Due parole, anche tre quattro

Vorrei dire due parole, anche se le slides sul sistema legislativo televisivo mi guardano con occhi minacciosi.
Che ho incontrato una signora ecuadoriana che non sapeva come raggiungere Piazza Vittorio e ho fatto la strada con lei oggi. Mi ha parlato della sua vita, come se avesse bisogno di un’estranea per confidarsi, per alleggerirsi.
“Te lo dico per esperienza, niña”
Questo incontro mi ha fatto provare rabbia per le ingiustizie, e tenerezza. Ci siamo salutate con un reciproco “Buona fortuna”.
E al ritorno ho incontrato la modella – deve essere una modella, per forza – che fa i miei stessi orari. Altissima, boccoli rossi Pantene-style, elegantissima e molto anoressica. E non la invidio.
E adesso… vado. No, non c’è una morale, c’è solo un pezzo di strada che percorro tutti i giorni.
E c’è una zuppa con un profumo celestiale che mi aspetta in cucina. E poi stasera sono stanca per studiare e mi guardo un film.

Melting Pot: serendipity on the road

Una passeggiata per le vie di Roma. Per le strade del centro si vedono solo turisti o romani che si riappropriano dello spazio della città: niente macchine fino alle sette. Due tappe in libreria, nel frattempo scende la sera.
Piazza San Silvestro. Stiamo per rientrare a casa. Sento un musica provenire dalla cappella sulla piazza. Tanta gente, bandiere colorate, sembra una festa di paese.
– Andiamo?
Non me lo faccio ripetere due volte.
Da vicino ci accorgiamo che è proprio una festa. Nel chiostro ci sono persone dai tratti orientali.
– Che cos’è?
– L’anniversario della comunità filippina a Roma – dice una donna sorridente, e aggiunge: – Entrate. C’è il buffet, ci sono i nostri piatti. Andate ad assaggiare.
Proviamo a declinare l’invito, ma siamo troppo curiose e la donna insiste. Entriamo. Mi sento un po’ un’intrusa, ma queste persone sono straordinariamente accoglienti e la sensazione sparisce in fretta e lascia il posto a una grande serenità. Parliamo con alcune persone. Un ragazzo mi racconta che fa il cuoco in un ristorante vicino, vuole che assaggi la macedonia, che lui chiama “fruit salad”, e mi spiega che fatta in casa è più buona. Non so se sono più colpita dall’affiatamento di questa comunità, dall’allegria o dall’ospitalità.
Non importa, ma mi sembra di aver fatto una scoperta meravigliosa e torno a casa con un sorriso più grande. Adoro le sorprese che si mostrano per caso.

Corpo a corpo

Corpi che ballano, corpi che ammiccano, corpi che si toccano. Liquidi, odori. Corpi androgini. La musica si scioglie in sangue.
Alcol nel corpo, fumo, sudore. “Silvia, ti amo“- detto così sembra una citazione della dolce vita. Detto da chi? Da un paio di occhi azzurri che non sono i tuoi. “Grazie!” – rido.
Vibrazioni. Sentire il contatto, sentire una persona, oltre i fumi alcolici. Mani che si scambiano il calore di ferite aperte.
Oh my love, my darling
I’ve hungered for your touch
A long lonely time
Time goes by so slowly
And time can do so much
Are you still mine?
I need your love
I need your love
(Elvis Presley – Unchained melody)
So che non dovrei, so che sarebbe un peccato farne a meno. Tra desiderio e ruolo. Tra posso, non posso, potrei, non dovrei. La mente diventa corpo, troppe cose le passano attraverso.
E non pensavo neanche di andare a ballare ieri. Jeans e maglietta, non avrei pensato un sacco di cose ieri.
So sorry, so alive. Dove vado e tu, dove sei?

Fuggevoli incontri

Mi sento proprio in forma.
E’ l’aria, che questi giorni mi è mancata, visto che sono rimasta semi-rinchiusa a scrivere le ultime parti della tesi.
Questa città è enorme, dispersiva… perfetta per perdersi di vista. E incontrarsi per caso, riprendendo a parlare come se ci si fosse salutati appena ieri. Ecco una delle caratteristiche di Roma che adoro.

Nostalgia e lacrime dolci

Fuggevoli incontri di frammenti di passato.
Stupirsi per chi non cambia. Il tempo non sembra trascorso. E invece a me tre anni sembrano un oceano di divenire disordinato. Un mare di esperienze ineffabili, di briciole di vita insensate, forse perché non è rimasto più nessuno a cui raccontare. Nessuno per cui costruire un filo di Arianna che dia direzione al mio cammino.
Arrabbiarsi per chi rimpicciolisce il suo mondo, senza rendersene conto. Anguste piccole sciocchezze. Grazie per tutti gli errori capitali, grazie per le sofferenze piene di vita, grazie per il cinismo, grazie per gli incontri sbagliati e per le fughe e per le solitudini: io ho la pelle macchiata e sporca, e ne sono felice.
Restare insoddisfatta… e turbata per un incontro che non è come mi aspettavo, che non è quando lo avrei voluto. Riconoscere quegli occhi e non riuscire a esprimersi. Non riuscire a parlare. Era l’anello mancante, la voragine che ha divorato i miei ideali, senza restituire… Quanto sei cambiato e quanto sei uguale? Stupirsi. “Ti ho cercato amore mio, in ogni atomo di te che è disperso nell’universo” (Antonio Tabucchi, Tristano muore)  e quando ti ho trovato, ti ho lasciato andare. L’unico pezzo che non riesco a infilare nel puzzle del passato e non posso trascinare nelle maree del mio presente…