Trainspotting: una sfacciata dichiarazione d’amore

D  I  S  C  L  A  I  M  E  R
Questo post è, a modo suo, molto intimo: si possono capire tante cose da una preferenza cinematografica (ma direi anche letteraria), molte di più se si riesce a intuire attraverso quali occhi una persona guarda ciò che ama.
Trainspotting
Quando ho letto la recensione di Dome e Edo del mio film preferito, mi è venuta voglia di rivederlo dopo tanto tempo e, credo, per la centesima volta – in effetti superata una certa soglia è difficile fare una stima precisa. Stamattina mi sono svegliata troppo presto e mi trovavo nella condizione psicologica ideale per lasciarmi andare al piacere psichedelico del film di Danny Boyle.  Vista la dichiarazione iniziale, mi sembra inutile che lo recensisca: direi che è tutto bellissimo, geniale, blabla.
Allora voglio provare a suggestionarvi con il mio percorso personale dentro questo film. Forse l’idea è un po’ ambiziosa, ma… seguitemi!
Il monologo iniziale di Rent è il ritmo e la chiave di tutta la storia: un moralista vi dirà che è un messaggio deviante, un amoralista vi direbbe che è una filosofia di vita. Io sospendo il giudizio e vi chiedo di sentire come pulsa. A proposito, in inglese è straordinario, molto più musicale: I choose not choose life, I choose something else!
Questo film è un rapido proiettile che attraversa la miseria umana e la estetizza, la rende sensuale. Un proiettile che riduce tutti i buoni valori in una mediocre poltiglia borghese. Un film che si nutre di shock dello sguardo e li culla attraverso musiche suadenti. Il montaggio serrato non perdona distrazioni e accosta, frulla, rigurgita con una precisione millesimale. Stupenda la scena in cui Rent Boy (Ewan McGregor) salta dal muro e si ritrova direttamente nella casa di Madre Superiora/Swanney (Peter Mullan).
  1. Io penso che i dialoghi in Trainspotting racchiudano alcune delle migliori battute della storia del cinema.
  2. La bellezza delle inquadrature e il montaggio sarebbero in grado di raccontare da sole tutta la storia, forse anche di più.
  3. Le atmosfere create dalle musiche si insinuano sottopelle e nemmeno i silenzi sono casuali – avete notato quanto sia desolante la scena in mezzo alla campagna scozzese? E avete notato che non è accompanata da nessuna musica?
Ciò che è davvero straordinario è come questi tre linguaggi si rafforzino nelle loro suggestioni, in un film che in un’ora e venti è come una botta di anfetamina (per fare la metafora a tema).
Nella colonna sonora ci sono alcuni pezzi indimenticabili: Nightclubbing di Iggy Pop, Perfect Day di Lou Reed e Born Slippy degli Underworld.
Ogni volta che lo guardo c’è qualche frase che mi dice qualcosa di nuovo, che magicamente si adatta perfettamente alla stagione che sto vivendo.
[Arriva l’inevitabile spoiler] Per leggere la frase sotto, evidenziala con il mouse.
Alla fine lui ruba tutti i soldi ai suoi amici (già… è vero: lascia una piccola somma a Spud) e si avvia verso una nuova vita, attraversando uno dei tanti ponti sul Tamigi:
Rents: Allora perchè l’ho fatto? Potrei dare milioni di risposte, tutte false. La verità è che sono cattivo. Ma questo cambierà, io cambierò. È l’ultima volta che faccio cose come questa. Vado avanti rigo dritto, scelgo la vita…
Ma chi può credergli davvero?

Indicazioni terapeutiche: una botta di anfetamina cinefila. Attenzione: l’uso prolungato potrebbe creare dipendenza.

Halloween: the Beginning. Lo Zombie che fagocita Carpenter

HalloweenRob Zombie ri-mastica la storia: come nei due Halloween di Carpenter (Halloween: la notte delle streghe, 1978 e Halloween II. Il signore della morte, 1981) Michael Myers è il Male incarnato, capace di atrocità incomprensibili sin dalla più tenera età. Quando riesce a evadere dal carcere, va a spaventare la sua sorellina sopravvissuta… e a spargere un altro po’ di sangue.
Una rilettura della favola orrorifica dell’Uomo Nero (il boogeyman), dal punto di vista dello stesso Michael/Uomo Nero. Il risultato è un film che elimina il terrore e ripiega su una sete di sangue molto splatter. Coltelli lunghi e affilati, donne nude che scappano terrorizzate, primi piani di facce ricoperte di sangue: la fiera dello slasher. Un film che si compiace di allusioni e citazioni, di una tecnica che ci riporta indietro di quasi trent’anni, con inquadrature strette, sporche, sbilenche. Banalizzato l’aspetto psicologico, con lo psichiatra ridotto a manichino e i nessi logico causali piuttosto labili. Forse lo apprezzeranno i culturi della saga e i nostalgici dell’horror anni ’80. Un po’ meno chi spera di provare paura: se volete la paura, chiedete a vostro fratellino di nascondersi dietro la porta e di urlare quando meno ve lo aspettate, l’effetto sarà sicuramente più soddisfacente.
Si salva una colonna sonora notevole: le basi orgininali della serie Halloween, i Kiss, Iggy Pop, Alice Cooper. Insomma una gradevole iniezione di quelli cattivi cattivi, che non hanno mai fatto male a nessuno.
Indicazioni terapeutiche: consigliato a sopravvissuti degli anni Ottanta in cerca di una sostanziosa trasfusione di sangue.

Velvet Goldmine: alle porte del paradiso o dell’inferno?

Velvet GoldmineImmaginate un’epoca edonista, decadente, fatta di apparire più che di essere. Immaginate una vita fatta di feste e immagine, di fumerie e di sesso. Immaginate ora un’arte totale, fatta di musica e teatro, di atmosfere e di moda, un’arte che coincida con la vita dell’artista e l’artista come un essere divino. Immaginate questo, e pensate una linea di collegamento ideale che vada dal decadentismo di fine Ottocento al glam rock di fine Novecento. Ciò di cui vi parlo è la splendida lettura del fenomeno glam del regista Todd Haynes con Velvet Goldmine. Un film che ci immerge in un “mondo di sembrare” in cui vorremmo davvero cadere e che ci fa assaggiare il sapore della celebrità attraverso le vite di Brian Slade (il bellissimo Jonathan Rhys Meyers) e Curt Wild (interpretato da Ewan McGregor), che rappresentano, in maniera non troppo celata, David Bowie e Iggy Pop.
Il regista, però, non dimentica di mostrarci anche il retro della medaglia: le trame commerciali dello star system, le nevrosi dei protagonisti, travolti da un successo distruttivo oltre che molto attraente. Haynes ci affascina con il racconto di una straordinaria epoca di sogni, attraverso una colonna sonora che ci riporta indietro nel tempo e una fotografia che ci riporta ai fasti degli spettacoli glam, ma allo stesso tempo ci mette in guardia verso quelli che sono i meccanismi economici sottesi alla musica e in generale all’arte.
L’occhio della telecamera è spietato, tanto che David Bowie si è rifiutato di concedere il diritto sull’uso del suo nome al regista, che proprio per questo adotterà degli pseudonimi (e in effetti il protagonista, Brian, è il personaggio che cade più in basso nella vicenda).
Il fascino di questo film di Haynes sta nel saperci trasportare da un’epoca di disincanto e d’impegno a una d’incanto e disimpegno. Forse, a volte, abbiamo solo bisogno di un sogno, non di un’utopia.
L’articolo è un estratto di un pezzo che ho pubblicato su Raramente.net nel 2005.

Indicazioni terapeutiche: la regia musicofila di Todd Haynes (se avete bisogno di rincarare la dose potete vedere Io non sono qui, il suo biopic su Bob Dylan) coadiuvata dalla strepitosa colonna sonora e dalla divina interpretazione dei protagonisti ha l’effetto di un viagra per i sensi degli amanti della musica e del cinema. Se ne sconsiglia l’uso ripetuto, potrebbe creare dipendenza ed avere effetti stranianti rispetto alla realtà.