In un mondo migliore: il paese senza meraviglie

In un mondo miglioreL’amicizia tra due bambini illumina contraddizioni familiari e difficili realtà sociali. Questa potrebbe essere, in mezza riga, la trama dell’ultimo film di Susanne Bier (Non desiderare la donna d’altri, Noi due sconosciuti), ma se questa sintesi vi porta a immaginare un film per ragazzi colmo di buoni sentimenti e infantile ingenuità allora c’è ancora qualcosa che dovete darmi il tempo di spiegare. Il film presentato al Festival Internazionale del Film di Roma, che uscirà in Italia il prossimo venerdì, non è affatto una favoletta, anzi è spigoloso, moralmente ambiguo, disincantato. Dipinge le figure di due bambini, che si staccano nettamente dal nostro immaginario, covando contraddizioni, i dolori e violenza.
Due giovanissimi border-line, che non vengono dalla periferia malfamata o dalle favelas, ma dal cuore della società borghese: Elias (Markus Rygaard), figlio di due medici, continuamente preso di mira dai bulli della scuola, e Christian (William Jøhnk Nielsen), figlio di un ricco imprenditore, che reagisce al lutto della perdita della madre con una aggressività inquietante perché estremamente razionale e machiavellica. Il loro incontro determina l’incrocio delle loro due famiglie, che attraversano entrambe un periodo difficile: mentre nella famiglia di Christian, come già detto, la perdita della figura materna è alla radice degli squilibri, in quella di Elias sono la crisi matrimoniale e le ripetute assenze del padre a rendere la casa un posto estraneo, in cui è inutile cercare comprensione.
Contro l’istituzione familiare si punta il dito accusatore della Bier, che, attraverso una trama ricca di momenti drammatici e di tensione, vuole mostrare quanto essa non sia all’altezza dei problemi che la assediano dall’esterno, ma anche dall’interno. Il film batte selvaggiamente su questo punto, mostrando le debolezze degli adulti e la loro incapacità di essere guide, perché troppo deboli e contraddittori (Anton, al secolo Mikael Persbrandt), troppo apprensivi (Marianne, interpretata da Trine Dyrholm) o troppo distanti (Claus/Ulrich Thomsen). Al di là delle posizioni che si possono avere sull’argomento, la regista danese riesce a portare, attraverso una storia, una intelligente analisi di come il disagio possa essere assorbito e reinterpretato dai più giovani in modo del tutto imprevedibile. Un applauso al giovanissimo Nielsen, che col suo sguardo di ghiaccio e promette veramente bene per gli anni a venire.
Indicazioni terapeutiche: una amara critica sociale per vaccinarsi da un certo buonismo di matrice catto-borghese.