Tra televisione e social network l’advergame e il nuovo format di iLIKE.TV

L’altro giorno mi sono ritrovata dentro uno spot televisivo, la mia faccia andava in onda persino sul tg nazionale: magie dell’advergame (come dice la parola, pubblicità/gioco con cui gli utenti possono interagire). Parlo della curiosa campagna pubblicitaria di iLIKE.TV, che tra Facebook e affissioni sui tram cittadini di Milano e Roma, sta facendo riecheggiare e (letteralmente) girare il claim “Io vado in onda. E tu?”.

Su Facebook gira il loro spot virale che interagisce con il profilo di ogni utente: così tutti sono protagonisti dello spot, poiché vede al suo interno i contenuti del proprio profilo. In questo caso la scelta di un advertising aggressivo sui social network è perfettamente in linea con il target (14 -34) e con il concept della nuova televisione. iLIKE.TV, edita da Arkimedia, è fruibile su Sky (canale 170), su digitale terrestre, su YouTube in streaming 24 ore al giorno e all’interno dell’applicazione Facebook dedicata. Il suo proposito è creare una piattaforma di contenuti televisivi che interagisca continuamente con i suoi spettatori tramite i social network. Un progetto ambizioso, che si nutre della condivisione e del coinvolgimento degli spett-attori.

iLIKEtv

iLIKE.TV

L’interazione con il flusso dei contenuti del canale è possibile attraverso un’app gratuita. All’applicazione, sia per iPhone sia per Android e altri sistemi operativi, si può accedere solo attraverso il proprio account Facebook – da parte mia spero che in futuro ci siano altre possibilità per chi non è sul social network per eccellenza o per chi non vuole condividere le proprie informazioni. Le sue funzioni sono al momento quattro: l’instant messaging, la possibilità di comunicare il proprio status, la creazione di piccoli album fotografici a tema con le immagini presenti sulla propria pagina Facebook e la possibilità di vedere il risultato di ciascuna di queste attività in diretta sul canale.

Dal mio punto di vista iLIKE.TV rappresenta senz’altro un punto piuttosto evoluto, anche se non (ancora) il punto d’arrivo di un processo di mediamorfosi televisiva.

Era la fine degli anni Novanta quando Fidler, uno studioso della comunicazione, si era accorto che la vecchia formula della lotta per la supremazia mediale aveva poca vita davanti. Video Killed the Radio Star (cantavano quelli)… ma davvero? E anche se fosse, avrebbe potuto la Rete uccidere il video? L’idea di Fidler era semplice quanto rivoluzionaria: la sua teoria, se vogliamo, è l’antico motto “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” applicato ai media e prende il nome di ascendenza classica di mediamorfosi.

Da un po’ di tempo si osservano corteggiamenti e avvicinamenti tra tivù e web: mentre il web diventa sempre più ricco di contenuti video e web-tv, la televisione tradizionale include personaggi pescati dal web (vedi Social King) oppure dialoga con i social media (molte trasmissioni usano gli hashtag su Twitter in maniera consapevole e utile). In questo contesto di caccia agli utenti televisivi più giovani (di cui per decenni si è paventata la fuga), iLIKE.TV è un ibrido da tenere d’occhio per scoprire, nei prossimi mesi, quanto il canale saprà tenere fede a questa sfida e crescere con essa.

[Duemila]Undici consigli sui social media da portare nel 2012

Ho pensato di raccogliere una lista di avvertimenti preziosi da portare nel nuovo anno: come ottimizzare la presenza sui social media? Quali sono i trend da tenere presenti per il futuro?
Social media
Magari vi potrà sembrare strano, ma ho scelto di partire dal mezzo più vecchio della costellazione social – il blog, affidandomi, però, a dati recentissimi.

  1. I blog sono in ottima salute e la blogosfera non smette di crescere Da più di un decennio si parla di fine della carta stampata, ma nonostante questo i giornali e soprattutto i libri restano baluardi inespugnabili del passato e non hanno mai smesso di contribuire alla costruzione del futuro (in barba ai tanto declamati tablet e non solo a quelli). Una cosa simile accade per i blog che, nonostante abbiano appena una quindicina di anni, alcuni hanno già dato per morti a causa dell’ascesa dei grandi social network. Per fortuna si sbagliano. Mi potrei appellare alla mediamorfosi scomodando Fidler e la mia laurea triennale, ma per evitare di annoiarvi (visto che siamo solo al primo di 12 punti) mi limito a dire che il vecchio non viene spazzato via dal nuovo, piuttosto vi si adatta e in molti casi ne assume alcuni tratti. Applicando questo discorso alla blogosfera, pensare alla sua morte per mano dei social network è stata una previsione affrettata e piuttosto miope. I dati più recenti ci dicono che i blog continuano a crescere e sono sempre più interconnessi con il tessuto economico, ma, anche, sempre più dipendenti dalla promozione sui social network, in un sistema complesso e sinergico. Se la crescita della blogosfera non disegna una curva impressionante come quella che ha caretterizzato altri social media, è vero che il numero di blog aumenta costantemente insieme con la loro qualità: assistiamo ad un continuo aumento dei blog aziendali e dei blogger professionisti. Per i blogger:  i social media sono un’opportunità e non una forma di concorrenza, come quasi tutti hanno capito, il cardine della strategia è l’integrazione. Per i brand:  in un panorama social che sembra fluire in un continuo presente, i blog realizzano il giusto equilibrio tra aggiornamento continuo e contenuti di valore che si sedimentano nel web. Ecco perché i blogger sono sempre ottimi interlocutori nelle campagne di social media marketing e PR. Per approfondire lo stato della blogosfera e la relazione tra blog e brand, leggi l’ultima ricerca di Technorati (novembre 2011).
  2. I social network non sono tutti uguali Ok. Forse per qualcuno questa sarà pure la scoperta dell’acqua calda. Ma anche no. Troppo spesso tendiamo a feedarci dell’idea che basti condividere un po’ ovunque per moltiplicare gli accessi a un sito. Se vi accontentate di poco può anche funzionare, ma se il vostro obiettivo è davvero quello di ottimizzare la crescita, allora è necessario riflettere  sulle specificità di ciascun mezzo e di ciascun canale. I feed RSS e la sincronizzazione tra i diversi social media hanno il grosso vantaggio di aggiornare contemporaneamente tutti gli account social, ma finisce lì. Chi vuole essere presente su un social network sa bene che offrire uno specchio aggiornato dei contenuti di un sito non basta: per esperienza posso dire che gli RSS di un blog su Facebook generano meno engagement di altri tipi di update come gli status o le domande, allo stesso modo un account Twitter che propone solo link non tende a non avere molti follower. In un mondo ideale oltre ai link verso un sito bisognerebbe produrre contenuti originali per ciascun account social, nel mondo reale – e per assenza di tempo – è preferibile concentrarsi in questo modo su due/tre social network, piuttosto che generare una infinita quantità di duplicati. Anche quando si propone essenzialmente lo stesso contenuto, è utile provare ad adattarlo al mezzo utilizzato con tutti gli accorgimenti necessari (per esempio un hashtag su Twitter piuttosto che un il tag a una pagina su Facebook).  Prima di condividere vale sempre la vecchia e mai oziosa domandina: qual è il plus che sto offrendo a chi mi legge? In breve: Identità non significa copia-incolla. Differenziare l’approccio ai diversi social network è la chiave per ampliare e non solo consolidare il proprio pubblico.
  3. Ottimizzare il tempo Non so voi, ma io spesso mi stupisco di come l’overload informativo tenda ad appiattire la quotidianità in un presente fluido in cui abbiamo la continua sensazione di correre restando perennemente indietro. Gli eventi, grandi e piccoli, personali e pubblici, si affastellano e si sovrappongono in un disordine e con una rapidità tali, che è sempre più difficile tenere le redini del proprio tempo vitale, tenere separati i diversi ambiti della vita e farsi un’idea dell’epoca che stiamo vivendo. Di sicuro i vecchi paradigmi dicotomici che prevedevano una distinzione rigida tra pubblico e privato, professionale e personale, presente e passato, si sono infranti contro una nuova percezione del tempo in cui i confini di ogni cosa sono sempre più labili e le distanze fisiche e temporali sempre più brevi. Sull’argomento, vi consiglio di leggere il bellissimo post di Andreas Voigt sul blog Innovando. In questo contesto dalle implicazioni molteplici e complesse, un problema pratico e quasi banale da risolvere è questo: come faccio a ottimizzare il mio budget di tempo tra le varie attività, a partire dal tempo speso per informarmi e per aggiornare i social media, fino al tempo da dedicare alla mia vita privata? Poche settimane fa ho trovato molto interessante la pomodoro technique, spiegata da Stefano Mizzella a Smart&App (a proposito di risparmio di tempo, io andrei dritta al minuto 8:45). Il segreto: creare degli slot rigidi di tempo in cui ci si concentra al massimo su un’unica attività o, perlomeno, inventarsi delle abitudini/riti di consumo del tempo, in cui ogni cosa ha il suo spazio. Aggiungerei soltanto: non dimenticatevi di respirare! 😉
  4. Think social, go local [Scusate ma non ho potuto fare a meno di cedere alla tentazione anglofona – d’altra parte da una che ha chiamato il blog Cup of brain non ci si può aspettare di meglio.] A nessuno sarà sfuggita la popolarità di Foursquare (che, almeno tra i miei contatti, ha raggiunto il suo picco massimo intorno al periodo estivo) caso che quest’anno è stato sotto gli occhi di tutti e che ha incrociato le connessioni virtuali con la vita sociale reale outdoor. Morale? Anche i geek hanno una vita sociale outdoor, ma soprattutto… il cerchio è destinato a chiudersi e tra le opportunità offerte dai social media c’è un intero ventaglio non pienamente esplorato di soluzioni a basso costo per le PMI a carattere locale.
  5. Gamification  Anche qui il popolare Foursquare fa scuola (ma non è il solo): nessuno avrebbe mai pensato che tante persone sarebbero state disposte a condividere i propri spostamenti con amici e conoscenti, ma Foursquare l’ha trasformato in un’applicazione mobile davvero coinvolgente e virale. Le azioni quotidiane sono diventate l’ingrediente principale di un gioco la cui vincita è tutta in termini di reputazione e riconoscimento sociale, ma lo scopo finale è creare un’utilità che vada al di là delle dinamiche di gioco: un database in continua espansione di consigli e statistiche su luoghi dove uscire, mangiare, divertirsi, fare acquisti… etc. Facendo leva sul potere psicologico della sfida e del confronto con gli altri utenti il gioco si è diffuso in modo virale e diventa in poco tempo una vera e propria dipendenza. Non è una novità, tutt’altro. Come suggerito da questo articolo molto completo su Mashable, basta pensare alle raccolte punti, ai programmi Frequent Flyer, ai concorsi. Ciononostante le potenzialità aperte dai social media e dalle tecnologie mobile hanno aperto il campo alle più disparate evoluzioni e applicazioni, persino il tracciamento della pupù al duplice scopo di sensibilizzare e fare brand awarness. In pratica: il futuro sarà un gioco da ragazzi o, perlomeno, nei prossimi tre o quattro anni assisteremo ad una esponenziale crescita dell’uso di questa tecnica applicata al marketing, all’innovazione in azienda e probabilmente a molti altri ambiti (mi viene in mente l’istruzione, ma forse sono ottimista 😉 ).
  6. Google rende il web definitivamente social Non appena ho avuto modo di provare Google+ ho espresso la mia umile opinione sul social network del colosso della ricerca sul web, sui suoi punti di forza e sulle potenziali debolezze del progetto. Un ulteriore punto sul quale è interessante riflettere è il fatto che Google+ avvicina sempre di più il web all’utente, plasmando i risultati di ricerca a sua immagine. Ad esempio, se io cerco un qualsiasi termine su Google, una certa preferenza viene data alle pagine sulle quali i miei contatti hanno cliccato il famoso +1, a quelle riferite a risultati locali e a quelle più in linea con le mie preferenze di navigazione. In questo modo ciascun utente ottiene la propria pagina dei risultati, completamente personalizzata. Il problema è questo: se i miei risultati ricalcano le preferenze mie e del mio network… non rischio che il mio campo di ricerca venga ristretto e in qualche modo drogato dalle mie cerchie sociali e dai miei stessi limiti? Non si amplia il gap informativo tra i diversi gruppi sociali rendendo le differenze culturali più pesanti? Esperimento utile: se ogni tanto volete tornare alla ricerca “pura” potete provare a vedere i risultati senza una serie di miglioramenti (tra cui la geolocalizzazione e l’analisi della cronologia).
  7. Dalla reputazione al personal brand: siamo tutti personaggi Buttiamoci in mezzo anche Pirandello, che non fa mai male! Da quando i social media sono diventati un megafono in mano a chiunque, ciascuno di noi può avere molto più dei 15 minuti di celebrità predetti da Warhol. Praticamente, ognuno di noi vive con i fari continuamente puntati o, per meglio dire, decide su cosa e come puntarli in una quantità incredibile di modi e momenti diversi.  Un’esposizione fino a pochi anni fa impensabile richiede una certa dose di responsabilità nella scelta dei contenuti da condividere, in quali momenti e con chi – e qualche volta crea qualche situazione imbarazzante quando sono gli amici a diffondere cose che ci riguardano. La metafora salva-faccia. Oltre una certa soglia non ci si può più permettere di scrivere, dire e mostrare qualunque cosa e credo che tutti quelli che hanno superato il centinaio di contatti sappiano di cosa parlo. Quando sono indecisa penso ai social network come a luoghi fisici: dalla massima riservatezza della mail che corrisponde ad una abitazione alla massima visibilità dei contenuti pubblici su Facebook che potrebbe corrispondere più o meno all’atto di parlare con il megafono sopra il palco di una piazza affollata.
  8. Tra la quantità e la qualità c’è di mezzo la strategia I servizi per incrementare i fan su Facebook e i follower su Twitter sono diversi ed è aperto il dibattito per valutare se sia realmente vantaggioso o meno acquisire pacchetti a pagamento. Resta il fatto che un gran numero di persone in ascolto è ben poca cosa se manca l’engagement degli utenti – risultato che si può sperare di ottenere e mantenere nel tempo solo offrendo contenuti di qualità, interessanti per il target prescelto. E questo senza addentrarci nella discussione sulla teoria dei mille fan e sui modelli relativi alla proporzione tra fan attivi e non e diverse modalità di coinvolgimento on e anche offline. Indiscutibilmente prima ancora di porsi obiettivi quantitativi e di decidere come raggiungerli, bisogna disegnare una strategia di comunicazione che parta dagli interessi del proprio target connessi con l’identità che si vuole comunicare e, last but not least, con i risultati da raggiungere. In altre parole: prima viene “che cosa” e poi “a chi”. Lasswell docet.
  9. Prima di parlare ascolta Il nuovo metodo di ascolto si chiama monitoraggio. Esistono degli analisti che si servono di tool avanzati per rilevare quello che si dice online di un’azienda, di un brand o di qualsiasi altro argomento. Alcune società sono specializzate proprio in questo servizio, altre (come Ebuzzing, per cui lavoro) offrono queste analisi all’interno di una rosa di servizi di marketing. Come la maggior parte delle cose che si possono fare in rete si può fare anche a costo zero: infatti non manca una gamma di strumenti gratuiti di monitoraggio dei social media, per gli appassionati del fai-da-te (anche se questa opzione economica può risultare un po’ più macchinosa e dispendiosa in termini di tempo). Il punto: non si può più ignorare quello che si dice in rete, tanto vale farne un punto di partenza per arrivare al proprio target (lettori, utenti, clienti, cittadini…).
  10. La rivincita dei nerd Un bello scossone alla senescenza dell’occidente arriva da un esercito di ragazzini che hanno un’idea, la mettono in pratica e diventano milionari. Il capo è certamente il ventisettenne Mark Zuckerberg, ma non è il solo ad aver fatto il botto prima dei trent’anni. Forbes ha dedicato una classifica ai 30 under 30 più influenti. E in Italia? Qualche tempo fa parlavo con una imprenditrice di quanto sia difficile per noi fare lo stesso. Colpa probabilmente di un sistema universitario ancora elefantico, lontano anni luce dai vivai di eccellenze americani, ma anche di un sistema economico che tende a soffocare l’imprenditoria e rende difficile reperire i finanziamenti, che siano pubblici o privati. Aggiungerei una certa propensione all’individualismo e una (anche giustificata) mancanza di fiducia nel prossimo e il quadro si può dire completo. Da noi la generazione nerd si ribella contro una semi-schiavitù imposta da un sistema malato – penso al successo di #nofreejobs – o evade fuori frontiera, alla ricerca di opportunità diverse. Quindi? Se vogliamo ringiovanire questo Paese per vecchi, forse dovremmo iniziare a dare credito (e intendo soprattutto in termini economici) ai nostri nerd, prima che scappino tutti.
  11. Il panorama dei social network è un universo in piena espressione Se credete di assistere al più grande spettacolo dopo il Big Bang vi sbagliate: l’esplosione dei social media è appena iniziata. Come qualunque universo primordiale che si rispetti, anche il panorama social è caratterizzato da grandi astri destinati apparentemente a non tramontare mai, da meteore che dimenticheremo presto, da asteroidi che finiscono per schiantarsi su altri corpi celesti dando inizio a unioni impensate, da pianeti meravigliosi e dai loro satelliti. In ogni caso il momento in cui una maturazione del sistema porterà a una sua stasi e a un equilibrio difficile da modificare è ancora di là da venire. Dov’è il consiglio? Se avete un’idea, fanculo alla crisi: questo è il momento.

Siete d’accordo? Ho fatto questa lista sulla base delle mie esperienze, osservazioni e dei miei errori dell’ultimo anno, voi cos’altro aggiungereste?