Festival del cinema di Roma: piccole riflessioni a margine fuori tempo massimo

We want sex Pare proprio che in questo ultimo periodo il lavoro e l’amore mi abbiano fagocitata; ma quando pensavate di esservi liberati di me ecco che ritorno per fare il mio personalissimo punto su un evento che quasi non interessa più a nessuno: il Festival Internazionale del Film di Roma.

Sono decisamente fuori tempo massimo, ma mi faceva piacere scrivere qualche riga per sintetizzare un po’ di impressioni che potrei benissimo tenere per me stessa (ma sono troppo innamorata dei miei pensieri per farlo). Dove eravamo rimasti? Ah sì, al primo novembre: vi avevo detto che era stata la mia giornata con le anteprime di The Social Network e Rabbit Hole.

Ecco, posso aggiungere con entusiasmo che la serata è stata all’altezza di cotanta apertura. E non solo perché questa data resterà incisa come un momento importante della mia vita per un motivo che non vi sto a raccontare, ma anche perché ho visto quella deliziosa commedia sociale che risponde al titolo di We Want Sex. Diretto da Nigel Cole (L’erba di Grace, Calendar Girls) e interpretato dall’attrice inglese Sally Hawkins (che ho visto in un altro ruolo da protagonista solo in Indovina chi sposa Sally?, ma che già sento di amare!), il film racconta la storia delle suffragette inglesi che dalla fabbrica Ford hanno lottato per ottenere la parità di stipendio tra uomo e donna. Protagonista una eroina per caso, una donna con le palle quadrate, con un contorno di lavoratrici che compresero di essere oggetto della più antica e sfaccettata ingiustizia sociale del mondo: il maschilismo. Con l’ironia pungente e molto inglese che contraddistingue il tocco di Cole, il film è insieme una coinvolgente ed energica ricostruzione storica sullo Women Power e una brillante commedia sociale, che strappa più di una risata.

Martedì 2 novembre sera il mio istinto mi ha portata a vedere l’ormai santificato Toni Servillo nel film Una vita tranquilla: un ottimo thriller con lo sfondo della camorra, che parla della possibilità di redimersi dal passato e farsi una nuova vita. Il protagonista lascia tutto per ricostruire se stesso da qualche altra parte, ma le ombre della sua vita precedente in qualche modo riescono a trovarlo. Realistico, senza per questo trascurare la matematica tensione dei tempi cinematografici, il film è una prova egregiamente superata per il regista Claudio Cupellini, che finora aveva diretto solo una commedia (Lezioni di Cioccolato) e partecipato alla regia di due film collettivi (4-4-2 e Sei pezzi facili). Meritato applauso.

Mercoledì ho visto Kill me Please, un film sul quale non avrei scommesso due lire, che invece ha vinto il Festival. Questo film è una di quelle produzioni super-super-indipendenti che possono essere apprezzate (quasi) esclusivamente da un pubblico da festival (e lo dico senza giudizi di valore, solo constato): in bianco e nero, paradossalmente farsesco e sopra le righe, inverosimile e imbottito di sottigliezze. Black comedy grottesca con un appuntito sense of humor e un certo gusto per l’ironia, la pellicola di Olias Barco (al suo secondo lungometraggio) si situa nel limbo dei film curiosi e un po’ furbetti, ma che in tutta onestà è difficile definire belli.

Per me il festival si è concluso quella sera stessa con I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko, che raccontando una famiglia omosessuale con doppia mamma, affronta il tema della difficoltà della convivenza e dei cambiamenti che l’amore attraversa lungo gli anni. Non dimenticherò mai la frase pronunciata a un certo punto da Julienne Moore (una delle due protagoniste femminili del film): “Il matrimonio è una fottuta maratona.” E ho paura che abbia proprio ragione, con buona pace degli animi romantici. Il film è divertente, acuto, originale e, tutto sommato, al di là dell’orientamento sessuale delle protagoniste (che, se proprio volete saperlo, un affascinante Mark Ruffalo over-forty mette almeno un po’ in discussione), il menage familiare raccontato è abbastanza tradizionale e chiunque si può rispecchiare o proiettare nel racconto. Ottimo cast, sceneggiatura efficace e chiacchierona (nonostante alcune soluzioni assai scontate), tema in grado di coinvolgere chiunque con qualche pizzico di comicità. Kill me please avrà pure vinto il festival, ma a me sto film ha salvato la serata!