Storie per tempi di crisi: dal disoccupato cinematografico a quello brandizzato

Tutta la vita davanti: locandina

Tutta la vita davanti di Paolo Virzì

Qualche anno fa ha avuto inizio un felice filone del cinema nostrano che ha raccontato la precarietà del lavoro: vado a spanne e non ho una cronologia precisa, ma di certo ci possiamo mettere dentro il festoso e allo stesso tempo diabolico call center di Virzì in Tutta la vita davanti, il gruppo di macchiavellici disperati di C’è chi dice no, e il mio preferito Generazione Mille Euro che racconta il coraggio di campare senza poter crescere mai.

Da un bel po’ di tempo pensavo di riunire questi ed altri film sul tema dentro un unico post che parlasse di come il cinema avesse investigato a fondo sull’argomento della crisi economica, lavorativa, generazionale e persino affettiva. Ora inizio ad osservare un fenomeno nuovo: i grandi brand si appropriano dello storytelling sul lavoro, sulla disoccupazione e sulla crisi.

Quest’estate Benetton si è fatta notare per una provocazione in pieno stile Oliviero Toscani: eleggere il disoccupato dell’anno. Se le grandi multinazionali hanno il loro employee of the year, Benetton si è messa alla ricerca dell’unemployee per premiarne i progetti finanziandoli.

Il video Heineken che sta girando in questi giorni sulla rete è l’ultimo step di una campagna un po’ diversa che trasforma il recruiting in advertising e lo mette in scena come fosse un reality.

(Se il povero Nanni leggesse la frase sopra non mi prenderebbe affatto sul serio, anzi credo che inizierebbe a urlarmi in faccia. Lo so Nanni, le parole sono importanti, ma io ho questo vizio markettaro degli anglicismi e cerca di passarci su e dare un’occhiata al video che merita davvero.)

Dal punto di vista sociologico i presupposti sono simili: la crisi e la disoccupazione sono il contesto, il bisogno colto dal genio del marketing è quello di emergere attraverso le proprie caratteristiche individuali o grazie al merito. Una serie di valori buoni a prescindere punteggiano emotivamente entrambe le storie: la solidarietà verso il prossimo, l’impegno civile e sociale, la passione.

Sembra una scelta paradossale, per dei giganti dell’economia, eppure a sentire Naomi Klein non è la prima volta che il marketing trasforma il disagio sociale in una forma di spettacolo. Evitando di passare dalla dietrologia, in fondo il marketing è mimesi e racconto del presente, così come lo sono (o dovrebbero esserlo) il cinema e le arti.

WebForAll: la task force solidale del web

Snoopy: click here to save the world
In un momento di riflessione circa l’utilità sociale del mio lavoro (parlare di utilità sociale del marketing a qualcuno potrebbe sembrare uno sfacciato ossimoro, ma vi prego di seguirmi), ho pensato che se mi mettessi in proprio mi piacerebbe scegliere alcuni progetti solidali a cui dedicare il mio lavoro in maniera gratuita, solo perché lo meritano. Poche settimane dopo, non potevo credere al fatto che ci fosse qualcuno che stava già realizzando – in maniera strutturata – un’idea simile e anche migliore. Nasce a Bologna il progetto WebForAll, allo scopo di realizzare servizi digitali web-oriented per associazioni non profit impegnate nel sociale. Il 24 e il 25 marzo una task force di creativi si è riunita per realizzare una serie di progetti in un weekend di lavoro solidale e collettivo che ha riunito professionisti nel settore web provenienti da varie città. Ho chiesto a Paolo Leone, uno dei fondatori del progetto, un bilancio delle due giornate per raccontarci com’è andata…

Un bilancio più che positivo! Siamo andati oltre ogni previsione, sia per quanto riguarda la realizzazione dei lavori sia sotto il punto di vista della partecipazione.
Un po’ di numeri per capirci: 
– 20 volontari provenienti da tutta Italia e non solo (Roma, Cesena, Bergamo, Bruxelles per citarne alcune);
– 8 associazioni non profit presenti per seguire le fasi di sviluppo;
– 9 siti realizzati, alcuni completamente nuovi altri restyling di siti già esistenti;
– 5 talk tenuti in contemporanea allo sviluppo;
– Oltre 80 presenze, tra volontari, associazioni, relatori, visitatori, curiosi;
– Una valanga di tweet e live blog.
Quello che mi ha fatto molto piacere è stata la partecipazione, di tutti. Le associazioni, infatti, sono state coinvolte ed hanno partecipato attivamente alla realizzazione dei progetti; questo ha permesso loro di sentirsi parte integrante dell’ evento e le ha rese doppiamente felici.
Le associazioni che erano solo in veste di visitatori, invece, hanno partecipato attivamente ai talk facendo domande, esprimendo la propria opinione ed addirittura prendendo appunti. Stupendo.
Dall’altra parte, gli sviluppatori: semplicemente fantastici. Si sono messi davanti al loro pc ed hanno ideato, creato e realizzato. Sono venuti da ogni dove ed hanno portato con loro un entusiasmo ed una carica incredibile. Hanno collaborato tutti insieme, passandosi consigli e metodi; c’è chi ha imparato ad usare nuovi paradigmi di programmazione e chi ha imparato a lavorare in team con grafici e creativi. Ma il meglio è stato la sera. Ho organizzato, infatti, una cena con tutti in modo da socializzare e fare una sorta di brainstorming ed il risultato è stato … una serata fino alle 5 del mattino in giro per bologna correndo e cantando come matti 😀
Insomma un successo a tutto tondo: partecipazione, impegno, realizzazione ma anche divertimento e socializzazione.

Sarei curiosa di vedere i siti che avete realizzato!

Man mano che le ultime correzioni sono a posto e che i tempi tecnici di registrazione/migrazione del dominio ce lo permettono, stiamo pubblicando live tutto quello che è stato realizzato. E’ possibile avere una panoramica qui: http://webforall-project.it/portfolio .
Tuttavia il lavoro è stato non solo quello di costruire il sito, ma anche di insegnare alle varie associazioni come fare per mantenerlo ed aggiornarlo con propri contenuti. Insomma, abbiamo abbattuto anche una buona fetta del digital divide! 😀

Mi potresti tracciare un piccolo identikit dei professionisti che hanno aderito? 

Non solo professionisti, ma anche studenti, appassionati. In generale però i volontari che hanno partecipato allo sviluppo erano tutti ragazzi tra i 22 e i 34 anni (sì, a 34 si è ancora ragazzi!). Alcuni di loro hanno alle spalle già anni di lavoro nel settore, per altri è stata una prima volta nel mondo del lavoro (passami l’espressione). In maggioranza erano uomini, ma c’è stata anche la partecipazione di alcune ragazze.
La cosa comune  tra tutti è stata lo spirito di iniziativa e l’assoluta serietà: finchè il sito non è stato completato, non si sono alzati dalle sedie. Neanche quando ho indetto la pausa pomeridiana per patatine e birra! 

Prossimi progetti in cantiere per Webforall?

In cantiere ce ne sono molti, in attività ce ne sono alcuni. Oltre a concludere la pubblicazione di quelli realizzati nel weekend, stiamo già collaborando per la realizzazione di altri progetti (non solo siti) con varie associazioni ed ONLUS. Al momento siamo in una prima fase di analisi, ma ben presto partiremo con dei nuovi sviluppi… che ti racconterò tra qualche settimana! 😉
Oltre questo ovviamente c’è l’intenzione di una seconda edizione. E di una terza. E di una quarta! Siamo in contatto con varie realtà che ci danno supporto per l’organizzazione ed il sostegno economico e che ci lasciano ben sperare per il futuro.
La mia idea, ed il mio sogno, è quello di realizzare qualcosa di sostenibile che mi permetta di offire un servizio gratuito ma al tempo stesso mi permetta di remunerare tutti coloro che vi hanno partecipato.  E’ un percorso difficile, lo so, infatti per il momento mi accontento di aver creato un bel gruppo di persone con cui collaborare per la creazione di progetti socialmente utili.
Insomma tanta roba, la voglia c’è e le opportunità non mancano… basta solo riuscire a ritagliarsi un po’ di tempo!

Che cosa dire di più?! #Sapevatelo! 😉

Vivere freelance: una nuova istigazione a fare da sé di Luca Panzarella

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Luca Panzarella, Vivere Freelance
Vi ho già raccontato del mio incontro con Luca Panzarella e di come sia rimasta colpita nel suo entusiasmo un po’ bohemienne. Nello stesso post vi ho parlato del suo viaggio dell’eroe precario. Ebbene, sembra che ci abbia preso gusto: non fai a tempo a scaricarne uno, che subito lui sforna un altro ebook. Luca Panzarella è lo Stephen King  del pdf (per prolificità, ma con un maggior dono della sintesi), il fomentatore dei creativi da cubicolo, l’evangelizzatore della vita da freelance: ed è appunto Vivere Freelance il titolo del libro che voglio consigliarvi oggi. L’autore, imprenditore creativo e location indipendent (be’ chiedete a lui, non a me, cosa significhi), vi accompagna lungo la sua esperienza di freelance come potrebbe fare con un amico – o un fratello addirittura. È inusuale sentirsi dare del tu da un libro e magari all’inizio si può avere una reazione un po’ perplessa, ma è solo questione di righe perché i consigli autobiografici e spesso spudorati del nostro eroe precario inizino a piacervi e, come l’innesto di nolaniana memoria, inizino a ronzarvi nella mente come se fossero davvero idee vostre. Forse lo scetticismo busserà per chiedervi quanto di quello che leggete sia reale e quanto, invece, sia mitologia di branding, forse sarete tentati di chiamare il commercialista e scrivere la vostra lettera di dimissioni subito dopo aver letto il libro.

Dalle pagine di Vivere Freelance sgorga una totale ed esuberante passione e un ininterrotto incoraggiamento che fa appello al motore più forte della crescita umana: il desiderio di libertà e indipendenza. Tra le pieghe dei consigli pratici del tipo come fare a (farsi conoscere, stimare i propri prezzi, trovare clienti, promuovere la propria attività) e le naturali ammissioni relative alle inevitabili difficoltà, fa insistentemente capolino la vera ragione per cui bisognerebbe leggere questo ebook…

E, appunto, perché bisognerebbe assolutamente leggerlo? Per chi sta pensando di diventare freelance, probabilmente questo piccolo vademecum romanzesco può essere un utile punto di partenza. Vero è che chi ha già iniziato a inoltrarsi nelle discussioni sul web in merito al lavoro freelance, probabilmente dispone già delle informazioni che troverà in questo libro. Il plus di Vivere freelance è la carica motivazionale e la forza dell’esperienza resa pubblica. Ma non è tutto qui. Anche chi non desidera di mettersi in proprio in alcun modo, chi non ha mai pensato che lavorare senza padrone possa essere vantaggioso, anche chi pensa che di questi tempi parlare di vita freelance sia solo un cieco azzardo, dovrebbe leggere questo libro. Anzi, vi dirò di più: soprattutto chi si accontenta ma non gode, chi si lamenta della crisi incombente ma non ha in programma alcun cambiamento, chi sostiene che i giovani abbiano poche prospettive ma nel frattempo dimostra poca fantasia, soprattutto queste persone dovrebbero leggere Vivere Freelance. Perché questo ebook è anche il racconto sorridente e intelligente di come un ragazzo intraprendente e fantasioso possa muovere scacco matto alla crisi e inventarsi una vita fuori dagli schemi. Schemi che, sotto gli occhi preoccupati di tutti, stanno cadendo giù come castelli di carte.

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E, per finire, un’avvertenza: per leggere questo ebook dalla prima fino all’ultima pagina ci vogliono poche ore. Se sarà la vostra lettura prima di andare a letto, anche considerando che potrete essere molto stanchi, non durerà più di due notti. E, sempre considerata la stanchezza, andrete avanti spediti e senza pause: un capitoletto e subito il successivo, manco fossero biscotti, che una tira l’altro. Lo stile, come succede sempre con questo profeta siculo del fare-da-sè, è fluido, sintetico, accattivante ed empatico. E qui viene il mio avvertimento, perché finita la lettura (o nel mezzo di essa, ma sinceramente la vedo più difficile) non potrete esimervi dal perdervi nei numerosi link di approfondimento proposti dall’autore ed è qui che la lettura si complica e lievita a dismisura. E se dopo aver finito di leggere Vivere Freelance vi sentirete già con un piede fuori dall’ufficio, non salutate (per non dire di peggio) troppo presto il vostro capo, perché i percorsi ipertestuali che vi porteranno fuori dal libro potrebbero instillare in voi il benefico germe del dubbio.

Equilibrismi postmoderni: acrobati tra lavoro e vita privata

Lavoro VS vita privataAvete presente il brodo primordiale? Forse no, non c’eravate. O forse c’eravate, ma questa è una questione filosoficamente oziosa sulla quale preferirei non dilungarmi. Che ci foste o meno, cercate di immaginarlo: una roba color marrone nella quale tutto ciò che deve essere galleggia e guazza, in attesa di divenire. Più o meno è così che mi sento adesso. Una merda? No, non proprio, piuttosto un condensato di caotica anarchia di ispirazioni, bisogni, riflessioni, spunti: innumerevoli desideri ancora in nuce che spingono sulla realtà per trasformarsi in qualcosa di concreto. In altre parole, mi sento un (informe) grumo transitorio.
C’è un argomento in particolare attorno al quale gravitano molti miei pensieri ed è la gestione equilibrata del tempo. Non è una cosa da poco, lo so: il tempo è la nostra vita e la nostra vita è (nella limitata immanenza di una visione agnostica) tutto quello che possiamo essere. Lavoro, amore, famiglia, amici, hobby e passioni (senza contare le consuete due ore quotidiane perse a smadonnare nel traffico, possibilmente in ritardo e di corsa): qual è l’ordine che avete deciso di dare a queste cose (nell’ottimistico caso in cui abbiate scelto un ordine di priorità)? Qual è il giusto mix? Come fare a realizzare le proprie potenzialità (e possibilmente a guadagnare al contempo il pane quotidiano) senza farsi interamente risucchiare da uno solo di questi ambiti? Guardate questo video, riflettete, lasciatevi ispirare.
E poi, se volete rispondete alla mia domanda da cento milioni di dollari che è questa: qual è la vostra ricetta per far funzionare l’equilibrio tra lavoro e vita privata?

Giovani, carini e disoccupati

Si dice che per entrare nel mondo del lavoro bisogna avere esperienza. E così questa “esperienza” è diventata moneta forte in mano alle aziende che possono sfruttare il lavoro dei giovani.
Gli stage. Peggio del lavoro precario.
Stage significa lavorare in media otto ore al giorno senza vedere un euro.
Lo stagista è uno che salta da un’azienda all’altra, uno che non può definirsi disoccupato, ma deve chiedere ai suoi genitori i soldi per sopravvivere.
Lo stagista è uno che ha mandato decine di curriculum. Si è trovato a scegliere tra un lavoro porta a porta e uno con cui fare esperienza nel campo che preferisce e ha sceto l’esperienza. Poco conta se ancora per uno, tre, sei mesi si romperà la testa e/o la schiena gratis: si sforzerà di dimostrare le sue capacità.
Lo stagista sogna una precaria assunzione e farà di tutto per farsi notare.
D’altra parte, l’azienda ospite, in genere, ha realmente bisogno di sfruttare il lavoro dello stagista, ma trova più conveniente assumere un nuovo giovane carino e disoccupato con il quale sostituire il primo. Morto Francesco, un’altro fresco, no? Nel corso della prima settimana (due?) il nuovo stagista imparerà a svolgere i suoi compiti a pieno ritmo, senza il bisogno di scucire un soldo. Persino l’assicurazione la paga lo Stato.
Ormai si è diffusa tra le aziende e (quel che è peggio) tra i giovani, la mentalità del lavoro non retribuito, utile come esperienza. Funziona in tutti i settori, persino l’università preferisce l’emorragia di risorse all’investimento sulle nuove generazioni. Ci sono settori in cui è un po’ peggio – il giornalismo, per esempio, ma avrò modo di parlarne ancora – ma la moda del tirocinio/stage è ovunque.
Non sono la prima ad accorgersene (anzi, adesso anche la Comunità Europea sta aprendo gli occhi), ma questo sistema è solo un nuovo modo per:
  1. Sfruttare il lavoro
  2. Diminuire il numero statistico di disoccupati
  3. Ritardare il passaggio dalla gioventù alla vita adulta.
L’esperienza? Si dovrebbe fare sul campo, perché è verosimile (ma non è detto) che dopo anni di studio non si sappia faticare, ma dovrebbe essere retribuita – e non simbolicamente, ma abbastanza da garantire una vita dignitosa, pur mantenendo gradi diversi di carriera. Le generazioni che adesso occupano le posizioni importanti cominciavano a guadagnare appena trovavano il loro primo lavoro (e magari senza bisogno di laurearsi prima).
E lo spazio per noi?
Non parlo di me, ma non ci saranno delle persone in gamba, con talento e voglia di lavorare, sulle quali iniziare a investire davvero?
Grazie per l’esperienza.
Grazie perchè ci fate assaporare cosa significa fare gli straordinari: lavorare di sabato sera (mi è capitato) o nei festivi (idem), senza assaporare il frutto materiale del lavoro.
Grazie perché se non ci foste voi a fermarci, potremmo richiare di sentirci adulti troppo presto e di non goderci beltà e giovinezza.
Grazie perché voi avete potuto scegliere se diventare genitori, se costruirvi una casa o prenderla in affitto. Noi invece abbiamo il privilegio di restare eternamente figli.
Grazie!
Vi starete chiedendo: ho trovato uno stage? Sì. Lo farò? Forse, anzi, probabilmente.
(Se siete arrivati fino a quaggiù, nonostante la lunghezza del mio sproloquio, sappiate che oggi non mi va di sottoporvi i miei drammi esistenziali, preferisco discutere con voi di un argomento che mi sta molto a cuore. Non preoccupatevi, per rompervi le palle con i miei sbalzi d’umore ci sarà sempre tempo.)

Quo vadis, baby?

Si ricomincia sul serio – i giorni rosa di puro romanticismo non possono durare per sempre, anche se sarebbe bello.  Si ricomincia a trottare tra la casa e l’università, a cercare libri, a studiare, a trovare il borsellino vuoto quando sarebbe ora di fare un po’ di spesa, ad accettare incarichi per lavorare in un campo che forse non mi interessa più.
Oggi ho verbalizzato il primo esame della sessione. Altri due sono in preparazione.  Sono una studentessa universitaria, che altro dovrei fare? L’aspirante giornalista squattrinata, of course. Senza troppo entusiasmo sto facendo un sondaggio tra studenti della specialistica per il giornale (messaggio promozionale: a proposito, accetto candidature – fine del messaggio promozionale). Forse se sarò in gamba, svelta e pronta al sacrificio, per i 35 anni avrò uno stipendio vero.
Bene, scusatemi, tutti sanno con certezza quale sia il mio ruolo e magari la mia strada. Io mica tanto. Mi viene voglia di defilarmi dalla porta posteriore.
Senza inquietudine, sento che è arrivato il momento di muoversi, di fare dele scelte. Non credo sia un momento di crisi, perché mi sento estremamente serena. Credo che possa essere un momento di svolta – o forse un altro modo per mettermi alla prova. Studiare a tempo pieno e lavorare saltuariamente comincia a starmi stretto da un bel po’. Voglio iniziare a ballare. Voglio che la mia vita cominci. E per smettere di rimandare il mio ingresso nel mondo degli adulti, devo passare dall’autonomia all’indipendenza. Rispondere ai miei bisogni materiali.
Un lavoro al tempo pieno.
Che ritardi la conclusione degli studi, ma che mi faccia cadere con i piedi per terra quando gli studi saranno finiti (tra un’anno e mezzo? di meno? di più?). Perché non voglio essere lì a chiedermi “e adesso cosa faccio?” quando avrò in mano il fatidico (e inutile?) pezzo di carta.
Ne ho parlato con chi mi poteva ascoltare. Per avere pareri contrastanti. Non so se sia la scelta giusta, ma almeno è una scelta.