[Diario del Festival del cinema di Roma] Jesus Henry Christ un eccentrico ritratto di famiglia

Henry Jesus Christ
Una commedia sgangherata e deliziosa questa prodotta da Julia Roberts e diretta e sceneggiata dal cineasta quasi esordiente Dennis Lee (ha al suo attivo una commedia del 2008, Fireflies in the garden – Un segreto tra di noi, e due cortometraggi tra cui quello a cui si ispira questo secondo film). Dopo la presentazione in anteprima al Tribecca Film Festival, è arrivato anche a Roma Jesus Henry Christ: inserito nella selezione Alice nella città e un po’ svantaggiato dagli orari mattutini, questo film indipendente è coinvolgente, fresco, allegro e ha fatto scappare qualche lacrimuccia impertinente alla sottoscritta.
Attraverso la storia di una coraggiosa madre single e del suo prodigioso figlio nato attraverso la fecondazione artificiale (un piccolo genio che ricorda tutto ciò che ha visto nella sua vita, sin dal primo momento), Jesus Henry Christ parla della potenza dei legami familiari (biologici e non solo) e lo fa con ironia e con un linguaggio originale sia sul piano narrativo che su quello visivo. L’affiatamento tra gli attori crea una rara alchimia, in cui nessuno primeggia o sovrasta gli altri, ma tutti sono parte di un quadro curioso e multicolore che passa dal nero della black com alle luminose tonalità del racconto di formazione, con qualche stria di giallo e mistero. Il film di Dennis Lee riflette su tutte le età della vita, ma soprattutto sul modo in cui l’individuo può realizzare se stesso restando comunque fedele alle proprie radici e alla propria storia.
In agenda oggi: Turn me on, goddammit! sui primi turbamenti erotici di una adolescente norvegese, l’imperdibile lezione di cinema del regista Michael Mann e La femme du cinquième con il bel Ethan Hawks. 😉 Se volete seguire le mie cronache dal Festival, sono su Twitter con tutte le impressioni a caldo, le osservazioni curiose e i personaggi del Festival.

La guerra di Charlie Wilson: molto fredda, molto cinica

La guerra di Charlie WilsonUna sceneggiatura caustica ed elegante, studiata molto bene nel ritmo: la cadenza delle battute accompagna lo svolgersi della Storia, in un ideale crescendo. Grandi attori protagonisti: un Tom Hanks molto convincente nel ruolo del politico che si circonda di donne e piaceri, ma poi trova lo spirito per iniziare una vera guerra; una Julia Roberts di ferro, con una severità nello sguardo e una forza caratteriale tali da atterrare qualunque uomo; un Philip Seymour Hoffman che, nonostante il cinismo e le palle quadrate è il meno antipatico tra tutti i personaggi. Intorno a loro una serie di attrici e attori validi che reggono il gioco.
Il gioco è quello tessuto da Mike Nichols (il regista di Closer e di Il laureato, per intenderci) su una storia vera, quella di Charlie Wilson. Costui era un deputato americano che durante la guerra fredda trasformò la resistenza afgana contro l’Urss comunista in un polveriere. Interessante la costruzione del protagonista: un quadro a tutto tondo che mette a nudo le debolezze e definisce il punto di vista. Raffigurazione molto profonda di un politico che, in Italia, è un nome quasi sconosciuto, il film ci fa calare in una umanità ben delineata – anche se, magari, sgradevole.
Nonostante questo è un film sine sale, che manca di coinvolgere a livello emotivo: la distanza tra il mondo dei protagonisti e il nostro appare incolmata. Un film godibile solo a livello cerebrale, che difficilmente tocca le viscere dello spettatore.
La conclusione amara del film ne denuda le fondamenta ideologiche ed è la chiave per l’interpretazione della storia: Nichols ci vuole mostrare un errore nella chiusura di partita, non una partita sbagliata. Ma la chiave sta anche nella storiella raccontata da Philip Seymour Hoffman, sull’imprevedibilità degli esiti di un’azione: “E il maestro zen disse: vedremo!
Indicazioni terapeutiche: una pillola di storia recente che aiuta a capire alcuni meccanismi della Guerra Fredda e della politica statunitense.