Amleto: lo sguardo di Zeffirelli

Hamlet di ZeffirelliUn castello medievale su una scogliera. Il mare e il cielo: tutto è di un azzurro soffuso. L’inquadratura si stringe, la macchina da presa si avvicina al castello. Ai suoi piedi, un corteo funebre. Una dissolvenza ci trasporta in un buio sotterraneo dove una regina piange sulla tomba di un uomo – una scritta in sovrimpressione ci avverte che siamo nel castello di Elsinore, in Danimarca. Entra in scena Amleto. Non ne vediamo il volto, ma solo il braccio che getta il primo pugno di terra sul morto, indugiando, granello su granello. La telecamera si sposta orizzontalmente, risale lungo il braccio fino a inquadrare un uomo incappucciato che si accinge a voltarsi. Mentre si volta e noi riconosciamo Mel Gibson, una voce lo chiama “Amleto”.
L’Amleto che ha il volto di Gibson è un uomo d’azione, magari non un guerriero nerboruto, ma sicuramente uno scaltro stratega, al quale resta poco tempo per i famosi dubbi. Non manca il celebre monologo “essere o non essere”, ma qui significa chiaramente: agire o non agire? Dal momento in cui incontra il fantasma di suo padre, l’azione di Amleto e anche le sue riflessioni sono tese come un arco verso l’obiettivo della vendetta. Armato di rabbia, Amleto è una bomba a orologeria.
Le inquadrature di Zeffirelli rifiutano la claustrofobia del castello, la telecamera si muove vivace e indugia sui particolari, ignorando le regole compositive di un palcoscenico teatrale. Il montaggio è elegante, ma senza riposo: le inquadrature si susseguono con dissolvenze e stacchi continui, mostrando da vari punti di vista personaggi e azioni. Il testo shakespeariano è la base, ma la sceneggiatura è liberamente abbreviata, le battute sono spostate da una scena all’altra, le ambientazioni interpretate con fantasia, moltiplicando le scene e sfruttando anche gli spazi esterni. Tra il linguaggio delle immagini e quello verbale, Franco Zeffirelli sceglie le immagini.
Il film è di ampio respiro, vicino allo Shakespeare poeta universale, ma vicino anche a noi nonostante sia ambientato nel Medioevo danese. La scenografia curata da Dante Ferretti e i costumi di Maurizio Millenotti riportano in vita l’epoca con assoluta fedeltà: Glenn Close con le lunghe trecce e la veste bianca sembra uscita da un quadro fiammingo. E sull’iconografia medievale gioca molto anche la fotografia: della buia scena di lutto, ai paesaggi ampi che si estendono intorno al castello. Le musiche di Ennio Morricone accompagnano suggestivamente, ma con discrezione, le scene.
Indicazioni terapeutiche: shakespeariano sprone all’azione per soggetti che si facciano cogliere da amletici dubbi.

Braveheart – Cuore impavido: un eroe scozzese

BraveheartBraveheart è il secondo film diretto da Mel Gibson, un film epico che racconta la storia di un uomo che con il suo carisma riuscì a risvegliare l’orgoglio scozzese.
William Wallace è stato un patriota tra storia e leggenda. Realmente esistito, le sue vicende si perdono nei racconti eroici scritti secoli dopo la sua morte. Un uomo del popolo, come vuole la tradizione, vissuto seguendo l’ideale della libertà, dell’indipendenza dagli inglesi e dal sistema feudale.
Il film comincia cogliendo il piccolo Wallace nel momento in cui rimane orfano e uno zio lo porta a vivere con sé. Di quel periodo ci è dato di sapere soltanto che il piccolo sarà educato e istruito; al suo ritorno al villaggio al villaggio, tutto quello che vorrebbe è vivere in pace. Ma quando l’esercito inglese uccide sua moglie, lui non può più rifiutare di vestire i panni del guerriero: riprende l’eredità del padre e il valore della libertà e comincia a combattere. Il ritratto di Wallace è morale, quasi agiografico: le sue azioni rivelano i suoi ideali e la sua coscienza cristallina, nonostante il sangue che all’occorrenza fa scorrere. Mel Gibson interpreta il ruolo con passione, è un Wallace muscoloso e affascinante. In qualche caso il regista/attore non resiste a dipingersi con l’iconografia cristiana: umiliato dalla folla e poi in croce, ma sempre coerente e integerrimo. Notevole le interpetazione di Patrick McGoohan nei panni del re e di James Robinson, che interpreta Wallace da piccolo.
Un film ben fatto – e non c’è tanto bisogno che lo dica io, se vinse l’Oscar come miglior film nel ’95: non annoia nonostante la lunghezza, in varie scene commuove, meraviglia con i verdi paradisi scozzesi e diverte persino – stupendi Stephen, il soldato irlandese, e Hamish, l’amico d’infanzia di Wallace, nel vestire i ruoli di aiutanti anti-eroici. Studiati molto bene i rapporti tra i personaggi, che attraverso disegni diadici ne rivelano la psicologia: la dinamica tra Robert the Bruce e suo padre, tra la debolezza del primo e il calcolo del secondo; il confronto tra le due donne di Wallace; il rapporto tra il protagonista e Robert the Bruce sugellato da tradimento e pentimento… I dialoghi sono belli ed incisivi, come possono esserlo le parole ispirate a valori saldi. Eppure l’intensità emozionale non oltrepassa la mia personale barriera e resta diluita nel corso dell’intera visione – ennesima prova della mia insensibilità.
Indicazioni terapeutiche: una iniezione di valori assoluti e incrollabile fede nell’importanza delle scelte ideali dell’individuo.

Fuori controllo. E anche un po’ fuori forma

Fuori controlloMel Gibson si concede una pausa come regista e torna al tipo di film che lo ha reso famoso: pistola nella fondina e grugno duro, in Fuori controllo è Thomas Craven, un poliziotto cui hanno ucciso l’unica persona che avesse al mondo, sua figlia. Un uomo così non ha più nulla da perdere e desidera solo due cose: scoprire la verità e vendicarsi. Come è naturale, si mette a indagare sul caso e scopre che dietro la morte di Emma (interpretata dalla giovane e affascinante Bojana Novakovic, vista di recente in Drag me to Hell) ci sono segreti inquietanti e interessi pericolosi.

Sono passati sette anni dall’ultimo ruolo da protagonista dell’attore/regista americano, che afferma: “Se penso che una storia sarà affascinante e piacevole per il pubblico, allora salgo a bordo”. […]
Questa recensione è stata originariamente scritta per Cineclick e non è più disponibile nella sua forma completa.

Indicazioni terapeutiche: è un rimedio naturale contro l’insonnia, gli effetti ipnotici sono garantiti entro la fine del primo tempo. Controindicazioni: studi clinici hanno dimostrato che di fronte a un film d’azione così privo di azione e ricco di chiacchiere alcuni spettatori hanno preferito concentrare l’attenzione sulla Novakovic, rendendo di fatto vano l’effetto sonnifero. Altri effetti collaterali riscontrati: noia, senso di fastidio e nostalgia verso i tempi che furono, quando Mel Gibson faceva Mad Max o Arma letale o Braveheart e il mondo era un posto migliore.