Le vergini suicide

Sarò breve. Epitaffica.

Le vergini suicide è un libro morboso e claustrofobico, al punto da essere antigenico e malarico. Non mi è piaciuto e sono arrivata fino alla fine con grande fatica. Ecco tutto.

Il fatto è che un anno e mezzo fa (Cristo come passa il tempo!) ho letto lo straordinario Middlesex (se volete leggere la mia recensione non dovete nemmeno cercarla, ve l’ho messa lì, sotto quel click del mouse), così il nome e il cognome in copertina hanno funzionato da calamite per la mia attenzione. “Jeffrey Eugenides. Quello che ha scritto Middlesex!” gridava la copertina. Neanche un cenno al film della Coppola, che probabilmente mi avrebbe fatto desistere. Quel figlio di puttana che ha curato l’edizione Mondadori conosceva bene i suoi polli. E io ci sono cascata.

Leggetevi Middlesex, lasciate perdere le vergini, soprattutto se hanno in mente di togliersi la vita e quindi non ve la daranno mai.

Comunque. Volete sapere una cosa? Anche questa lettura mi ha dato da imparare: non è vero che gli scrittori dopo il primo romanzo di successo perdono il bagliore poetico dell’ispirazione e tutto il resto è una parabola discendente. Le vergini suicide, messo in ordine cronologico prima di Middlesex, dimostra che nella vita si può sempre migliorare. E se questa vale per gli scrittori, figuriamoci per gli altri.

Middlesex: eredità ermafrodita

MiddlesexMiddlesex di Jeffrey Eugenides, Mondadori
Una lunga nuotata nell’abisso: l’abisso della consapevolezza e dell’identità, l’abisso dei segreti di famiglia nascosti dietro il velo dell’upper-middle class americana. La storia, lo sappiamo fin dalle primissime righe, è quella di una ragazza che un giorno si accorge di essere un ragazzo. A voler essere più precisi è un ermafrodito, sospeso per tutta la vita tra due identità speculari: Calliope Stephanides, prima Callie e poi Cal. La sua situazione estrema è la lente attraverso la quale leggere il peso dell’eredità genetica, che incombe attraverso i secoli come una spada di Damocle. Cal ha quarantadue anni e vive in Germania quando ripercorre la propria storia e quella dei propri antenati alla ricerca del significato profondo della propria essenziale tragedia. Di origini greco-turche, ma nata e cresciuta in America, Callie era figlia del melting pot americano e di svariati incesti che avevano permesso a un raro gene recessivo di manifestarsi.
Mentre ci racconta la storia dei suoi nonni e dei suoi genitori, Cal – narratore onnisciente in grado di sapere, descrivere e intuire molte più cose di quante dovrebbe conoscerne il suo personaggio – ne denuda senza pudore le gioie, gli amori, i dispiaceri e le miserie. Quello che resta attaccato alla pagina, al di là dei dettagli, è una profonda e complessa umanità, raccontata con amore filiale e con filiale rincrescimento. Dalla fuga dei nonni da Smirne fino alla sua riappacificazione col suo passato e col suo presente, seguiamo le vicende della famiglia Stephanides con un senso di pietà ed ineluttabilità e l’unico confronto letterario opportuno per questo sentimento viene proprio dalla Grecia classica – eredità non genetica che collega Eugenides e Sofocle.

E allora non vi rovino nessuna sorpresa se mi permetto di accennare alle lacrime che ho lasciato scendere sul finale catartico. Bellissimo.