Persepolis: come m’incanto

Persepolis
Incastonata in una giornata densa di emozioni forti, la visione di Persepolis è stata una commovente piccola gioia. Una cioccolata calda di passioni, aromatizzata da delicate ironie. Una lama tagliente che ritaglia nel cuore cicatrici parzialmente rimarginate. Un quadro che mette a nudo il sangue delle vittime di una guerra e di un regime e la miseria di un Paese vicino e lontanissimo. Persepolis è un film d’animazione che ha un’anima pulsante.
Delizia per gli occhi nei grafismi vitali di Marjanne Satrapi, che emanano un profumo di fiori. Linee che fluttuano leggere o che si stagliano nette. Bianco e nero che si incide negli occhi della mente e che obbliga a seguire un certo respiro. Figure che sembrano persone reali.
No, non vi dirò niente sulla trama del film, non mi perderò nel dirvi che è tratto dalla graphic novel autobiografica della Satrapi, non farò commenti sulla brillante nonnina o sulle situazioni drammatiche, né sulle avventure di Marjanne in patria e in Austria. Persepolis è una piccola perla, un inno alla vita.
Qualcuno ha scritto che non se ne può parlare male e come dargli torto? Riempiamo le sale quando ci sono film come questi, torniamo a vederlo una, due, tre volte come se fosse un rito di preghiera alle Muse – perché qui si fa baccano contro i distributori italiani, ma poi vai a vedere questo film e in sala ci sono meno di dieci persone. Ma allora Moccia ce lo meritiamo proprio…
Per inciso, tra Ratatouille e Persepolis io non avrei avuto dubbi sull’Oscar al miglior film d’animazione. Ma è chiaro che per l’Academy sarebbe stata una scelta troppo anticonvenzionale.

Indicazioni terapeutiche: una pillola un po’ amara, favorisce l’empatia con la condizione iraniana e riesce persino a infondere gioia di vivere.