Rio

Rio

Emo-vie – il giusto stato d’animo per godersi questo film: Festosa allegria Per quelli che hanno il samba nel sangue e che si scaldano quando sentono i ritmi latini e per quelli che con un bagno di colore vogliono rimediare a una giornata storta. Soprattutto, visto che l’animazione degli ultimi anni l’ha fatto diventare un optional: per i bambini. Dietro di me in sala c’erano dei nanetti tra i tre e gli otto anni che hanno riso per tutto il tempo. Credo che le loro risate siano la recensione migliore che questo film possa avere.

Indimenticabile La scena d’apertura in cui un volo di variopinti uccelli esotici baciati dal sole brasiliano introduce lo spettatore nella festosa atmosfera di Rio.

Da dimenticare Pensate a dimenticare di non avere più cinque anni, dopo di che godetevi il film con tutta l’innocenza che potete. E non chiedete altro.

Indicazioni terapeutiche: per tutti quelli che pensano che la libertà sia solo un volo solitario verso l’alto, una romantica pillola di saggezza cartoonesca. Ho scritto la recensione per Cineclick: potete leggerla cliccando su… Rio – recensione. E ne ho scritta un’altra per Cinema 4 Stelle: seconda recensione di Rio.

Rango

RangoUn camaleonte con il pallino della recitazione si trova letteralmente catapultato nel far west: il suo nome è Rango e fino  a ieri viveva comodo e agiato in una scatola di vetro, circondato da amici letteralmente di plastica. Una brusca frenata lungo l’autostrada gli concede il regalo non richiesto della libertà. Libertà che, in mezzo al deserto tra mille pericoli sconosciuti, all’inizio non gli sembra questo gran bel dono.
Il viaggio di Rango è una metaforica ricerca dell’identità e insieme una scoperta del mondo. Un mondo fatto sul calco del cinema western, che si nutre di innumerevoli citazioni (i più bravi e gli amanti del genere sapranno beccarle più di me) che Gore Verbinski sparge a piene mani, dilapidando il suo gusto cinefilo.
Il linguaggio codificato dei luoghi comuni di genere è vestito della stessa leggera ironia della trilogia dei Pirati dei Caraibi, che in Rango diventa la lente con cui rappresentare l’antinomica complessità del protagonista. Non a caso per caratterizzare il camaleonte Verbinski si è affidato al suo amico Johnny Depp, che lo ha doppiato nella versione originale. Gag divertenti e personaggi macchiettistici sono un gustoso contorno per l’aspetto che personalmente ho apprezzato di più: la sagace strategia narrativa.
Con un protagonista che è un (ex) animale domestico con la passione per Shaskespeare convinto di essere un grande attore, è inevitabile che si aprano sulla storia meta-sguardi e, mentre una scatola di vetro ci ricorda che siamo spettatori paganti dentro a un cinema e quattro gufi messicani con la chitarra ci accompagnano attraverso il mood del film, uno sguardo trasognato e onirico getta luce sul senso del racconto e lo fa sembrare un raffinato libro di Baricco.
Potrete cogliere o meno l’arabesco di riferimenti presenti nel film piuttosto che le suggestioni narrative, ma non potrete non apprezzare questo gioiello costruito sulla base dell’iconografia dei cowboy e dei saloon. Questo perché tutti noi ci siamo trovati prima o poi sbatacchiati nel bel mezzo del deserto che si apre accanto all’autostrada a chiederci cosa farcene della nostra libertà e che tipo di persona essere. Se non possiamo più vivere dentro la scatola comoda delle definizioni prefabbricate, cosa possiamo fare di noi stessi? E non sempre è facile portare avanti la risposta ci siamo dati.
Indicazioni terapeutiche: per bambini già adulti e adulti ancora bambini un film d’animazione che ristabilirà il contatto con quello che volete tra realtà e immaginazione.

L’orso Yoghi

L'orso YoghiEmo-vie: il giusto stato d’animo per godersi questo film Regressione all’epoca dell’asilo Più che uno stato d’animo un’età: non è un film per vecchi. Non è nemmeno un film per ragazzi, se è per questo, ma specificamente, esclusivamente per bambini. In particolare per bambini di età compresa tra uno e cinque anni. Buffo, sciocco e rassicurante come al solito il vecchio Orso Yoghi racconta ai più piccoli i temi ecologici in una chiave semplice e piuttosto didascalica.
Indimenticabile: la tragicomica e pirotecnica scena in cui va della festa di Jellywstone Park.
Da buttare: l’effetto sticker che purtroppo caratterizza il mix di animazione grafica e live action.
Indicazioni terapeutiche: un solleticante massaggio per bambini dai 5 anni in giù.

“Dal 1958, quando per la prima volta apparvero nel Braccobaldo Show, Yoghi e il suo fedelissimo amico Bubu hanno continuato a intrattenere generazioni di bambini, che di solito sono rimasti incantati davanti alle avventure dell’orso di Jellystone fino all’età prescolare…”

Ho scritto questa recensione per DoppioSchermo: continua a leggere.

Cattivissimo me: la malvagità non è mai stata così tenera

Cattivissimo meUn po’ tutti coloro che sono stati bambini, specialmente negli anni Ottanta dell’invasione del cartoon giapponesi, hanno sognato almeno una volta che nelle storie trionfasse il male, stanchi della banale serialità del bene.
A Sergio Pablos, ideatore del soggetto del film d’animazione in 3D Cattivissimo me, della Universal, è venuto in mente di fare del cattivo il vero protagonista della sua storia perché in fondo in ciascuno di noi c’è un po’ di malvagità nascosta: “Quando sei nella fila veloce alla cassa del supermercato e la persona davanti a te ha venticinque pezzi e vorrebbe pagare con un assegno, – dice il produttore John Cohen con un sorriso – ecco, quello sarebbe il mommento giusto per usare il raggio congelatore”… Ho scritto questa recensione per Cinema4Stelle: continua a leggerla.

Indicazioni terapeutiche: un cartone animato spassoso, liberatorio e più tenero di quanto si possa credere.

L’illusionista: un film d’animazione vintage

L'illusionistaSylvain Chomet ci ricorda per negazione che siamo nell’epoca dell’animazione tridimensionale e degli effetti strabilianti, che il cinema cui siamo abituati è scandito da trame complesse, che la parola è protagonista quanto l’immagine. L’illusionista è in fondo questo: un malinconico gioco di prestigio che ci fa avvertire il cinema d’animazione contemporaneo attraverso la lente vintage di una sceneggiatura di Jacques Tati. La magia è tutta in quella scena paradossale in cui il vecchio prestigiatore entra in una sala cinematografica dove è proiettato un vecchio film in live action.

Ho scritto questa recensione per Cinema4Stelle: continua a leggerla.

Indicazioni terapeutiche: ottima cura rilassante e malinconica per cinefili nostalgici. Controindicazioni: potrebbe annoiare le nuove generazioni, già abituate alle meraviglie del 3D.

Persepolis: come m’incanto

Persepolis
Incastonata in una giornata densa di emozioni forti, la visione di Persepolis è stata una commovente piccola gioia. Una cioccolata calda di passioni, aromatizzata da delicate ironie. Una lama tagliente che ritaglia nel cuore cicatrici parzialmente rimarginate. Un quadro che mette a nudo il sangue delle vittime di una guerra e di un regime e la miseria di un Paese vicino e lontanissimo. Persepolis è un film d’animazione che ha un’anima pulsante.
Delizia per gli occhi nei grafismi vitali di Marjanne Satrapi, che emanano un profumo di fiori. Linee che fluttuano leggere o che si stagliano nette. Bianco e nero che si incide negli occhi della mente e che obbliga a seguire un certo respiro. Figure che sembrano persone reali.
No, non vi dirò niente sulla trama del film, non mi perderò nel dirvi che è tratto dalla graphic novel autobiografica della Satrapi, non farò commenti sulla brillante nonnina o sulle situazioni drammatiche, né sulle avventure di Marjanne in patria e in Austria. Persepolis è una piccola perla, un inno alla vita.
Qualcuno ha scritto che non se ne può parlare male e come dargli torto? Riempiamo le sale quando ci sono film come questi, torniamo a vederlo una, due, tre volte come se fosse un rito di preghiera alle Muse – perché qui si fa baccano contro i distributori italiani, ma poi vai a vedere questo film e in sala ci sono meno di dieci persone. Ma allora Moccia ce lo meritiamo proprio…
Per inciso, tra Ratatouille e Persepolis io non avrei avuto dubbi sull’Oscar al miglior film d’animazione. Ma è chiaro che per l’Academy sarebbe stata una scelta troppo anticonvenzionale.

Indicazioni terapeutiche: una pillola un po’ amara, favorisce l’empatia con la condizione iraniana e riesce persino a infondere gioia di vivere.

Cenerentola e gli 007 Nani: la scuola Shrek degenerata

Cenerentola e gli 007 naniNon mi capitava da un po’ di trovarmi in una sala con una pletora di bambini schiamazzanti e mangiatori di pop corn accompagnati dai genitori. In effetti io e il mio accompagnatore eravamo gli unici a non avere prole a carico. Per fortuna.
Anche perché se fossi mamma non porterei il mio bambino a vedere una porcheria simile. L’ironia sul mondo delle fiabe tradizionali funzionava alla grande con Shrek (anche se il meccanismo comincia a cigolare con il terzo episodio), risultava un tantino claudicante in Come d’incanto ed è assolutamente vuota in questo Cenerentola e gli 007 nani (o Happily n’Ever After, che dir si voglia).
La grafica fa schifo. Mi avevano detto che questo film era stato realizzato in soli 15 mesi grazie a turni di lavoro night & day. Sarà… ma sarà pure che ci sono voluti 15 mesi perché la qualità sembra quella dei filmini che si vendono con i pacchi di merendine Kinder e Ferrero. L’aspetto narrativo è banale e frettoloso, non c’è traccia dello spessore dei personaggi che invece troviamo nella saga dell’orco verde, i protagonisti sembrano tagliati con l’accetta e manca qualsiasi guizzo di acume… devo aggiungere altro?
Questo film è una brutta dimostrazione di come non basti cambiare un po’ le carte in tavola e mettere in ridicolo alcune figure tradizionali, come quella del principe, per capovolgere la fiaba.
Piuttosto, rivedersi un tradizionalissimo classico Disney in dvd. E poi… io non ero mica tanto convinta di vedermi questo film, volevo vedere Persepolis, ecco!

Indicazioni terapeutiche: può produrre effetti indesiderati come noia e disinteresse.

Ratatouille: piatto povero per la Pixar

RatatouilleLa Pixar ci aveva abituati sin troppo bene.
Una partenza all’avanguardia con Toy Story, una fantasiosa sinfonia di colori e avventura in A bug’s life, una fiaba moderna e anticonvenzionle in Monster&Co, fino all’inarrivabile Alla ricerca di Nemo, un trionfo di abilità narrativa e di tecnica. Con Ratatouille mi sembra sia iniziata una parabola discendente – o forse, più semplicemente, è solo un film un po’ meno riuscito. Avevo aspettative molto alte, anche per le recensioni entusiastiche sulla cine-blogosfera.
La storia di Remy, il topo chef, ha un intreccio complesso e sottotesti metaforici che vanno ben aldilà dell’arte culinaria. Quanto alla tecnica, credo che ormai non restiamo nemmeno più sbalorditi nel vedere quali progressi abbia fatto il digitale, semplicemente ci godiamo il realismo e la dinamicità del 3D. E poi… mi piacciono gli eroi che si allontanano da casa e scelgono di seguire le loro passioni invece che la famiglia – ehm non vi stupisce, eh?
E allora, cosa manca? I personaggi sono disegnati con acume, ma battute e situazioni divertenti non punteggiano come dovrebbero il film, sottraendo alla storia il suo potenziale ritmo. Anche il coinvolgimento emotivo risulta piuttosto appannato, con un protagonista spesso fuori fuoco. Le ottime idee non mancano, ma risultano disseminate in una struttura dispersiva. Insomma sono uscita dalla sala non proprio soddisfatta.
Indicazioni terapeutiche: energizzante vitaminico per tutti coloro che hanno un sogno nella vita, ma temono di non esserne all’altezza.

South Park: il film. Più grosso, più lungo e tutto intero. Uno scorrettissimo spasso

Saddam Hussein e Satana in South ParkCon il film dei Simpson, si è tanto parlato di cartoni americani, così mi è sembrato giusto rispolverare South Park. Io ho sempre preferito la serie dei Simpsona quella di South Park: era letteralmente amore a prima vista, preferivo i gialli a quei nanetti ciccioni. Poi qualcosa è cambiato: ci sono voluti i due lungometraggi perché, mio malgrado, dovessi ammettere la superiorità dei nanetti.
South Park: il film. Più grosso, più lungo e tutto intero ha temi simili al film su Homer&Co (dovrei dire il contrario visto che il primo precede il secondo) e il genere di satira, lo sappiamo, è più o meno lo stesso. Allora come mai i Simpson sembrano all’improvviso buonisti, mentre in South Park persino sul lieto fine c’è l’ombra sghignazzante dell’ironia? I Simpson viaggiano sulla metafora politica: il problema viene posto sotto una cappa di vetro e poi eliminato. Il tutto è scialacquato nella storia di una famiglia che si ritrova unita nelle difficoltà. In South Park le metafore sono poche e gli indici sono puntati in modo evidente: il governo statunitense risponde in modo sproporzionato all’attacco canadese (perché gli Stati Uniti non si toccano) e la pena di morte è parte integrante della democrazia. Saddam viene scomodato dall’inferno per partecipare alla guerra. E la famiglia americana? Le madri hanno il cervello obnubilato dall’integralismo puritano, i padri non hanno una grande importanza. La censura si occupa della forma (parolacce) ma non della sostanza (violenza in tv). La società e la cultura del Paese più potente del mondo escono sminuzzate con cattiveria, come il corpo di una bella ragazza in un film splatter. Certo, non mancano speranza ed eroismo, ma il fatto che siano portati avanti dai bambini ne fa risplendere l’essenza utopistica.
E Kenny… ne vogliamo parlare? Finisce…
GROSSO SPOILER: interrompete la lettura se non l’avete visto!!! Per leggere, evidenzia la riga di testo sotto con il mouse.
(… in un paradiso di tettone alla Baywatch… ma muore!!)
Fine Spoiler.
Insomma, con mio grande disappunto devo dire che il film su South Park rispetto al Simpson Movie è più divertente, più velenoso nella satira, migliore dal punto di vista della costruzione narrativa.
Indicazioni terapeutiche: per gli amanti della comicità politicamente scorretta, un pastiglione al vetriolo direttamente dalla tv al cinema.

Shrek Terzo: il lieto fine non è una garanzia a vita

ShreckIeri sono andata al cinema a vedere l’orco più simpatico delle fiabe: l’attesissimo Shrek terzo. E…
I problemi a Molto Molto Lontano non vengono mai da soli: il re è morto e qualcuno deve succedere al trono… ma ce li vedete due grossi orchi verdi a regnare su principi e principesse (nonché su fatine, nanetti e uccellini cinguettanti)? I cattivi delle fiabe, capeggiati dal Principe Azzurro vogliono avere la rivincita e conquistare il loro “e vissero felici e contenti”… E poi chi aveva detto che nel pacchetto amare-e-sposare-Fiona fossero compresi anche dei mostriciattoli lattanti? A Shrek non l’aveva detto nessuno…
L’ultimo Shrek è sempre meno per bambini – e in effetti, forse per l’orario, in sala i bambini erano proprio pochi. Le principesse non aspettano più di essere salvate, ma bruciano i loro push-up come femministe sessantottine e si preparano a salvare il regno. Mago Merlino è un mezzo esaurito che abbraccia filosofie new age. Il successore al trono è Artie, un ragazzino sfigato ancora imberbe. Ancora una volta gli autori si divertono a rimescolare le carte, a demistificare i racconti, a stiracchiare e parodiare i personaggi e a riempire gli spazi vuoti tra l’happy end e tutto ciò che resta fuori dai confini della fiaba. Ancora una volta colgono nel segno: guardiamo Biancaneve, Fiona e Ciuchino e ridiamo, perché stanno parlando proprio di noi.
E anche il messaggio del film è per noi: scegli chi vuoi essere e fai il tuo destino.

Indicazioni terapeutiche: efficace antistaminico per gli allergici agli happy-ending in stile disneyano. Indicazioni: adatto ai bambini al di sopra dei dodici anni.