Frozen: sorelle a distanza

Anna ed Elsa in Frozen

Era solo una manciata di mesi fa. Accoccolata sul divano guardavo Frozen, credendo di trovarci solo una buffa storia di principesse, pupazzi di neve e incantesimi. Invece, l’incantesimo era che in quella storia c’ero io, venti anni fa. L’incantesimo era che in quella storia c’era mia sorella, venti anni fa. Io col mio stupido modo di tenere le distanze, tu con la tua gioia infinita di vivere, giocare e sognare. Avremmo dovuto dividere l’infanzia, ma io mi sentivo già adulta e così ti sono sempre mancata.

Chilometri di mondo, in mezzo a noi, mi hanno restituito una sorella più grande, ma sempre carica di sogni. Sei scesa dal tuo volo intercontinentale con un cartello che citava: “Do you want to build a snowman?”. E io quella scritta l’ho vista a malapena, mentre i miei occhi cercavano di comunicare al mio cuore che tu eri lì, davanti a me, dopo diciotto mesi in Australia. Non si torna dall’altro capo del mondo a sorpresa con un cartello in mano; ma questo è il tuo stile: fare cose estremamente belle con una sorridente leggerezza.

Sono passati pochi mesi da allora. E adesso sei nella mia stanza che impacchetti uno a uno i tuoi desideri, arrotolati in mezzo alle maglie e ai pantaloni di cotone. Questo pomeriggio partirai, per portarli in un altro lontano.

Voglio che tu sappia, sorella di sangue e di terra, che il tuo coraggio basterà per fare tutte le cose che vuoi e altre, che non osi nemmeno immaginare. Voglio che tu sappia, sorella di cuore, che attraverserei i sette regni per costruire quel pupazzo di neve ed essere finalmente bambina.

Il diavolo veste Prada, ma io no

Devo ammettere che quando ho visto Il diavolo veste Prada non mi ha colpita particolarmente: non avrei saputo immaginare che, a distanza di pochi anni, mi sarei sentita come la protagonista di quel film. Questa volta lo spunto per questa specie di rubrichetta sporadica che è Living in a Movie mi è stato imboccato da una persona vicina: è bastato un cenno perché tutti i pezzi del puzzle prendessero il proprio posto. Il che non significa che ho raggiunto una specie di consapevolezza karmica del mio destino, ma solo, più prosaicamente, che il 2011 mi ha fatto assomigliare molto alla protagonista, mentre ho collezionato, uno dopo l’altro, successi e sconfitte analoghi. Ve la ricordate Anne Hathaway in quel film?
Anne Hathaway in Il diavolo veste Prada
A parte il fatto che la Hathaway è un’ex modella e io, evidentemente, no, a parte il fatto che non ho il suo sorriso disarmante e il suo sguardo candidamente infantile, a parte il fatto che non solo non ho mai indossato un abito Prada, ma non ho nemmeno mai sentito nominare la maggior parte delle griffe haute couture… insomma, a parte tutto questo e a parte il fatto che non faccio (quasi più) la giornalista, ma mi occupo di marketing, io questa storia l’ho capita solo ora. Càpita.
A volte per sentire qualcosa bisogna solo aspettare il momento o la condizione giusti. Se vi pare, potete considerarmi una Andy Sachs bruttina e vestita decisamente male – e comunque sempre molto più cheap che chic. Avete mai avuto la netta sensazione di aver barattato tutto quello che di bello e genuino e reale avevate con qualcosa che poi non si è rivelato valere quanto vi sembrava?
Se viviamo in un’epoca in cui ognuno è venditore di se stesso, non inizia a diventare importante stare attenti a cosa si sta mettendo in vendita? Quali sono, alla fine, i termini dello scambio? Credo di aver fatto un cattivo affare. E la parte peggiore della storia è che in questo momento io stessa sono quel cattivo affare. Dov’è il mio senso? Si dice che ad ogni rinuncia, corrisponde una contropartita considerevole, ma l’eccezione alla regola insidia la norma…
Il diavolo potrà pure vestire Prada, ma io certi giorni ho la sensazione di non riuscire nemmeno a guardarmi allo specchio. E così si sarebbe concluso questo post, se non fosse che una mia amica mi ha fatto notare che in questo modo deludo il naturale bisogno di happy ending dei miei lettori: ebbene, io al momento un happy ending per non deludervi non ce l’ho proprio, ma mi sto aggrappando all’idea che i momenti peggiori siano i migliori per essere ottimisti. Quindi vi lascio con questa 😉

Era oggi – In nome del popolo italiano

In nome del popolo italianoRoma, primi anni Settanta. Muore in circostanze misteriose una giovanissima escort – be’ questa parola allora non era comune quanto oggi: nel film si usano una serie sinonimi con varie sfumature, dalle più oscure perifrasi fino a un chiaro e trasparente “mignotta”. Un magistrato scopre che tra i clienti della ragazza c’è un importante imprenditore, corrotto e marcio fino al midollo, e indaga sul suo conto. Il film è In nome del popolo Italiano di Dino Risi, interpretato da due giganti del calbro Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, e scritto dalla folgorante penna di Age & Scarpelli (I soliti ignoti, I mostri). Erano tempi d’oro per il nostro cinema: correva l’anno 1971. Dai genitori che lasciano che la loro figlia si prostituisca per il proprio benessere economico alle agenzie di “PR” che in realtà sfruttano la prostituzione, dai festini trash con donne vestite da meretrici e uomini in costume da gladiatore ai magistrati che vengono accusati di pregiudizio ideologico… non vi ricorda niente questa storia?
La nostra “mignotta” non muore, perché questo è il Paese della commedia e non del dramma. Un po’ più Natale con la casta che Gomorra, per intenderci: Ruby potrebbe essere presto protagonista di un reality britannico. A parte questo i personaggi del film In nome del popolo italiano sembrano presi dalle cronache di questo 2011. E non solo: certe battute sono tanto predittive da lasciare senza parole. Forse Dino Risi aveva consultato un indovino? O più semplicemente l’Italia e gli italiani erano e sono sempre gli stessi? Di solito i post di questa rubrichetta riguardano piccoli grandi eventi della mia vita privata visti attraverso una filigrana cinematografica. Questa volta è diverso, perché non sono l’unica a vivere in un film a quanto pare. Ci siamo tutti quanti.
A partire da Berlusconi e dalle sue amichette, Ruby in testa, fino ad arrivare al cosiddetto popolo italiano. Un popolo unito solo davanti ad una partita della nazionale; di poeti, santi, navigatori, ma oramai soprattutto di traffichini e cafoni. E peggio ancora: di indifferenti e disinteressati. Dove indifferenza e disinteresse sono il terreno di coltura per i soprusi, le furberie e la politica fatta a forza di magheggi e accordi presi in una camera da pranzo, quando non da letto. Mancava solo che Lorenzo Santenocito/Vittorio Gassman entrasse in politica per proteggersi dalla magistratura di sinistra… ma questo, mi sa, lo vedremo nella prossima puntata.
Come diceva Tomasi di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi“. A quanto pare, questo burattino a forma di stivale riesce a mantenersi sempre fedele al medesimo paradosso.

Eternal Sunshine. Change your heart… (tutti devono imparare prima o poi)

Eternal Sunshine of the Spotless Mind
Buongiorno. Joel si sveglia. Trova la sua macchina ammaccata e non sa perché. Prende il treno per Montauk e non va al lavoro, in un fottuto giorno di San Valentino del 2004. Irrequieto, un po’ depresso, solo. Buonasera. Non ho sonno. Tutto è in ordine, ma niente è al suo posto. Rivedo un film che ho già visto molte volte, in una qualunque sera d’ottobre del 2010. Irrequieta, un po’ depressa, sola.
Quasi un anno fa ho regalato questo film all’uomo che amavo. Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Era una richiesta d’aiuto travestita d’addio.
Significava: non dimenticare il nostro amore, non trattarlo male, non venderlo in saldo alla prima persona che ti chiederà di svalutarlo. Significava che certi amori “fanno dei giri immensi e poi ritornano“. Credo sia questo il vero significato del film: due persone che si sono amate saranno legate per sempre, nel profondo, persino al di là della persistenza del ricordo. Insieme al film c’era una lunga lettera, per dirgli che il mio sentimento sarebbe rimasto appiccicato al fondo dell’anima per molto tempo.
Sarebbe bastato così poco per fermarmi, allora. Invece sono andata. E come Clementine non ho avuto riguardi, “lo sai sono impulsiva”. Se avessi potuto, forse, mi sarei rivolta alla Lacuna Inc. anche io. Per fortuna è solo un film. Mi sono esibita nella rapida e autocompiaciuta riconquista di me stessa. Ho cavalcato il tempo, ripreso i fili di quello che volevo fare, che volevo essere, preso la vita a morsi. Dovevo lasciare pensare a tutti di esserne uscita meglio e più in fretta. Non lasciare nervi scoperti al dolore, negare l’amore.
Vivere, con invidiabile equilibrio. A ripensarci adesso è come se fossi scattata, sentendo sparare ai nastri di partenza di una immaginaria corsa. Mi sono accorta con costernazione che correvo affannata e sola, in una gara alla quale non avrei nemmeno voluto partecipare. Ho mentito a tutti e anche a me stessa: non potendo cancellare i sentimenti, li ho relegati nel rimosso; non potendo cancellare i ricordi li ho idealizzati, nel bene e nel male. Joel inizia a ribellarsi quando vengono intaccati i suoi ricordi migliori. Io ho fatto tutto da sola trasformando i temporali in bufere e la nostra complicità in un legame indissolubile.
Eppure, in qualche modo, non ho fatto che difenderci. Scappavo con l’immagine che avevo di te e la nascondevo nel profondo, contro i carri armati della nostra guerra. C’era sempre molto rimpianto e un’aura di ideale nei miei racconti della nostra storia, ma quando mi chiedevano se ti amassi ancora negavo perfino che fosse possibile. Mi ammantavo di quella indipendenza e stronzaggine post-femminista da Carrie Bradshaw dei poveri. Quando la mia amica è tornata con il suo ex, non potendo più difendere noi, difendevo loro. Temevo che si lasciassero, non volevo che fallissero.
Aiutare lei era capire me stessa, credere nel loro rapporto era immaginare un modo per far funzionare le cose, in questa proiezione distorta di noi. Cercavo il ricordo di te in ogni posto sbagliato: nei difetti altrui, nel dialogo di un film, in un libro, in una relazione senza senso. Torniamo indietro. Non era passata nemmeno una settimana, non ci eravamo ancora visti per parlarci, tu già mi facevi sapere di stare bene senza di me, di aver trovato la tua dimensione tra gli amici della tua amica.
Così, ho deciso di cancellare ogni speranza. La prima operazione chirurgica che mi ha permesso di vivere è stata credere che tu non mi volessi più, per questo c’era da sbrigarsi a eliminare ogni possibilità di tornare con te… Ti sto cancellando e sono felice, tu l’hai fatto a me per prima… come hai potuto farmi questo?
Tu mi facevi arrivare solo messaggi di menefreghismo, con qualche vanteria da playboy. Un po’ troppo ganzo per essere autentico. Sono arrivata a confrontare quello che raccoglievo da lontano e quell’uomo che avevo amato e a chiedermi chi fossi veramente tra i due e se mi fossi sbagliata in modo così plateale. Però non dicevo a nessuno di sentirmi tradita, perché era come se fossi stata una visionaria per tre anni e avessi dipinto nella mia testa un uomo che non era mai stato.
Penso a come ero prima e come sono adesso, ed è come se lui mi avesse cambiata. Non mi piaccio quando sono con lui, non mi piaccio più.
Qualcuno dice che ho fatto bene. Dicono che sono una persona migliore adesso. Di certo ho più successo, di certo sono più soddisfatta di me stessa. Be’ la domanda è: dovevo perdere l’amore per guadagnare me stessa? Non c’è in questo mondo un modo per amare l’unica persona che vuoi e contemporaneamente essere una donna che vive e si sente a suo agio nel mondo?
Mi scopro a desiderare di poter davvero cancellare tutto, solo per poterci regalare la possibilità di conoscerci di nuovo e incontrare il nostro destino incrociando i nostri sguardi. Come quel giorno al laboratorio, quando sono arrivata con una maglietta troppo scollata e dei jeans a vita bassa, che sembrava quasi mi mancasse qualcosa addosso. Ti sei girato a guardarmi, quando Valerio ci ha presentati, e sei diventato rosso. Così, quello è il primo ricordo che ho di te. Come quel giorno in macchina a parlare delle nostre vite precedenti, che ci siamo riconosciuti e non si può negare. Come quella sera in cui abbiamo ballato da soli, sulle note di Meravigliosa creatura, stretti nell’improvvisata pista da ballo della saletta di montaggio.
Come quel giorno in cui sei venuto a prendermi al centro commerciale dove facevo la promoter e avevi portato i dolci per festeggiare il mio compleanno. Avevi il piede zoppo e abbiamo festeggiato in macchina. E tu dicesti che era un po’ squallido, ma i miei occhi ti smentivano. Non sapevo ringraziarti abbastanza di essere lì. Come quando mi lasciavi sotto casa e io ero così felice che me ne andavo saltellando.

Come tutte le volte in cui abbiamo dormito insieme e mi svegliavo prima per vederti aprire gli occhi. Oppure fingevo di dormire più a lungo, aspettando che mi abbracciassi. Come quel giorno al mare in Sardegna, mentre i tuoi occhi si perdevano all’orizzonte e tu eri il mio orizzonte. Come il giorno del matrimonio di Giovanni e Chiara, che ci siamo guardati e tu mi hai detto di desiderarmi, così, dal niente. Come l’ultimo giorno quando mi hai detto, con il rimpianto già nella voce: “Quando stavi con me, non te le facevi mai le codette”. E io non ci potevo credere che usassi già il passato, non ci potevo credere che fosse tutto già deciso. Perdonare è possibile. Cambia il tuo cuore, ti stupirò.

Prima del tramonto: io, a metà strada tra Jesse e Celine

Prima del tramontoUn ragazzo e una ragazza si incontrano sul vagone di un treno che attraversa l’Europa. Non sanno niente l’uno dell’altra, ma bastano poche parole, o forse gli sguardi che malcelano il desiderio di trovarsi – e magari gli odori che noi non sentiamo – basta, insomma, la primissima impressione, unita forse a quella spensierata leggerezza che si ha a volte quando si viaggia, perché le due anime inizino a parlarsi. A parlarsi d’amore, senza dirselo.
Loro sono Jesse (Ethan Hawke) e Celine (Julie Delpy) e il film è un blabla movie ormai cult intitolato Prima dell’alba. È successo anche a me. Non era su un treno, sui sedili di una Seicento. Nessuno dei due era in viaggio, sebbene nessuno dei due fosse nella propria città. Non ci conoscevamo più di Jesse e Celine in quella notte estiva, nonostante ci fossimo visti già tante volte. E però fu così: subitaneo, consapevole, intenso e implicito il filo che ci legava. Completamente coinvolti eppure spaventati a morte, cercavamo di non dircelo, mentre i nostri sguardi già si promettevano l’amore. Molto tempo dopo, eravamo già al capolinea quando lui mi disse: “Noi ci siamo riconosciuti subito”. Era esattamente questo. Riconoscersi e capire che quella persona poteva capire tutto, sapere tutto, senza troppe spiegazioni. Oppure spiegandosi, ma solo per il gusto di accarezzarsi con la voce. Ma tutto questo importa poco, perché poi ci si perde. È successo anche a me.
È successo anche a Jesse e Celine, che però si sono ritrovati, non proprio per caso, nove anni dopo. Prima del tramonto. A Parigi. Nove anni sono lunghi e trasformano una ragazza idealista e sognatrice in una donna nevrotica e idealista. Mentre un americano easy-going e allegro può diventare un padre di famiglia deluso e vagamente malinconico. Entrambi, mentre la vita scorreva, avevano continuato ad amarsi – o, almeno, ad amare il ricordo di quell’unica notte insieme. E tra quello che avevano perso e quello che avevano dato, avevano due anime graffiate dal passato, terrorizzate all’idea di ritrovarsi (perché la paura si accompagna sempre all’amore, no?), pronte a buttarsi l’uno nell’altra, ma non ancora pronte a dirselo.
Ripartivano da lì, insomma. Però ci sono gli strati di vita che nel frattempo si posano sulle spalle di due romantici per vocazione. E io sento che sono a un passo dall’essere come Jesse. Lasciarmi alle spalle tutte le bellissime illusioni e vivere per avere quello che si dice normalità. Barattare le travolgenti passioni per un marito, una casa, una macchina, un figlio, un cane. E una quotidianità che gocciola come acqua sul fuoco. E allo stesso tempo so che sono a un passo dall’essere come Celine. A un primo sguardo forte e decisa, raffinata e con quel pizzico di nevrosi che dà un tocco più metropolitano. Subito dopo, lei si rivela in tutto il suo rimpianto, ricoperto bruscamente dalla frenetica ricerca dell’amore in tutti i posti sbagliati. Racconta a se stessa di essere arida e incapace di provare ancora quello slancio. Una donna delusa non tanto dagli uomini quanto da se stessa: ha avuto una collezione di relazioni, che le hanno lasciato soltanto profonda amarezza.

Un mosaico di buchi. E dietro questi buchi, l’idea di quell’unico uomo che sarebbe potuto essere giusto, ma che la sbadataggine della giovinezza o una serie inevitabile di errori hanno trasformato in un grande, irraggiungibile, rimpianto. Poi, insomma, tutto il resto è… solo un film!

Non così cattivo: il monologo finale di Trainspotting


RentsRents:
Allora perché l’ho fatto? Potrei dare un milione di risposte tutte false. La verità è che sono cattivo. Ma questo cambierà, io cambierò, è l’ultima volta che faccio cose come queste, metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita.
Vi regalo una scena del mio film preferito. Una citazione così è un simbolo ed una promessa di quello che voglio avere davanti a me e di quello che voglio lasciare alle mie spalle. Perché a volte è nel momento stesso in cui ti alzi di scatto e decidi di andartene, che capisci di voler restare.
Ho detto tutto, niente altro sarà aggiunto sulla questione.

Generazione Mille Euro: mi chiamo Silvia, e sono un luogo comune

Una scena di Generazione Mille Euro

Da un secolo non scrivo su un film, ho interrotto persino la partecipazione alle anteprime: tutto questo per stringere i denti e risparmiare il mio tempo diviso tra la tesi e il lavoro (precario) e – ammetto – tutta una serie di altre piccole cose a cui proprio non posso rinunciare, se voglio sentirmi ancora viva.

Ieri sono andata con Gabry e sua cugina a vedere Generazione 1.000 euro e se non scrivo qualcosa credo che oggi non riuscirò a concentrarmi su nulla. Qualche volta la voglia di scrivere è così. Allora mi levo il dente.

Io lo sapevo che era la mia storia, ma in effetti siamo così poco originali che di questi tempi è la storia di molti. In estrema sintesi: lavoro precario, abitazione precaria, amore precario. Come se fosse una fottuta concatenazione logica. Come dire: se i soldi non sono certi, perché qualcos’altro dovrebbe esserlo?

Viviamo nell’unico periodo della storia in cui i figli stanno peggio dei padri e la nostra risposta qual è? Mangiare sushi!

Già. Siamo quelli che non usano il salvadaniaio, non hanno soldi sotto il materasso e hanno il conto in banca in rosso. O ci sono gli ultimi 6 euro, aspettando la fine del mese. E viviamo di privazioni? In effetti no: non rinunciamo mai se ci viene in mente di andare a cena fuori o di fare un viaggio (rigorosamente low cost, però) o di spendere un centinaio di euro in libri che ci piacerebbe leggere. Be’… forse rinunciamo a fine mese. Insomma i soldi sono quelli, abbiamo capito che non diventeremo mai ricchi e non ci interessa risparmiare, anche se non sappiamo dove saremo tra 6 mesi (nel mio caso 9, ma è lo stesso).

Io sono Matteo in gonnella (più spesso in jeans). Passo le mie giornate nel settore marketing di una multinazionale a fare un lavoro che non mi soddisfa, relegando negli spazi vuoti ciò che amo fare. Nemmeno mi preoccupo se il contratto sarà rinnovato, anche se non penso che “quello che mi accade non mi riguarda“. Semplicemente, ho fiducia nel fatto che me la caverò e so di aver visto tempi peggiori. Nemmeno io, comunque, credo più ai sogni.

Quello che mi fa incazzare di più? Il fatto che mi dicano che sono fortunata. Credo piuttosto che siamo tutti sulla stessa barca che fa acqua da tutte le parti. Io i giovani precari li conosco tutti: stagiste in attesa di un contrattino, dottorandi che inseguono i professori, aspiranti insegnanti che fanno supplenze qua e là, ragazzi che piuttosto che mollare fanno due lavori contemporaneamente.

Vivo in un appartamento poco confortevole, in una grande città lontana chilometri dal paese in cui sono cresciuta, con lo spauracchio costante di non farcela e di dovere ritornare a casa. L’unica cosa che non sarei capace di sopportare e che vivrei come un fallimento è la scelta più facile e comoda. Non sono una bambacciona, sono solo precaria.

La mia vita sentimentale negli ultimi sei anni è stato tutto un lasciarsi e riprendersi, persone che sono state solo parentesi, una continua paura di stare insieme o bloccarsi di fronte a qualcosa di stabile. Storie a tempo determinato, con cui si potrebbe riempire un curriculum fatto di piccoli svaghi e piccoli fallimenti.

In tutto questo non so se rallegrarmi o preoccuparmi del fatto che, a differenza del protagonista del film, io ho solo 25 anni.

Tutta la vita davanti

Mi hanno detto proprio così: “Hai tutta lavita davanti!“. E mi sono passate davanti agli occhi le scene del film di Virzì. Ho riso nel pianto.
Ma è vero: ho tutta la vita davanti. Comunque vada… E allora sapete che c’è? Ricomincio a sorridere, soprattutto a me stessa.
Sono crollata come un gigante dai piedi d’argilla di fronte a un sogno infranto. Ed ora, a fatica, mi rialzo. Spero il meglio e mi aspetto il peggio.