[Diario del Festival del cinema di Roma] La notte horror di Halloween: James Wan e Insidious

Non è che posso andare dritta a letto dopo aver visto Insidious, specialmente sapendo di dover dormire da sola senza nessun altro in casa. Non sono nemmeno una che abitualmente si caga sotto, ma di certo non mi metterò serenamente a dormire con tutta l’adrenalina che l’horror di James Wan e la caffeina hanno risvegliato. Lasciamo perdere la caffeina e parliamo un po’ del film.

Insidious

Un compendio di citazioni e virtuosismi Dopo aver fatto nascere una vera e propria Saw-dipendenza ed essere entrato di prepotenza tra i “masters of horror”, James Wan sembra dire “Fermi tutti, se voglio vi faccio un film dell’orrore con tutti i cliché di genere, che vi faccio sentir male dalla paura.” E con questa sfida vuole far rivivere allo spettatore tutta la sua cultura di genere in un solo film: in Insidious frulla un po’ di tutto – dallo stereotipo della casa stregata fino a Hellraiser, da Shining all’horror nipponico.

Nel servirci questo mix solforoso si prende gioco degli stereotipi stessi, infilandoci un po’ di ironia e di cultura pop: da un certo punto in poi questo film è una lezione su come un horror ben fatto possa funzionare in maniera scientifica anche senza un’idea originale alla base e persino quando mostra i propri meccanismi come fili scoperti. 

Paranormale Mentre Saw è un lungo thriller a tinte torture-porn di cui persino gli architetti hanno smarrito la mappa, Insidious è molto più old-style nella scelta del tema come nello stile. Per la prima volta James Wan non rappresenta un mostro terreno, ma creature striscianti e spaventose che vengono dall’aldilà. Questo gli permette di divertirsi nell’esplorazione dei canoni di genere.

Punto debole Qualche goffaggine di regia che fa pensare un po’ all’immaginario dei film romeriani – non che Romero fosse goffo, anzi, solo che certi espedienti stilistici sono così abusati da essere posticci. In particolare, Insidious parte benissimo, mai il livello qualitativo scende nel “terzo atto”. In ogni caso, se volete vedere un buon horror, questo è sicuramente un’opera di prima scelta.

Cinema (quasi) gratis a Roma: Horrormovie.it, c’è un festival del cinema horror in città!

Oggi mi è arrivata una mail dall’ufficio stampa del film Bloodline, che uscirà in tutta Italia a ottobre e stasera sarà presentato in anteprima a Roma nel corso dell’Horrormovie.it Festival. Fermi tutti… cosa sta succedendo?! C’è un festival del cinema horror a Roma e io non ne sapevo niente?! Vado subito sul sito a informarmi qui. E per quelli che, come me, sono scesi dalle nuvole, ecco il programma intero e tutte le chicche della seconda edizione di questa rassegna estiva di cinema di genere.
Dove? Roma, Mini Arena Pigneto – Via Luigi Filippo De magistris, 21.
Quando? Dal 12 al 17 luglio.
Quanto costa? Bisogna fare la tessera annuale (2€), dopo di che ciascuno spettacolo costa 3€. Si può fare un abbonamento all’intero festival per 15€.
Che cosa c’è in programma?
Martedì 12 luglio
20.00 Incontro con Antonio Tentori
20.30 Incontro con Stefano Simone e presentazione film Unfacebook
21.00 Incontro con il regista Edo Tagliavini
21.30 Proiezione film Bloodline (Italia, 2011) – ANTEPRIMA, uscita prevista ad Ottobre

Una giornalista viene inviata a fare un servizio nel backstage di un porno d’autore, proprio nel luogo in cui, anni prima, sua sorella è stata assassinata da un serial killer. Dopo aver accettato l’incarico, i crimini ricominciano e per di più i morti ritornano dall’oltretomba assetati di sangue…

23.00 Incontro con il regista Antonio Micciulli

23.30 Proiezione film Tempo di reazione (Italia, 2010)

Una famiglia è confinata in casa da una nebbia assassina, fino a quando una finestra si rompe.

Nel corso della serata sarà proiettato il cortometraggio “Per sempre insieme” di Elisa Casa.

Mercoledì 13 luglio

20.00 Incontro con Daniele Francardi e presentazione del libro Terrore italiano

20.30 Incontro con lo sceneggiatore di fumetti Alessandro Bilotta 21.00 Incontro con il regista Raffaele Picchio

21.30 Proiezione film Morituris (Italia, 2010)

200 gladiatori che hanno resistito all’esercito romano ritornano dall’ombra della morte, ogniu volta che sulla terra in cui sono caduti viene versato nuovo sangue.

23.00 Incontro con Al Festa e presentazione in anteprima del film L’eremita

23.30 Notte Vintage: Proiezione cult Lo Sconosciuto (USA,1927) con accompagnamento musicale live eseguito dal Maestro Al Festa.

Film muto diretto da Tod Browning con Lon Chaney nei panni di un circense senza braccia.

Nel corso della serata saranno proiettati i cortometraggi “Matrioska” di Marcello Caroselli e “AtmosFear” di Lorenzo Giovenga.

Giovedì 14 luglio

20.00 Incontro con il regista Luigi Pastore e presentazione La fiaba di Dorian

20.30 Incontro con la scrittrice Giorgia Caterini e presentazione libro Japan Horror

21.00 Serata Underground: Incontro con i registi Lorenzo Lepori e Giovanni Pianigiani

21.30 Proiezione film I Love You Like a Twist (Italia, 2011)

E’ una formula di offesa non la puoi usare per prendere punti in tuo favore. Serve a segnare una storia che declina, è un rituale di morte,non una cosa carina.

23.00 Proiezione film Darkness Surround Roberta (Italia 2005)

Un’assassino invisibile segue una ricca donna mondana e nella sua mente deflagra la follia.

00.30 Proiezione 1°epiosdio del film Finché morte non vi separi (Italia, 2011) Nel corso della serata sarà proiettato il cortometraggio “Kenneth” di Stefano Simone

Venerdì 15 luglio

20.00 Incontro con il musicista Marco Werba

20.30 Incontro con il regista Michel Zampino

21.00 Incontro con i registi Giuliano Giacomelli e Lorenzo Giovenga

21.30 Proiezione film La progenie del Diavolo (Italia, 2010)

Uno scrittore si reca in un paesino delle Marche per approfondire la leggenda sul seme di Dio, lo spunto per il suo nuovo romanzo…

23.00 Incontro con il regista Giacomo Sabelli e proiezione documentario Argentofobia

23.40 Proiezione film Colour from the Dark di Ivan Zuccon (Italia, 2009)

Adattamento dell’omonimo racconto di Lovecraft.

Nel corso della serata saranno proiettati i cortometraggi: “Roulette Russa” di Daniele Esposito e “L’ultimo aiuto” di Roberto Varazzi.

Sabato 16 luglio

20.00 Incontro con Paolo Di Orazio e presentazione della collana a fumetti Shinigami

20.30 Incontro con il regista Domiziano Cristopharo e presentazione Hyde’s Secret Nightmare

21.00 Incontro con il regista Umberto Lenzi

21.30 Proiezione film Paranoia (Italia, 1969)

Helene viene circuita dalla nuova moglie del sue ex marito, che vuole renderla complice nell’omicidio dell’uomo…

23.30 Proiezione film La casa 3 (Italia, 1984)

Sequel italiano non ufficiale del film La casa 2 di Raimi.

Nel corso della serata sarà proiettato il cortometraggio: “Three – Pensieri malvagi” di Matteo Muzi.

Domenica 17 luglio

20.00 Premiziazione concorsi

20.30 Presentazione del trailer del lungometraggio Edema, alla presenza del regista Francesco Mirabelli

21.00 Incontro con il regista/produttore Gabriele Albanesi e i registi di Fantasmi

21.30 Proiezione film Fantasmi – Italian Ghost Stories (Italia, 2011)

Un collage cinematografico di storie di fantasmi.

23.00 Incontro con il regista Lorenzo Bianchini

23.30 Proiezione film Occhi (Italia, 2010)

Omaggio al film La casa dalle finestre che ridono.

Per chi vuole restare aggiornato giorno per giorno c’è la pagina ufficiale su Facebook e il gruppo del Festival.

Scream 4

Scream 4Emo-vie – il giusto stato d’animo per godersi questo film: Tanta nostalgia degli anni Novanta Se siete amanti dell’horror, ma ancora di più di Wes Craven, se avete amato il primo Scream e siete rimasti per sempre legati all’icona Sidney Prescott/Neve Campbell, se quando vi chiedono “Qual è il tuo film horror preferito?” scegliete un titolo di almeno quindici anni fa, ma anche oggi quando esce un film horror mettete da parte la nostalgia e comprate sempre un biglietto del cinema… allora amerete Scream 4. Umorismo e valanghe di citazioni dall’universo horror, che vi riporteranno tutti al 1996. Ehi… ma, non sono già passati quindici anni?!
Indimenticabile Bisogna ammettere che se come horror non è granché (non mi pare che faccia paura, per dirne giusto una) e come thriller lascia il tempo che trova (conosco una persona che ha indovinato chi è l’assassino che si nasconde dietro la maschera di Ghostface al secondo tentativo), come omaggio al genere Scream 4 ha un suo perché. Un catalogo condito di ironia di tutto quello che l’horror ha sfornato negli ultimi anni e non solo: da Saw a L’alba dei morti dementi, con una strizzatina d’occhio ai grandi classici e a qualche titolo per soli appassionati, come L’occhio che uccide. Con battute veramente azzeccate come:

E chi cazzo se Mike Myers?! – Rivolta a Sidney che si rimette in piedi e inizia a combattere in stile Buffy dopo un grave ferita.

Da dimenticare La totale assenza di originalità. Wes Craven torna alla carica dopo undici anni dopo l’ultimo (e brutto) film della serie, ma non sembra essersi particolarmente rinfrescato la mente. Nonostante le belle e fulminanti battute, c’è veramente poco di nuovo da vedere. Il che può essere confortante per chi sta cercando il vecchio Scream, ma alquanto noioso per chi fosse alla ricerca di qualche idea nuova.

Indicazioni terapeutiche Una pillola magica che riporta indietro nel tempo, per i nostalgici della serie firmata da Wes Craven. Mi sono divertita a scrivere per Cineclick una recensione di cui sono particolarmente fiera, potete leggerla cliccando su… Scream 4 – recensione.

Piranha 3D

Piranha 3D
Emo-vie – Il giusto stato d’animo per godersi questo film: Rabbia + bisogno di distrazioneUna brutta giornata al lavoro o a scuola e una voglia pazzesca di vedere scorrere un po’ di sangue? Piranha 3D è il piccolo momento di relax che fa per voi: goliardico, splatter e decisamente trash, questo film vi riconcilierà con il mondo con una sadica risata.
Indimenticabile: la fallofagia dei piranha, che ingurgitano avidamente un pene subacqueo staccato di netto dal corpo di un regista porno, salvo poi lasciarlo andare mezzo smozzicato nei fondali marini . Quando si dice la legge del contrappasso
Da buttare: se accettate le regole del gioco e regredite allo stadio di spettatori scimmieschi eccitabili e urlanti, non ci sarà niente che vorrete buttare di questo film. Certo, questo non è un gioco per tutti e c’è sicuramente più di qualcuno pronto a sentirsi offeso o disgustato da questo tipo di spettacolo.

Indicazioni terapeutiche: per maschiacci che hanno voglia di veder scorrere un po’ di sangue e che non disdegnano qualche scena soft lesbo e qualche bel paio di tette.

Magliette bagnate, costumi ridotti ai minimi termini, musica ad alto volume e balletti ammiccanti: ce n’è abbastanza da far invidia al vecchio Colpo Grosso con Umberto Smaila…

Ho scritto questa recensione per Cinema 4 Stellecontinua a leggerla.

L’ultimo esorcismo: istigazione al dubbio

L'ultimo esorcismoEx abrupto, senza nemmeno i titoli di testa, inizia il mockumentary sull’esorcismo diretto dal tedesco Daniel Stamm – e così lo spettatore viene preso nel sacco.
L’operazione non è nuova, nel senso che il fake documentary è ormai diventato parte della grammatica dell’horror movie: è il modo più immediato per sigillare un patto di immedesimazione con lo spettatore, che riconosce nei sottopancia e nelle interviste girate con la handycam digitale la garanzia che quello che sta vedendo sia “reale” – almeno quanto la real tv.
L’ultimo esorcismo solletica il miscredente e lo scettico partendo dal presupposto che quello che abbiamo di fronte sia un ex esorcista, che dopo aver esercitato questa “professione” per anni è stato colto da una crisi di coscienza e vuole demistificare la pratica dell’esorcismo usando la sua prossima assatanata come soggetto di un documentario.
Ho scritto questa recensione per DoppioSchermo: continua a leggerla.

Indicazioni terapeutiche: stimola il dubbio, titilla la coscienza, istiga all’incertezza.

Buried: Rodrigo Cortés è un genio e questo film è magistrale!

BuriedDevo confessare subito una cosa: io che questo film potesse funzionare non ci credevo nemmeno un po’. Un solo attore per 94 minuti. Una sola claustrofobica location, una spartana cassa da morto di legno. Un telefono con ricettività limitata come unica risorsa per comunicare con il mondo esterno. Avevo paura si trattasse soltanto di un pretenzioso esperimento, visione intollerabile ai più. Invece, mi sono dovuta ricredere su tutta la linea.

L’idea di Chris Sparling (autore della sceneggiatura del film) è semplicemente geniale e il film è diretto da Rodrigo Cortés in modo magistrale. Il vecchio Alfred Hitchcock era il faro di riferimento (in particolare con i film Prigionieri dell’oceano Nodo alla gola) durante l’ideazione e la lavorazione del film e si può dire, senza paura di eccedere nell’entusiasmo, che gli spagnoli di Buried siano stati all’altezza di siffatto termine di paragone.

Ryan Reynolds interpreta un contractor che lavora come autista di camion per l’esercito americano in Iraq e dopo un attentato si ritrova sepolto a qualche metro da terra. Chiunque si può immedesimare nel senso di orrore, smarrimento e panico che un essere umano ridotto a quelle condizioni estreme può provare: quella dell’essere sepolti vivi è una paura condivisa e radicata in ciascuno di noi. Quentin Tarantino lo aveva mostrato in una delle scene più memorabili e disturbanti di Kill Bill vol. 2 e c’era anche un certo signore di nome Tod Browning che da ragazzino, quando lavorava al circo, usava farsi sepellire vivo. Ma nessuno aveva mai girato un intero film senza risalire in superficie. Per tutta la durata di Buried si sente su di sé il respiro affannoso del protagonista Paul Conroy, interpretato da Ryan Reynolds.

Per tutto il film non si vede la luce del sole e non si vede altro che un angusto spazio tra quattro pareti di legno. Fa venire l’ansia, la claustrofobia, gli attacchi di panico? Sì, inevitabilmente, ma non è tutto. Quel che è peggio è immedesimarsi nella tragicità della situazione. Sentire le inermi voci del mondo esterno e provare la stessa frustrazione che Conroy prova dentro la bara. Sentire i brividi e la tensione per tutta la durata del film e uscire dalla sala prendendo un grosso respiro, come dopo una lunga apnea. I sentimenti, dentro una bara sotto terra, sono amplificati, così scoprire chi è l’uomo che lotta per uscire da lì è toccante e attanaglia il cuore, mentre la mente è accecata dalla rabbia contro il meccanismo più grande che si muove sopra le teste dei ragazzi americani che, a vent’anni o poco più, in Iraq ci arrivano solo per un merdosissimo stipendio a fine mese. Il film che a gennaio ha lasciato senza fiato il pubblico del Sundance Film Festival è bello oltre ogni immaginazione. Consigliatissimo.

Indicazioni terapeutiche: un concentrato di emozioni contro l’orrore della guerra. Fortemente sconsigliato a chi soffre di attacchi d’ansia e crisi di panico.

Saw V: tassello dopo tassello

SawSaw abbandona lo spettatore in un intrico di false piste, vicoli ciechi che si aprono in nuove strade, apparenti conclusioni che sono nuovi inizi. L’enigma si fa ipertrofico e continua a intessere linee narrative, che sovrappongono i piani temporali episodio dopo episodio. Saw V inizia dove la saga potrebbe finire: quando l’agente Strahm (Scott Patterson) trova l’orripilante scena con cui si conclude Saw III. Come gli appassionati immaginano e desiderano, è l’inizio dell’ennesima architettura complessa di trappole e sangue.

Con la morte di Jigsaw in Saw III si è aperta una sfida e si può dire che Saw IV abbia avviato una seconda parte della saga. Questo cambiamento di rotta vede James Wan e Leigh Whannell, ideatori del soggetto originale, passare alla produzione esecutiva. La sceneggiatura è ora nelle mani di Patrick Melton e Marcus Dunstan; mentre in la regia è passata a David Hackl, già scenografo e assistente di regia per Saw III e IV. Saw V dimostra che anche post-mortem Jigsaw è in grado di coinvolgere nuovi personaggi nel suo infernale gioco del contrappasso: mentre il suo ultimo erede, l’agente Hoffman (Costas Mandylor), si erge a protagonista, la sua ombra pervade la scena. La sconvolgente capacità dell’Enigmista di prevedere le azioni umane, abbraccia tutti i protagonisti in una morsa letale.

Rispetto ai suoi predecessori, l’ultimo nato della saga alleggerisce la macelleria di carne umana dei dettagli più raccapriccianti e orrorifici e vira prepotentemente verso il thriller. Un thriller sui generis perché se ne conosce la soluzione, ma che, nonostante questo, stimola continuamente una perversa curiosità verso i suoi retroscena. L’ultimo film, come il precedente, scava più a fondo nel background dei personaggi e incorpora le strategie narrative del poliziesco. Questo sviluppo era presente in nuce nei primi tre episodi, ed è forse l’elemento cardine che richiama milioni di fedelissimi in tutto il mondo.

Focalizzato sull’architettura complessiva, più che sulle singole parti che lo compongono, Saw V perde di vista la disamina dei vizi e delle debolezze delle vittime, che era stata un’altra caratteristica fondamentale nei primi film della serie. I peccati si banalizzano, nel senso che non vengono approfonditi a livello psicologico né visuale, ma spesso sono esclusivamente accennati attraverso i dialoghi. Il contrappasso diventa un labile pretesto narrativo, utile per arrivare a un punto che alla fine non si raggiunge. L’incastro di flashback, ritorni e rivelazioni è una struttura labirintica in cui si aprono una miriade di possibilità.

Proprio per questo Saw V è un film incompleto, in cui troppi cerchi non si chiudono: il finale lascia a bocca asciutta e vagamente spiazzati, come se piuttosto che di un’opera aperta si trattasse di un’opera monca. Come dire: lo spettatore che va a vedere il quinto episodio della saga resta prigioniero di una tela di ragno, per cui deve inevitabilmente vedere anche il sesto. E il settimo, attualmente in produzione. Insomma ci si comincia a chiedere quante tessere ci vogliano ancora per riuscire a completare il puzzle. Le trappole e gli eredi dell’Enigmista sembrano potenzialmente infiniti.
Indicazioni terapeutiche: un esercizio per la mente, ma anche un ricostituente per lo sguardo dell’orrorofilo.

1408: terrore molto kinghiano

1408Quando c’è la firma del Re, ogni buon amante dell’horror è certo di avere già una garanzia. E questo 1408 è uno dei film più autenticamete kinghiani che abbia visto.
I temi li abbiamo già visti tutti: lo scrittore chiuso in un albergo non può che ricordarci l’Overlook Hotel di Shining, ma paragonare Mikael Hafstrom a Stanley Kubrick mi sembra disonesto. C’è il Male come entità che attecchisce nell’animo umano, non rappresentato da una specifica presenza paranormale, ma piuttosto dai corridoi bui del subconscio umano. C’è una bambina che rappresenta l’innocenza e la sua morte. C’è l’hybris, il peccato supremo: tracotanza ed eccessiva fiducia in sè che danno il via all’incubo. Un mega-frullato del Re del brivido.
Un film dell’orrore fatto ad arte, con tutto quello che da un film dell’orrore ci si aspetta: le musiche incalzanti, le inquadrature strette che nascondono le minacce dell’ambiente circostante, i rumori e gli stacchi di montaggio inaspettati. Nessun incubo è gratuito, sono gli errori e i fantasmi del passato che ritornano a torturare sadicamente Mike Enslin (John Cusak). Dopo aver letto tutto questo, potreste ancora chidervi se ci siano buoni motivi per vedere questo film. Ce n’è uno: vedere un horror che porta degnamente questo nome.

Indicazioni terapeutiche: salubre veleno per gli amanti di Stephen King, che percepiranno immediatamente i benefici della ricetta autenticamente kinghiana.

30 giorni di buio: sangue a volontà

30 giorni di buioMettete in soffitta la vecchia immagine del vampiro aristocratico, elegante, sensuale: l’horror è cresciuto e i vampiri con lui. I mostri inventati da Steve Niles sono superiori a qualsiasi rimedio della nonna contro i vampiri: agili, scattanti e, naturalmente, assetati di sangue. E dove vanno a cercare asilo queste creature oscure? La risposta è quasi naturale: in un luogo letteralmente in capo al mondo, dove per un intero mese il sole non si affaccia sulla terra: un villaggio isolato dell’Alaska, circondato per miglia solo da neve e ghiaccio.
Questo è il pretesto che permette a David Slade di esibirsi in un horror anfetaminico, claustrofobico, in cui scorrono litri di sangue. La macchina da presa si muove scomposta con i protagonisti o si solleva in aria per mostrare un macello di carne sanguinolenta sopra la neve bianca. Ed è un gioco di colori angosciante il quasi bianco e nero cui è ridotto il paesaggio, unica variazione cromatica il rosso esagerato che fuoriesce copioso dal collo delle vittime o che resta appiccicato al volto dei carnefici.
Un horror splatter come non se ne vedevano da tempo, con un ottimo uso di tutti i trucchetti del terrore e della suspence, di immagini appetitose per i sadici più ingordi e, last but not least, di un ritmo incalzante, che accelera le palpitazioni cardiache degli spettatori. Eccezionale l’uso del suono (grazie Dolby dell’Adriano!): ossa spezzate, tempeste di neve, urla graffianti: siamo all’iperrealismo.
Ovviamente non è un film per tutti…
Indicazioni terapeutiche: indicato per soggetti che abbiano bisogno di un livello di emoglobina sfacciato. Controindicazioni: non adatto a individui dal cuore debole, a chi si impressiona facilmente, vuole vedere un film serioso.

Halloween: the Beginning. Lo Zombie che fagocita Carpenter

HalloweenRob Zombie ri-mastica la storia: come nei due Halloween di Carpenter (Halloween: la notte delle streghe, 1978 e Halloween II. Il signore della morte, 1981) Michael Myers è il Male incarnato, capace di atrocità incomprensibili sin dalla più tenera età. Quando riesce a evadere dal carcere, va a spaventare la sua sorellina sopravvissuta… e a spargere un altro po’ di sangue.
Una rilettura della favola orrorifica dell’Uomo Nero (il boogeyman), dal punto di vista dello stesso Michael/Uomo Nero. Il risultato è un film che elimina il terrore e ripiega su una sete di sangue molto splatter. Coltelli lunghi e affilati, donne nude che scappano terrorizzate, primi piani di facce ricoperte di sangue: la fiera dello slasher. Un film che si compiace di allusioni e citazioni, di una tecnica che ci riporta indietro di quasi trent’anni, con inquadrature strette, sporche, sbilenche. Banalizzato l’aspetto psicologico, con lo psichiatra ridotto a manichino e i nessi logico causali piuttosto labili. Forse lo apprezzeranno i culturi della saga e i nostalgici dell’horror anni ’80. Un po’ meno chi spera di provare paura: se volete la paura, chiedete a vostro fratellino di nascondersi dietro la porta e di urlare quando meno ve lo aspettate, l’effetto sarà sicuramente più soddisfacente.
Si salva una colonna sonora notevole: le basi orgininali della serie Halloween, i Kiss, Iggy Pop, Alice Cooper. Insomma una gradevole iniezione di quelli cattivi cattivi, che non hanno mai fatto male a nessuno.
Indicazioni terapeutiche: consigliato a sopravvissuti degli anni Ottanta in cerca di una sostanziosa trasfusione di sangue.