Dizionario minimo felliniano: ritratto in lettere dell’ultimo Morfeo

Federico FelliniE’ stato l’ultimo dio dei sogni, uno dei più grandi maestri del cinema italiana. Su di lui sono stati scritti fiumi di parole, vorrei dirne almeno 21. Come le lettere dell’alfabeto.
Arte circense. Pagliacci e giocolieri, nani e ballerine: il circo è un topos che sempre ritorna nei film di Federico Fellini. E forse per lui questa forma di spettacolo popolare era una rappresentazione della vita, della compresenza di sogno e realtà, della caducità dell’uomo. Il carrozzone giocoso dei primi film, lascerà piano il posto a un tendone di mostri e giganti metafora della morte. Il circo sembra allora il filo conduttore che lega le visioni di 8 e ½ al tono dimesso di Ginger e Fred, la linea che lega l’infanzia alla morte.
Benigni. Sarà stata la spontaneità coinvolgente del Robertino nazionale (oramai internazionale), il suo carattere giullaresco, in ogni modo tra Fellini e Benigni nacque una spontanea amicizia ed una forte intesa. Sciaguratamente fu proprio Fellini a suggerire a Benigni, molti anni fa, l’idea d’interpretare il personaggio di Pinocchio: suggerimento che ci è costato quel flop artistico di qualche anno fa del regista de La vita è bella.
Caricature. A diciannove anni, appena giunto a Roma, Fellini comincia a bussare ad alcune porte, ha in mano fogli e cartelle. Vignette, disegni, caricature. Il regista, infatti, nasce come caricaturista: già alcuni anni prima, nella sua Rimini, aveva collaborato con La domenica del Corriere e con la casa editrice Nerbini. Nella capitale il suo incontro con il settimanale Marc’Aurelio sarà fruttuoso: le sue rubriche avranno fortuna e lui acquisirà una certa notorietà. Era il suo acume critico, era il suo sguardo un po’ bislacco e un po’ ammiccante a piacere al pubblico. Lo schizzo a matita come un commento immediato, una nota sui personaggi curiosi che s’incontrano ogni giorno; certo non perse mai la mano: anche dopo aver vinto più di un Oscar, si divertiva a pasticciare i tovaglioli sui tavoli dei ristoranti fotografando piccole scenette quotidiane. Non  solo: riproduceva in vignette anche i suoi sogni, osceni e popolati di gente famosa.
Divino. Per sua stessa definizione. Infatti l’attività registica, per lui, era quella che metteva l’uomo più direttamente in competizione con Dio. Modesto.
Eccentrico. Eccolo in una posa fuor dal comune: gattoni con Anita Ekberg. La sua giocosità un po’ frivola, la sua energia fuori dal comunepotevano sfociare nel comico come nel grottesco. A vederlo così pare che i suoi impulsi di eros e thanatos si intrecciassero in una carica eccezionale.
Famiglia. Fellini era nato da una famiglia piccolo-borghese, mediamente fascista. Sua madre voleva che diventasse prete, o forse vescovo, ma questo contraddiceva le inclinazioni del ragazzo! Suo padre invece pensava per lui a un futuro come professionista: medico, avvocato o ingegnere. Per fortuna Federico si mise in testa di seguire la sua vena artistica.
Giulietta Masina. Fu la sua musa, il suo giullare. Giulietta Masina era l’antitesi della donna ideale di Fellini: sarebbe dovuta essere giunonica e sensuale, era una donna piccola ed energica. Eppure egli s’innamorò di questa attrice di teatro e la sposò. Facendola recitare in molti suoi film. Indimenticabile Le notti di Cabiria, che gli valse l’oscar come miglior film straniero. Cabiria è una prostituta, e Giulietta Masina la interpreta intensamente, con la sua maschera di Pierrot, che unisce il comico al tragico, mantiene la sua elegante leggerezza pur nella drammaticità.
Hotel. Nel 1993 al Grand Hotel di Rimini, il grande maestro subisce un primo grande colpo: è un attacco cerebrale. Muore il 31 ottobre al Policlinico di Roma. E’ un lutto molto sentito.
Ispirazione. Le idee per i film giungevano a Fellini come treni, si trattava solo di prenderli al volo. Durante la lavorazione, poi, vi si dedicava intensamente anche se per brevi periodi. Era talmente assorbito dalla regia di ogni film che alla fine si sentiva svuotato. Ma era come un processo naturale, come un parto della mente di un opera che poi si presentava miracolosamente finita. Unica eccezione: Il viaggio di Mastorna.
La dolce vita. Il simbolo del cinema felliniano. Una storia che dura pochi giorni in una Roma onirica e incantata. Il film che scandalizzò il pubblico italiano e deliziò la giuria di Cannes (vinse la Palma d’Oro), era un concentrato sensuale di immagini oniriche e maliziosi ritratti di società. Marcello, un giornalista squattrinato, fidanzato con una donna un po’ volgare vede sfilare di fronte a sé simboli e figure della società d’allora: sono ricchi eccentrici o folle che si accalcano davanti a miracoli fasulli, sono scene orgiastiche, è una nordica attrice famosa… Il protagonista è come inserito in un vortice vitale, ma spesso profondamente solo.
Marcello Mastroianni. Un attore pacato, magnetico, affascinante. Ma vicino all’uomo comune. Un attore con cui Fellini inizierà il suo connubio con La dolce vita e che in qualche modo plasmerà, rendendolo il suo perfetto alter ego. L’avrebbe voluto anche come interprete de Il viaggio di G. Mastorna, film che Fellini scrisse ma non diresse mai, ispirato alla morte di Ernest Bernhard: questo film, nella sua mente avrebbe dovuto essere un condensato della sua opera e di se stesso, ma di fronte alla sua realizzazione era come paralizzato, forse perché v’intravedeva troppo chiaro il delinearsi della fine anche dei suoi giorni. Fece fare a Mastroianni decine di provini per quest’interpretazione, senza mai essere davvero soddisfatto.
Neorealismo. Quando comincia a lavorare nel cinema lo fa collaborando con uno dei più grandi registi del neorealismo: Rossellini, per il quale dà il suo apporto alle sceneggiature di Roma città aperta e Paisà. Ma il suo cinema, ben presto, diventerà quanto di più antitetico rispetto alla scuola neorealista possa esistere nel panorama italiano degli anni ‘50 -’60. Non solo la cruda realtà, ma anche il sogno, la fantasia; non solo le macerie, ma anche le speranze e l’allegria.
Onirico. Un aggettivo che lo descrive appieno. Che descrive appieno i suoi film, con quei vaghi fantasmi in cui spesso sogno e realtà si fondono e si confondono in un turbine che avvolge i protagonisti. Il mondo popolato da sogni festosi e da incubi: ecco una descrizione di tutto il cinema felliniano, che ruota, in fondo, sempre attorno agli stessi temi e soggetti. Tanto che a lui stesso (con l’eccezione di Il Casanova di Federico Fellini) pareva di aver girato tante versioni di un unico film.
Premi e onori. Ricevette ben cinque premi Oscar, il Leone d’Oro alla carriera a Venezia, la Palma d’Oro a Cannes e molti altri riconoscimenti. Eppure non se ne rallegrava: come se riceverli fosse soprattutto un fardello noioso e pesante, per nulla gratificante. Si sentiva soffocato dalla loro ufficialità, non voleva essere inquadrato nello status d’intellettuale: fu per questo che rifiutò le lauree ad honorem offerte dalle università di Urbino e di Bologna.
Quinto Teatro. Cinecittà, il teatro cinque era per il regista non solo un luogo di lavoro, ma anche un rifugio, anonimo più di un albergo, familiare più di una casa. E’ lì che hanno visto la luce molte sue opere, che sceglieva gli attori. E’ lì che la sua salma fu portata per ricevere una processione in lutto di devoti amanti del maestro.
Rimini-Roma. Due città, una vita, due film. A Rimini, sua città natale, Fellini dedica nel 1972 il film Amarcord due anni dopo aver girato Roma. Egli ormai appartiene in ugual modo alle due città: quella della sua giovinezza, vissuta sempre con nostalgia e quella della sua carriera artistica, dagli esordi per i giornali e la radio alla consacrazione come regista.
Solitudine e malinconia. Incredibilmente, vista la sua estrosità eccentrica, Fellini sin da bambino amava le ore di solitudine. E la musica gli metteva malinconia. Ma osservando attentamente i suoi personaggi, emerge anche in essi questa profonda incomunicabilità di fronte al mondo. Questo isolamento dell’uomo in sé, proprio e soprattutto nei festini e nelle orge, emerge come un sottotono stridente con le atmosfere spesso carnascialesche.
Televisione. Il regista cinematografico ebbe più di un’esperienza con la televisione, ma certo non ne parlava bene. Troppo restrittiva rispetto alla creatività artistica, rispetto alla sua personalità debordante. Tra l’altro confessa di non essere spettatore televisivo, la televisione per lui era un “mobile“, per lo più muto e silente, da accendere solo per vedere qualche telegiornale o qualche quiz. E allora viene da riflettere: il repertorio di immagini cui attingeva era pescato direttamente dalla realtà o ripreso dal cinema stesso o da forme svariate di spettacolo popolare, non dalla televisione come succede per molti registi di oggi. La televisione era solo una sconosciuta poco attraente.
Umanità. A Federico Fellini ogni volto ispirava una storia, ogni persona richiamava la sua curiosità. Di tutti quelli che andavano nel suo studio a chiedere una parte, lui prometteva sempre qualcosa e sempre faceva uno schizzo del personaggio che vedeva. Era un grande affabulatore e con la sua voce seduceva gli attori, per suggerne l’anima: era convinto, infatti, che la macchina da presa catturasse la vera essenza della gente.
Voce pallida. La voce della luna fu il suo canto del cigno. L’ultimo film che diresse, con Benigni e Villaggio, liberamente tratto da un racconto di E. Cavazzoni Il poema dei lunatici. Un film che è insieme una danza macabra e un carnevale, in cui rientrano molti temi chiave del cinema felliniano.
Zoom. Alcune immagini felliniane rimarranno per sempre nella memoria collettiva, una per tutte: la scena della fontana de La dolce vita in cui la voce sensuale di Anita chiama Marcello, come una sirena. E anche lui, a Roma, rimarrà sempre un fantasma onirico che cammina per le strade con impermeabile e sciarpa.
Già pubblicato su Il Brogliaccio nel 2005.

Something stupid like I love you

Una raccolta di tutte le frasi d’amore più belle e toccanti che il cinema ci abbia regalato. Avevo iniziato a metterle insieme un po’ di tempo fa e anche se non sono più innamorata non riesco a smettere di essere stupidamente romantica.

Closer
Alice: Non ti amo più.
Dan: Da quando?
Alice: Adesso. Da adesso.
Notting Hill
William: Anna senti… io sono un tipo con un decente equilibrio… e con poca disinvoltura in amore, ma posso dire di no alla tua gentile richiesta? Smetterla qui?
Anna: Si, benissimo, ma certo. Be’, me ne devo andare. È stato bello vederti.
William: La cosa è… che con te corro un grosso pericolo. Sembra perfetta come situazione, a parte quel tuo brutto carattere. Ma il mio cuore è relativamente inesperto, ecco, ho paura che non si riavrebbe, se vennissi ancora una volta messo da parte. Cosa che assolutamente mi aspetto che accada. Vedi ci sono tante, troppe foto di te e troppi film. Tu mi lasceresti e io rimarrei… fregato, per dirla tutta.
Anna: E’ un no bello deciso vedo.
William: Io vivo a Notting Hill, tu a vivi a Beverly Hills! Tutto il mondo sa chi sei, mia madre ha difficoltà a ricordare il mio nome.
Anna: Bene, bene, ottima decisione. La faccenda della fama non è una cosa reale sai… e non dimenticare che sono anche una semplice ragazza, che sta di fronte a un ragazzo e gli sta chiedendo di amarla… addio.
Eyes wide shut
Alice: C’è una cosa molto importante che noi dobbiamo fare prima possibile.
Bill: Cosa?
Alice: Scopare.
Jerry Maguire
Jerry: Io ti amo… tu mi completi. E io dovevo proprio…
Dorothy: Smettila! Sta zitto! Mi avevi già convinta al ciao, mi avevi già convinta al ciao!
Proposta indecente
Diana: Se ami una qualcuno davvero, lascialo libero. Se torna da te è tuo per sempre, se non lo fa allora tanto per cominciare non è mai stato tuo.
Altra scena:
David: Adesso io so che quello che le persone che si amano si fanno, lo ricordano, e se restano insieme non è perchè dimenticano ma perchè perdonano.
Cuori ribelli
Shannon: Joseph?
Joseph: Sì?
Shannon: Tu mi trovi un pò bella?
Joseph: Io non ho mai visto nulla che ti somigli neanche lontanamente.
Shannon: OK. BUONANOTTE!
Moulin rouge!
Christian: Sono venuto a pagare il conto.
Satine: Non dovresti essere qui Christian, và via!
Christian: Mi hai detto di credere di amarmi, perchè non dovrei pagarti? Hai fatto il tuo lavoro davvero bene, perchè non posso pagarti come tutti gli altri? Fammi pagare, fammi pagare… dimmi che non era vero, dimmi che non mi ami, dimmi che non mi ami, DIMMI CHE NON MI AMII!!!
Pretty Woman
Edward: E cosa succede dopo che lui salva lei?
Vivian: Che lei salva lui.
Harry ti presento Sally
Harry: C’ho pensato tanto… e il risultato è che ti amo.
Sally: Cosa?
Harry: Ti amo.
Sally: E che cosa pensi che ti risponda adesso?
Harry: Per esempio: anch’io ti amo.
Sally: Preferisco: me ne vado.
Harry: Allora non significa niente per te?
Sally: Mi dispiace, Harry. Lo so che questa è la notte di capodanno, lo so che ti senti solo ma tu non puoi arrivare qui, dirmi che mi ami e aspettarti che questo risolva tutto. Le cose non funzionano in questo modo.
Harry: Bè, e come funzionano?
Sally: Non lo so! Ma non in questo modo…
Harry: Allora proviamo così: ti amo quando hai freddo e fuori ci sono 30 gradi, ti amo quando ci metti un’ora a ordinare un sandwich, amo la ruga che ti viene qui quando mi guardi come se fossi pazzo, mi piace che dopo una giornata passata con te sento ancora il tuo profumo sui miei golf e sono felice che tu sia l’ultima persona con cui chiacchiero prima di addormentarmi la sera. E non è perché mi sento solo. E non è perché è la notte di capodanno. Sono venuto stasera perché quando ti accorgi che vuoi passare il resto della vita con qualcuno, vuoi che il resto della vita cominci il più presto possibile!
Sally: Ecco! Tanto sei il solito imbroglione! Dici cose del genere, e mi spieghi poi come faccio a odiarti io? E invece io ti odio! Ti odio. Sul serio… ti odio…
Quattro matrimoni e un funerale
Charlie: Scusa, forse ti sembrerà una domanda stupida, soprattutto dopo la puntatina in quel negozio… ma mi domandavo se per puro caso, be’… io ho la sensazione di provare… insomma, per riassumere tutto in modo leggermente più chiaro, con le parole di David Cassidy in quel pezzo famoso… io credo di amarti. E allora mi è venuto in mente, chissà, forse a te potrebbe far piacere… no, sono proprio un idiota. Mi ha fatto molto piacere vederti. Meglio che vada.
Carrie: E’ una cosa molto romantica.
Charlie: Beh, ci ho pensato tanto sai, volevo che fosse un discorso chiaro
Prima dell’alba
Jesse: Sì, d’accordo, sicuramente è una follia, ma se non te lo chiedo il fatto è che mi perseguiterà per il resto della mia vita.
Céline: Che cosa?
Jesse: Voglio continuare a parlare con te, chiaro? Non ho la minima idea di quale sia la tua situazione ma… ma sento che tra noi si è stabilito un certo contatto, giusto?
Céline: Sì, lo penso anch’io.
Jesse: Sì, ecco… sì, bene! Perciò sta a sentire, dovresti fare così: scendi dal treno con me qui a Vienna per dare un’occhiata alla città.
Céline: Come?
Jesse: Dai! Sarà divertente, coraggio!
Céline: E che faremo?
Jesse: Non lo so, so soltanto che devo prendere il volo dell’Austrian Airlines domani mattina alle 9:30 e che non ho abbastanza soldi per l’albergo, perciò mi tocca andare in giro e sarebbe più divertente se venissi con me. E se scopri che sono uno psicopatico salti sul prossimo treno.
Céline: (ride)
Jesse: Sì, va bene, mettiamola così. Fai un salto di dieci, vent’anni, d’accordo? Tu sei sposata e il tuo matrimonio non ha più la stessa carica che aveva una volta, capisci? Cominci a incolpare tuo marito, cominci a pensare a tutti gli uomini che hai conosciuto nella tua vita e a cosa ti sarebbe accaduto se ti fossi messa con uno di loro. Ci sei? Be’, io sono uno di quelli, eccomi qui. Perciò prendila come una specie di viaggio nel tempo, da allora ad adesso… per scoprire cosa ti perdi. Vedi, questo potrebbe essere un gigantesco favore fatto sia a te che al tuo futuro marito, per scoprire che in realtà non ti perdi niente: sono un perdente esattamente quanto lui, privo di stimoli, una palla al piede e… hai fatto la scelta giusta e ne sei molto felice. Dai!
Céline: Prendo il mio bagaglio.
Altra scena:
Céline: Io sento sempre la pressione d’essere questa forte, indipendente icona della femminilità e di non dover mostrare che la mia intera vita sta ruotando intorno a qualche uomo. Ma amare qualcuno ed essere amata, significa moltissimo per me. Io ci ho sempre scherzato sopra ma, tutto ciò che facciamo nella vita non è un modo per essere amati un po’ di più? Credo che se esista un qualsiasi Dio, non sarebbe in nessuno di noi, né in te né in me, ma sono in questo piccolo spazio nel mezzo. Se c’è una qualsiasi magia in questo mondo, deve essere nel tentativo di capire qualcuno condividendo qualcosa. Lo so, è quasi impossibile riuscirci, ma, che importa in fondo? La risposta deve essere nel tentativo.
Prima del tramonto
Céline: Non ti ho dimenticato e la cosa mi fa incazzare: vieni qui a Parigi, tutto romantico e sposato! Chiaro?! Vaffanculo! Non mi fraintendere non voglio niente da te, l’ultima cosa di cui ho bisogno è un uomo sposato! Ed è passata tanta acqua sotto i ponti: non sei più tu il rimpianto, è il tempo, quel momento perduto per l’eternità, non lo so…
Altra scena:
Céline: La gente che oggi ha un’avventura, perfino un rapporto serio, quando rompe dimentica, passa oltre, come se cambiasse marca di cereali. Io non sono mai riuscita a dimenticare gli uomini con cui sono stata. Ogni persona aveva le sue specifiche qualità e non si può rimpiazzare nessuno. Colgo dei particolari in loro, dei dettagli che mi colpiscono e di cui poi sento la mancanza. A volte per sempre. Non puoi rimpiazzare nessuno perché ognuno porta con sé dettagli magnifici e unici.
La dolce vita
Marcello: Sylvia you are everything, everything! Tu sei la prima donna del primo giorno della creazione, sei la madre, la sorella, l’amante, l’amica, l’angelo, il diavolo, la terra, la casa… ah ecco che cosa sei: la casa. Sylvia ma perchè sei venuta qui? Torna in America, fammi il favore. Lo capisci, che faccio adesso io?