Tideland: una Alice al contrario

TidelandTideland, terra-marea. È la terra in cui si rifugiano Jeliza-Rose (Jodelle Ferland) e suo padre (Jeff Bridges), quando la madre muore per overdose. Un non-luogo dove è difficile distinguere tra ciò che accade realmente e ciò che viene solo immaginato.
Terry Gilliam varca il territoro di confine tra la fantasia infantile e la mostruosità del reale. Mescola tinte: usa il nero della morte e lo accompagna con un sorriso, fa incarnare ai suoi personaggi ruoli abominevoli eppure gentili, unisce buonsenso e delirio. La piccola Jeliza-Rose ha una naturale inclinazione per l’orrido – il che sembra comprensibile per una bambina cresciuta da due genitori eiroinomani. Le sue compagne di gioco sono inquietanti teste di Barbie con cui si esibisce in monologhi semi-schizofrenici, la più bella si chiama Mis(s)-Take, la più deforme Splendida. Nei suoi giochi solitari inscena morte e agonia come una diva degli anni Trenta.
Tideland è un film sulla solitudine dell’infanzia, una metafora sul rapporto tra adulti e bambini, una favola sull’innocenza che riesce a salvarsi. Ma ciò che è veramente interessante nel film non è il senso della storia, nè la sceneggiatra, purtroppo un po’ debole. Sono le percezioni.
Un film visionario, che si apprezza solo restando immersi, in apnea in questa Terra acquatica. I corpi deformati dei genitori, ingrossati da una telecamera che li riprende dal basso, come mostri giganteschi e ambigui. Le larghe vedute dei campi di grano. I parallelismi con il testo di Alice nel Paese delle meraviglie. Le immagini sono dotate di senso e l’uso delle inquadrature non è mai puro esibizionismo videoclipparo. Un film da godere con la vista, ma capace di evocare addirittura l’olfatto. Atmosfere, sensazioni epidermiche, emozioni: un film che fa effetto, senza essere mai banale. La bambina recita divinamente – anzi, è un’altra da tenere d’occhio – e fanno la loro parte anche Janet MacTeel e Brendan Fletcher (imbruttito e cerebroleso).
Indicazioni terapeutiche: dolce-amara overdose del lato oscuro dell’infanzia.