anche gli ostacoli di un tardo risveglio ormonale eterosessuale. In questo la famiglia lesbica rappresentata mostra una grande solidità e sembra addirittura più tradizionale di qualsiasi famiglia “normale”.

Bravissime le protagoniste del film che duettano con lo charme e la grinta di due ottime attrici circa-cinquantenni, incarnando i personaggi disegnati dalle parole della regista Lisa Cholodenko e del co-sceneggiatore Stuart Blumberg. E proprio la sceneggiatura, pur non avendo imprevedibili svolte o originali svolazzi narrativi, è brillante, chiacchierona, divertente ed estremamente aderente alla vita e ai sentimenti quotidiani di qualunque famiglia. Quanto basta, insomma, per fare di questo film una visione gradevole, emozionante e coinvolgente.
Indicazioni terapeutiche: una frizzante aspirina per guarire con un sorriso dalle piccole fughe matrimoniali.

Ballata triste dell’odio e dell’amore

Ballata triste dell'odio e dell'amore

ALEX DE LA IGLESIA A VENEZIA 67

Giunto a Venezia per presentare il suo ultimo film, Balada triste de trompeta (il titolo è stato adattato in italiano con: Ballata triste dell’odio e dell’amore), il quarantacinquenne spagnolo Alex de la Iglesia ha l’aspetto giocoso e irriverente di chi si diverte come un ragazzino. Prima di tornare a casa portando con sé un Premio Osella per la migliore sceneggiatura e un Leone d’Argento, si genuflette davanti al presidente della giuria della Mostra Quentin Tarantino e urla i propri ringraziamenti con un fare decisamente fuori etichetta.

È in qualche modo anche lui un pagliaccio dagli imprevedibili risvolti psicologici, come i protagonisti della sua ballata triste. Come, tra l’altro, lui stesso dichiara: “Ho fatto questo film per esorcizzare un dolore dell’anima che non voleva andarsene, come una macchia d’olio. Quello che faccio è lavare i miei vestiti con i film.” E aggiunge: “Mi sento ridicolo, orribilmente mutilato da un passato incredibile e triste, come se stessi annegando nella nostalgia di qualcosa che non è mai accaduto, un grosso incubo che non mi permetterà di essere felice. Voglio annichilire la rabbia e la sofferenza in uno scherzo grottesco che farà ridere e piangere la gente allo stesso tempo.”

RECENSIONE

Il film inizia nel bel mezzo della Guerra Civile spagnola, tra gli strilli del circo e i boati assordanti dei combattimenti, in un accavallarsi di immagini antitetiche e sinistramente paradossali: i bambini di fronte allo spettacolo circense e l’irruzione della Milizia; il clown armato di machete; l’amore paterno che ispira la sete di vendetta. Da questo inferno emerge Javier (interpretato da bambino dai giovanissimi Sasha Di Benedetto e Jorge Clemente e da adulto dal bravissimo Carlos Areces), figlio di un clown morto durante la guerra, destinato a essere il Pagliaccio Triste. Lo ritroviamo anni dopo, quando chiede di farsi assoldare in un circo dove la sua tragica e grottesca avventura esistenziale si intreccia con quelle di Sergio (Antonio De La Torre), un clown contraddistinto da malcelata ferocia, e della bellissima trapezista Natalia (Carolina Bang). Si innesca fin da subito un perverso triangolo emotivo in cui violenza, lussuria, desiderio e subordinazione si mescolano e rimescolano più volte, mostrando dei protagonisti i lati più mostruosi e folli, quelli più alti e quelli più bassi.

Lo sfondo circense costituisce un inevitabile richiamo all’indimenticabile opera di Tod Browning, Freaks, riprendendone alcuni aspetti, ma rileggendo la deformità in chiave psicologica. Le contaminazioni e i rimandi non finiscono qui e fanno confluire nel film alto e basso, suggestioni televisive e memoria storica. Ballata triste dell’odio e dell’amore è un racconto visionario che esce fuori da tutti i bordi: tragico, romantico, chiassoso e a tratti persino trash, rappresenta la profonda e inguaribile solitudine umana e l’intenso odio verso se stessi. Natalia non riesce a tracciare il confine tra amore e umiliazione e allo stesso tempo prova la pulsione speculare verso la sicurezza e il conforto e cerca queste due cose nei due pagliacci del circo. Sergio riconosce la propria natura bipolare, quando dice: “Io faccio il pagliaccio, perché se non lo facessi sarei un assassino.” Jorge è il più complesso, contraddittorio e squilibrato e alterna mestizia e codardia con una ferocia animalesca.

Vorticosa e selvaggia, la ballata di Alex de la Iglesia è un’opera complessa e terribile, resa intensa dalla immaginifica vivacità e dalla ricchezza di significati, destinata a diventare un cult per cinefili.

Articolo scritto in origine per DoppioSchermo.

Una critica per caso: diario della Mostra del cinema Venezia 2010 – gli ultimi giorni al Lido

La versione di Barney
Siamo quasi alla fine del Festival. Tra meno di un’ora la cerimonia di premiazione svelerà i vincitori di questa edizione. Chi  può si è procurato gli inviti per vederla in Sala Grande, mentre noi scribacchini poletari siamo quasi tutti in sala stampa, in trepidante attesa dei nomi, tra rumors e toto-leoni. In questi giorni ho visto almeno un altro film degno di nota, coinvolgente, commuovente, causticamente ironico, ed è La versione di Barney di Richard J. Lewis, un onesto regista e sceneggiatore televisivo (CSI), che fa il salto allo schermo cinematografico in grande stile, adattando il famoso romanzo di Mordecai Richler e dirigendo un Paul Giamatti di altissima statura. L’attore, che gironzola ancora per il Lido, farebbe pensare a una Coppa Volpi.
Gradevole, divertente, sopra le righe e colmo di affascinanti guizzi di immaginazione visuale, ma allo stesso tempo macchiato da alcuni cali di stile abbastanza disdicevoli, Drei di Tom Wylker è un film sulla possibilità di rivedere le relazioni alla luce di una definizione di gender libera dagli schemi. Interessante.
Per la serie quei film che si possono vedere solo ai Festival (oppure scaricandoli illegalmente in qualche versione sottotitolata, ma questo non si dice): That Girl in Yellow Boots dell’indiano Anurag Kashyap. Film toccante, duro senza essere lagnoso, arrivato direttamente da Bollywood.
Visti anche: 13 Assassins, il film in concorso di Takashi Miike solito film di samurai senza particolari picchi di originalità; La solitudine dei numeri primi di Costanzo Jr. film senza infamia nè lode, che cerca di elevare se stesso attraverso una regia un po’ pretenziosa (la mia recensione è già su Cinema 4 Stelle); A Espada e a Rosa del portoghese Joao Nicolau, della folta schiera degli inguardabili; The Tempest di Julie Taymor, reinterpretazione shakespeariana in chiave fantasy dalla regista di Titus Andronicus.

Ultimissima ora: mentre Alex De La Iglesia è rimasto al Lido, Sofia Coppola pare sia appena sbarcata di nuovo. Nei prossimi giorni mi impegnerò a recensire tutti i film sui quali non sono ancora riuscita a scrivere: restate connessi!

Venezia 2010: il programma della mostra del cinema

Venezia 67La tradizionale pre-inaugurazione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, giunta alla sua 67esima edizione e anche quest’anno diretta da Marco Müller, si svolgerà all’Arena di Campo San Paolo, dove verrà proiettata la versione restaurata del film Profumo di donna di Dino Risi, preceduta da un incontro con il figlio d’arte Alessandro Gassman. L’inaugurazione vera e propria, nella cornice glamour del Lido, avverrà il giorno dopo, mercoledì 1 settembre, con la madrina della manifestazione veneziana, Isabella Ragonese e il film d’apertura Black Swan di Darren Aronofsky (L’albero della vita, The Wrestler) che garantirà la consueta passerella dei protagonisti: Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel, Barbara Hershey, Winona Ryder. Seguiranno due attesi film fuori concorso: Jingwu Fengyun – Chen Zhen dell’hongkongolese Andrew Lau (Internal Affairs, The Park, Identikit di un delitto) e, soprattutto, Machete di Robert Rodriguez.

Ho scritto questo articolo per Cinema 4 Stelle: continua a leggerlo.