John Cameron Mitchell: son of the Sun

John Cameron MitchellNasce a El Paso, in Texas, il 21 aprile 1963 John Cameron Mitchell, figlio di un maggiore generale dell’esercito americano e di una professoressa originaria della Scozia. Con un padre e una madre così, le sue scelte artistiche sopra le righe profumano di ribellione, e magari è proprio così.
Avete presente quei bambini biondi con due splendidi occhi celesti, che sembrano nati apposta per essere obbedienti e fare i provini per le pubblicità delle merendine? Ecco lui era uno di quelli, ma sembra aver fatto di tutto per non conformarsi al modello. E oggi, dopo due film molto apprezzati dalla critica e meravigliosamente scandalosi, sta per approdare al Festival Internazionale del Film di Roma con il primo lungometraggio prodotto dalla ex signora Cruise: Rabbit Hole.
John passa l’infanzia e l’adolescenza a viaggiare per il mondo e per gli States seguendo i trasferimenti del padre: la famiglia Mitchell cambia casa più o meno ogni due anni e per questo motivo lui non riuscirà mai sentire l’appartenenza a nessun luogo. Si laurea presso l’Università di Northwestern e subito intraprende la carriera di attore. Lavora principalmente a Broadway, ma fa anche qualche piccola parte in televisione e al cinema tra cui una in Girl 6 – Sesso in linea, di Spike Lee. È l’incontro con il musicista Stephen Trask a dare una svolta alla sua carriera. Parlando con questo rocker underground, l’attore si inventa il personaggio del transessuale Hedwig, proveniente dalla Germania dell’Est, alla ricerca dell’amore e della propria identità.
Questa storia diventa prima una performance musicale/teatrale con la quale John Cameron Mitchell si esibisce allo Squeezebox, locale queer di New York, poi un musical drama, che viene allestito ai margini del panorama teatrale della City. Ben presto la storia di Hedwig diventa un vero e proprio fenomeno di costume, con persone che assistono allo spettacolo anche per centinaia di volte. Un giorno capita tra il pubblico una produttrice della New Line Cinema e si inizia a parlare dell’idea di un film tratto dal soggetto di Mitchell. Hedwig – La diva con qualcosa in più (in inglese ha il titolo ancora più sconveniente di Hedwig and the Angry Inch) viene prodotto con un budget estremamente basso, appena 19.000 dollari. L’opera musicale ha una forza emotiva strabordante e riesce a convincere la giuria del Sundance Film Festival dove vince il premio come miglior film e il premio del pubblico.
Arriva cinque anni dopo il suo secondo lungometraggio, che racconta il sesso, la solitudine e le relazioni nella Grande Mela, in un racconto corale che gira intorno al locale Shortbus (da cui il titolo del film). Il film ha un taglio documentaristico e il cast è in buona parte costituito da non professionisti. John Cameron Mitchell mostra ancora una volta una sensibilità sconvolgente nel mescolare miserie umane e ironia, scene di sesso integrali e molto spinte (eterosessuali e omosessuali, orge e BDSM) e riflessioni intime e profonde. Se Hedwig aveva fatto conoscere alla critica e al pubblico più raffinato il regista texano, Shortbus lo porta al successo del grande pubblico, nonostante per ragioni autoevidenti penda sulla sua testa il divieto agli spettatori minori di 18 anni.

Il terzo film di John Cameron Mitchell, già presentato in premiere assoluta al Festival di Toronto, arriverà in anteprima italiana a Roma il primo novembre. Per la prima volta il nostro regista approccia una sceneggiatura scritta da qualcun altro: il film è infatti tratto dallo spettacolo teatrale di David Lindsay-Abaire, autore anche dell’adattamento cinematografico. Storia di una madre (Nicole Kidman) e un padre (Aaron Eckhart) che affrontano la perdita di un figlio. Un film drammatico, in cui però trova spazio anche una vena umoristica, che si preannuncia come uno dei piatti forti della quinta edizione del festival romano.

Hedwig – La diva con qualcosa in più. La ricerca di un’identità e dell’amore.

HedwigLa stella di una drag-queen che si esibisce con una band punk sorge in un locale queer della City chiamato Squeezebox. Si chiama Hedwig ed è un’invenzione di John Cameron Mitchell, che veste i suoi panni fatti di parrucche e lustrini per circa un decennio, portando il transessuale tedesco dai locali notturni a un teatro underground ai margini di Manhattan e da lì al successo nei cinema di tutto il mondo. Un personaggio simile può sembrare legato esclusivamente a una cultura di nicchia, invece fin dal primo momento riesce a instaurare un legame di identificazione con qualunque pubblico, perché le ferite che segnano la sua storia sono universali. La ricerca dell’amore e quella della propria identità e libertà viaggiano su binari diveresi e il loro contrasto è il tema sotteso alla trama del film.
Hedwig – La diva con qualcosa in più è una storia di passione e rivalsa individuale, nella cornice eccentrica della vita di una performer travestita proveniente da Berlino Est. Naturalmente, poiché si tratta di un musical, il contributo delle canzoni è essenziale: le musiche emozionanti e ricercate, stilisticamente eclettiche, sono interpretate da John Cameron Mitchell e scritte da Stephen Trask, che afferma: “Come il rock crea un contatto tra il pubblico e l’artista, che gli permette di identificarsi l’uno dell’altro, il musical permette di esplorare un’altra cultura”. Ed è la sottocultura queer che il film lascia esplodere davanti agli occhi dello spettatore, che si trova colpito dalla forza emotiva di Hedwig, un personaggio fortemente drammatico, ma sempre in grado di fare autoironia e alleggerire le proprie tragedie con un orgoglioso sorriso. Davanti ai nostri occhi e dietro il travestimento, la protagonista si offre nella sua nuda sincerità individuale.

Ciascuno si sente interpellato quando l’attore canta con sconcertante intensità The Origin of Love, una ballata ispirata al mito platonico della nascita dell’amore (raccontato nel Simposio dal commediografo Aristofane). Il travestimento, a volte sgargiante e volgare, altre volte tale da far apparire Hedwig come una donna sofisticata e quasi angelicata, è il mezzo con cui si esprime il percorso di formazione della diva di Mitchell. “La parrucca è necessaria per lo sviluppo della trama – afferma il regista – è come l’anello ne Il Signore degli Anelli. È la cosa che odi e di cui hai bisogno allo stesso tempo. Per Tolkien è l’invisibilità, per Hedwig il contrario. La possibilità di trovare una propria strada alla ricerca dell’altra metà. Non a caso le sue parrucche sono sempre più chiare man mano che Hedwig si avvicina al successo, ma alla fine lei riesce a liberarsene”. Un esordio alla regia in cui si è lustrata gli occhi la giuria del Sundance Film Festival del 2001, dove il film ha stravinto portandosi a casa il premio di miglior film e quello del pubblico.

Indicazioni terapeutiche: una storia straziante e romantica che risveglierà nel vostro animo sentimentale la vena più punk.

Rabbit Hole: le divergenti strade del dolore

Rabbit HoleNicole Kidman si lancia come produttrice e decide di circondarsi di una serie di artisti a cui dare fiducia e credito: sceglie la squadra per il suo film in base alla stima professionale scommettendo in primo luogo sul regista John Cameron Mitchell, grande talento che abbiamo conosciuto con Hedwig – La diva con qualcosa in più e con Shortbus, al quale affida una storia decisamente lontana dalle tematiche dei suoi primi due film…

Ho scritto questa recensione per Cinema 4 Stelle: continua a leggere.
Indicazioni terapeutiche: una amarissima pillola, che cerca di rendere comprensibile l’inenarrabile dolore della perdita di un figlio. Intenso, toccante, ironico a tratti.

1 novembre 2010: qualche appunto disordinato dal Festival Internazionale del Film di Roma

Rabbit HoleEccoci. Sapevo che questa sarebbe stata la mia giornata al Festival, anzi a dirla tutta se avessero pubblicato prima il programma  avrei fatto solo un accredito giornaliero. Mi sono svegliata all’alba (be’, alle 6:45) per vedere i film di David Fincher e John Cameron Mitchell, su cui avevo aspettative molto alte. E posso dire con soddisfazione e un’aria di trionfo che le aspettative sono state soddisfatte.
L’atteso The Social Network di David Fincher è un film degno di cotanto regista, capace di raccontare questa storia con un grande senso del ritmo e soluzioni visive affascinanti. Così anche il miliardario/nerd Mark Zuckerberg assurge a icona. Chiariamo subito una cosa: The Social Network non è un film su Facebook, il famoso sito web fondato dall’ex-studente di Harvard e non è nemmeno un film su Internet, come ho sentito dire a due vegliardi che uscivano della sala. Ovvio, il film parla del fondatore del più grande fenomeno che il web abbia visto negli ultimi anni (probabilmente oggi Facebook è secondo solo a Google a livello di popolarità), quindi è normale che vedere lui e i suoi amici fare cose brutte come programmare. Il punto però non è questo e se la pensate così, significa che vi siete persi qualcosa.
Il film di David Fincher parla di un ragazzo, della sua disperata competitività e di come questa possa essere allo stesso tempo la base del suo successo professionale e la rovina delle sue relazioni personali. Sì, perché Mark si sarà pure fatto 500.000.000 di amici, ma ha perso il suo unico amico e l’unica ragazza di cui sia stato innamorato. D’altra parte questo tizio è uno a cui è capitata la fortuna di inventare la cosa giusta al momento e nel modo giusto e di passare dall’essere un nerd piuttosto asociale (in certi momenti ricorda molto lo Sheldon di The Big Bang Theory) all’essere uno degli uomini più ricchi d’America. Insomma, sono cosette su cui riflettere, non proprio un film su Facebook e nemmeno un film sui campus americani, come potrebbe sembrare dal trailer.
Rabbit Hole di John Cameron Mitchell, che sinora ha messo a segno tre colpi su tre, è un film veramente bello. E anche se mi sento molto Mollica tutte le volte che uso questo aggettivo, ho dalla mia la consapevolezza di usarlo ancora con un certo valore. Non sono, in genere, una che va pazza per i film drammatici (questo forse per averne fatto una cattiva indigestione televisiva nell’infanzia), ma questo film va oltre quello che si suppone debba fare il genere e racconta dei personaggi così a tutto tondo che mi sembrano persone reali. I miei vicini di casa, forse, o io stessa tra vent’anni. E in fondo, a sentire Aaron Eckhart oggi in conferenza stampa, è proprio questo che dovrebbe fare un attore: “Se riesco a convincervi di non avermi mai visto e che non sono un attore, ma solo la persona della storia, allora ho fatto il mio mestiere e sono riuscito a stupirvi.”
Molto al di fuori dalle tematiche finora affrontate dal regista, il film è tratto da una piece tetrale di David Lindsay-Abaire ed è la storia di due genitori che cercano di superare il lutto per la perdita del figlio di quattro anni. Molto intense le performance dei protagonisti Eckhart, appunto, e Nicole Kidman (che è anche la produttrice del film), come sempre potentissima la regia di John Cameron Mitchell. Non mancano alcuni elementi che cominciano a diventare una sorta di firma autoriale per lui: i disegni, che diventano una forma espressiva parallela all’interno dei film, la musicalità della colonna sonora (anche se l’autore non è lo stesso), un profondo senso di come tragedia e commedia siano inesorabilmente co-presenti nella vita e per finire qualche ispirazione tratta dalla mitologia classica. Così, quello che rischiava di diventare l’ennesimo regista (auto)confinato al cinema gay, si emancipa da qualsiasi confezionamento di genere ed entra nella rosa delle più eclettiche promesse per i prossimi dieci o vent’anni.

Ed ora, vado a recuperare We Want Sex al Metropolitan, visto che non sono ancora riuscita a vederlo!

Shortbus: pezzi di corpi, anime a pezzi

ShortbusShortbus, di John Cameron Mitchell, non è un porno, nonostante si vedano senza censura tutte le declinazioni della trasgressione erotica. Una analisi fredda, quasi clinica, della vita sessuale, che non è mai eccitante. Inquietante, semmai. In qualche caso tragi-comica. Raschiata con le unghie di un umorismo sottile. La vera posta in gioco non sono gli orgasmi, ma l’identità individuale, le relazioni umane. Il regista si era già segnalato alla critica con la sua opera prima: Hedwig – La diva con qualcosa in più, pluripremiato (e giustamente aggiungerei!).
Dopo cinque anni ritorna con un cast di attori non professionisti, al di fuori dello star system made in USA, e con un racconto brutalmente contemporaneo. Shortbus è uno sguardo cinico e torvo sui territori nascosti della sessualità e dell’animo umano. Per risolvere i propri problemi esistenziali i protagonisti attraversano un farsesco inferno di piacere.
Nel film Shortbus è un locale newyorkese. Da fuori non sembra più di un bugigattolo, dentro è un intero mondo in cui ogni inibizione è lasciata fuori dalla porta. Attorno al locale si sviluppano storie di sesso per tutti i gusti – ed è proprio il caso di dirlo. È un film corale/orgiastico, in cui sfilano numerosi personaggi. Sappiate solo una cosa: il sesso è solo il pretesto.
Indicazioni terapeutiche: rimedio naturale contro la banalizzazione del sesso, ma anche delle relazioni. Utile suggestione per le persone dotate di scarsa immaginazione erotica. Controindicazioni: non adatto ai bambini, agli omofobi e ai sessuofobi.