Era oggi – In nome del popolo italiano

In nome del popolo italianoRoma, primi anni Settanta. Muore in circostanze misteriose una giovanissima escort – be’ questa parola allora non era comune quanto oggi: nel film si usano una serie sinonimi con varie sfumature, dalle più oscure perifrasi fino a un chiaro e trasparente “mignotta”. Un magistrato scopre che tra i clienti della ragazza c’è un importante imprenditore, corrotto e marcio fino al midollo, e indaga sul suo conto. Il film è In nome del popolo Italiano di Dino Risi, interpretato da due giganti del calbro Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, e scritto dalla folgorante penna di Age & Scarpelli (I soliti ignoti, I mostri). Erano tempi d’oro per il nostro cinema: correva l’anno 1971. Dai genitori che lasciano che la loro figlia si prostituisca per il proprio benessere economico alle agenzie di “PR” che in realtà sfruttano la prostituzione, dai festini trash con donne vestite da meretrici e uomini in costume da gladiatore ai magistrati che vengono accusati di pregiudizio ideologico… non vi ricorda niente questa storia?
La nostra “mignotta” non muore, perché questo è il Paese della commedia e non del dramma. Un po’ più Natale con la casta che Gomorra, per intenderci: Ruby potrebbe essere presto protagonista di un reality britannico. A parte questo i personaggi del film In nome del popolo italiano sembrano presi dalle cronache di questo 2011. E non solo: certe battute sono tanto predittive da lasciare senza parole. Forse Dino Risi aveva consultato un indovino? O più semplicemente l’Italia e gli italiani erano e sono sempre gli stessi? Di solito i post di questa rubrichetta riguardano piccoli grandi eventi della mia vita privata visti attraverso una filigrana cinematografica. Questa volta è diverso, perché non sono l’unica a vivere in un film a quanto pare. Ci siamo tutti quanti.
A partire da Berlusconi e dalle sue amichette, Ruby in testa, fino ad arrivare al cosiddetto popolo italiano. Un popolo unito solo davanti ad una partita della nazionale; di poeti, santi, navigatori, ma oramai soprattutto di traffichini e cafoni. E peggio ancora: di indifferenti e disinteressati. Dove indifferenza e disinteresse sono il terreno di coltura per i soprusi, le furberie e la politica fatta a forza di magheggi e accordi presi in una camera da pranzo, quando non da letto. Mancava solo che Lorenzo Santenocito/Vittorio Gassman entrasse in politica per proteggersi dalla magistratura di sinistra… ma questo, mi sa, lo vedremo nella prossima puntata.
Come diceva Tomasi di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi“. A quanto pare, questo burattino a forma di stivale riesce a mantenersi sempre fedele al medesimo paradosso.

I Vicerè: un’insana famiglia allargata

I viceréIeri ho visto in facoltà l’anteprima de I Viceré. Devo fare un piccolo sforzo per togliere Roberto Faenza dalla cornice universitaria e tornare a guardarlo come il regista di un film che mi ha molto commossa da bambina (Jona che visse nella balena) e di un altro che mi ha commossa alcuni anni fa (Prendimi l’anima). Solo liberandomi della mia opinione personale sulla persona, ho potuto indossare il mio sguardo critico.
I Viceré è tratto da uno scomodo romanzo di Federico De Roberto, snobbato dalla critica e dimenticato dalla cultura scolastica. È la saga familiare degli Uzeda, famiglia nobile siciliana di origine spagnola, fondata su rapporti di potere, odio, convenienza. Il film mostra con l’immediatezza delle immagini i temi difficili del libro: una Chiesa corrotta e oziosa, un potere politico basato sul trasformismo, un popolo italiano inconsapevole, una famiglia tradizionale dalla moralità discutibile.
Il film ha molti pregi: ottimi dialoghi (presi, a quanto pare, quasi letteralmente dal romanzo), costumi meravigliosi (non per niente la costumista è Milena Canonero, che ha appena vinto l’Oscar per Marie Antoinette), una fotografia curata nel dettaglio con riferimenti pittorici molto fini (non vi sfuggirà, per esempio, una citazione di questo quadro della scuola caravaggesca). Notevole la performance del siciliano Lando Buzzanca, Alessandro Preziosi se la cava, convince meno Cristiana Capotondi – che sotto il siciliano posticcio, conserva il suo malcelato accento romano. Certo, a volte, il film strizza un po’ troppo l’occhio al Visconti del Gattopardo, valicando la sottile linea tra citazionismo e mancanza di originalità.
Il punto più critico risulta la sceneggiatura che procede a onde corte, portata avanti da piccoli colpi di scena, senza che se ne possa scorgere la fine. Non c’è un climax e gli eventi più tragici non sono ben preparati. Tutti questi aspetti si possono spiegare col fatto che il lungometraggio erano stato concepito come una mini-serie di due puntate: le scelte narrative e ritmiche sono più televisive che cinematografiche.
Indicazioni terapeutiche: utile stimolante per avviare una riflessione sulle origini e le caratteristiche dell’italianità.