La top 20 di Quentin

Quentin TarantinoL’inizio dell’anno è un buon momento per tirare le somme e fare classifiche. Mi piacerebbe condividere con voi la mia personale top ten, ma al momento c’è qualcosa di più interessante di cui (s)parlare: la top 20 cinematografica del 2010 secondo Quentin Tarantino. La prima cosa che mi viene da notare è che dal Festival di Venezia, dove era giudice, si è portato solo un film, che non era nemmeno in gara. In compenso, al quarto posto c’è un film italiano, quel Io sono l’amore che ha fatto guadagnare a Tilda Swinton il Nastro d’Argento.

1. Toy Story 3

2. The Social Network

3. Animal Kingdom

4. Io sono l’amore

5. Rapunzel

6. True Grit

7. The Town

8. Lo stravagante mondo di Greenberg

9. Cyrus

10. Enter The Void

12. Innocenti bugie

13. In viaggio con una rock star

14. The Fighter

15. Il discorso del Re

16. I ragazzi stanno bene

17. Dragon Trainer

18. Robin Hood

19. Amer

20. Jackass 3-D

Come sempre, un QT provocatoriamente pop! Fonte: Tarantino.info

La versione di Barney: essere straordinari senza saperlo

La versione di Barney
Robert Lantos, produttore del film La versione di Barney, era stato un grande amico, sostenitore e ammiratore di Mordecai Richler, l’autore dell’omonimo romanzo, scomparso nel 2001. A lui il leggendario scrittore ebreo originario di Montréal aveva mandato una copia manoscritta del libro, prima ancora che fosse pubblicato; da allora quel libro era entrato a far parte della sua vita, insieme al progetto di produrne un adattamento per il cinema. “Il personaggio di Barney mi parla” dice Lantos “È la storia di una vita pienamente vissuta, di un uomo con tanti difetti e vizi, ma con un buon cuore.” Come accade a volte con i progetti particolarmente sentiti, la sceneggiatura del film fu scritta più e più volte…

Ho scritto questa recensione per Cinema 4 Stelle: continua a leggerla.

Indicazioni terapeutiche: un effervescente rimedio contro la paura di essere inadeguati e la corsa verso un’accettazione che deve venire innanzi tutto da se stessi.

Promises Written in the Water: la furba incomunicabilità dell’artista

Vincent GalloVincent Gallo è stato senza alcun dubbio una dei personaggi più controversi e chiacchierati (secondo solo al presidente di giuria Quentin Tarantino) di questa 67esima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Inafferrabile per qualunque giornalista volesse avvicinarlo per un’intervista, vincitore della Coppa Volpi per la miglior interpretazione attoriale in Essential Killing di Jerzy Skolimowski, si è dato alla macchia al momento di ritirare il premio, mentre come regista si è presentato con un’opera ostica, ermetica e sfacciatamente intellettualistica, che è piaciuta ad alcuni lasciando perplessi i più: il lungometraggio Promises Written in the Water
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Indicazioni terapeutiche: ottima forma di distrazione per gli amici cinefili. Per esempio: siete alla cassa del supermercato e c’è una lunga fila di accaniti cinefili snob davanti a voi? Potete aspettare, oppure potete dire che nel cinema d’essai di vattelappesca è in programma il nuovo film del tormentato regista. Entro due minuti sarete fuori con i vostri sacchetti. Ottimi risultati anche all’inverso: c’è un ragazzo bruttissimo che non vi da tregua? Invitatelo a vedere con voi l’ultimo film di Gallo, dipingendolo come il vostro unico e vero mito. Dopo 10 minuti vi sarete liberate di lui. Attenzione: non funziona con i tampinatori cinefili.

Essential Killing: Gallo + Skolimowski = doppio premio alla Mostra

Vincent Gallo in Essential killingIl film di Jerzy Skolimowski (Segni particolari, nessunoMoonlightingSuccess Is the Best Revenge), presentato in concorso a Venezia e vincitore del Leone speciale della Giuria, ha estasiato buona parte della critica con la sua narrazione estrema sull’umana sopravvivenza, che fa in fretta a diventare disumana e animale. Difficilmente, però, potrà catturare il grande pubblico delle sale nostrane per via della sua esibita e tesa lentezza e il ricorso ad un ritorno al muto al quale una valanga costante di parole ci ha resi impreparati. Un film, comunque, che fa mette lo spettatore alla prova con una escalation di disagio e ansia…
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Indicazioni terapeutiche: indicato soprattutto per cinefili appassionati e pazienti, un inno amorale all’essenza animale, libera e primitiva dell’uomo.

13 Assassins: Miike e i samurai

13 assassiniTakashi Miike, il regista giapponese che, forse perché viene dal mercato dello straight to video, è più prolifico di Roger Corman, noto al grande pubblico italico per i suoi horror (Audition, The Call – Non rispondere) è un regista che non teme di osare con generi diversi, dal thriller sanguinario Itchi the Killer a Yattaman, tratto dall’omonimo anime, fino alla commedia nera Visitor Q. All’ultima edizione del Festival di Venezia Miike ha portato il supereroe sui generis Zebraman(sia l’originale del 2004 che Zebraman 2 sono stati proiettati nel corso delle notti al Lido) e il più impegnato film in costume 13 Assassins, che ha concorso per il Leone. Ambientato nel Giappone feudale, il film racconta l’epopea di tredici uomini che si opposero al dispotico potere del signore Naritsugu
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Indicazioni terapeutiche: fortemente indicato agli amanti della cultura nipponica, il film contiene guizzi sanguinolenti del geniale Miike.

Drei: un ménage à trois un po’ particolare…

DreiDrei, che in tedesco significa “Tre” è una commedia romantica agrodolce e sopra le righe, che sin dal titolo parla di un menage a trois molto particolare e di una coppia fuori dagli schemi, che riscopre l’amore allargando i confini del lecito e superando in questo modo una stagnazione emotiva. L’incipit del film ci fa entrare in maniera diretta nell’intimità dei due protagonisti: Hanna (interpretata da Sophie Rois) e Simon (Sebastian Schipper), che convivono senza essere sposati e senza avere figli, amandosi come fanno le coppie che ormai si conoscono come vecchi amici…

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Indicazioni terapeutiche: una cura alternativa alla ennui della coppia, che travolge con un senso dell’umorismo fuori dal comune.

20 sigarette: sconcertante sincerità

20 sigaretteUn film spietatamente onesto. Spiazzante. Tanto più perché si tratta di una storia vera, raccontata con grande sincerità e senza un briciolo di retorica eroica da colui che ha vissuto in prima persona un’esperienza drammatica come l’attentato a Nassiriya del 2003. Sette anni fa Aureliano Amadei (nella finzione interpretato dall’intenso Vinicio Marchioni) era un ventottenne come tanti altri, con il solito lavoro precario, l’amore precario e tutto il resto.

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Indicazioni terapeutiche: un sano sconvolgimento che desta qualunque spettatore dal sonno della ragione. Attenzione, la durezza di certe scene potrebbe avere come effetti collaterali malesseri vari e rabbia.

The Town: Affleck si fa in tre… e perde qualche punto

The TownCon Gone Baby Gone del 2007, Ben Affleck aveva esordito alla regia in modo più che convincente e non banale; d’altra parte, avevamo già avuto modo di apprezzare le sue qualità anche dietro le quinte di Will Hunting – Genio ribelle, sceneggiato a quattro mani con l’amico Matt Damon. Purtroppo con The Town egli si situa al di sotto delle aspettative che era riuscito a creare: perde originalità e acume nello sforzo di lavorare sia davanti che dietro la macchina da presa.

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Indicazioni terapeutiche: stimola la riflessione su come fattori esterni e ambientali possano influenzare l’individuo. Attenzione: un Ben Affleck romantico e rimesso a nuovo a colpi di palestra potrebbe stimolare gli ormoni femminili.

La solitudine dei numeri primi: due destini che si uniscono

La solitudine dei numeri primiI numeri primi sono divisibili soltanto per uno e per se stessi. Sono numeri solitari e incomprensibili agli altri.” Così dice Viola (Aurora Ruffino) durante la festa del suo matrimonio, ed è questo che Alice (Alba Rohrwacher) e Mattia (Luca Marinelli) sono: numeri primi. Due individui che vivono parallelamente i propri dolori personali e che poi incontrandosi si riconoscono a prima vista instaurando uno speciale legame di amicizia e comprensione.

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Indicazioni terapeutiche: un farmaco per la cura e l’accettazione di sé attraverso al comprensione dei propri traumi e la costruzione della consapevolezza che per quanto ci sentiamo soli, abbiamo sempre la possibilità di trovare qualcuno che possa capirci.

Una critica per caso: diario della Mostra del cinema Venezia 2010 – gli ultimi giorni al Lido

La versione di Barney
Siamo quasi alla fine del Festival. Tra meno di un’ora la cerimonia di premiazione svelerà i vincitori di questa edizione. Chi  può si è procurato gli inviti per vederla in Sala Grande, mentre noi scribacchini poletari siamo quasi tutti in sala stampa, in trepidante attesa dei nomi, tra rumors e toto-leoni. In questi giorni ho visto almeno un altro film degno di nota, coinvolgente, commuovente, causticamente ironico, ed è La versione di Barney di Richard J. Lewis, un onesto regista e sceneggiatore televisivo (CSI), che fa il salto allo schermo cinematografico in grande stile, adattando il famoso romanzo di Mordecai Richler e dirigendo un Paul Giamatti di altissima statura. L’attore, che gironzola ancora per il Lido, farebbe pensare a una Coppa Volpi.
Gradevole, divertente, sopra le righe e colmo di affascinanti guizzi di immaginazione visuale, ma allo stesso tempo macchiato da alcuni cali di stile abbastanza disdicevoli, Drei di Tom Wylker è un film sulla possibilità di rivedere le relazioni alla luce di una definizione di gender libera dagli schemi. Interessante.
Per la serie quei film che si possono vedere solo ai Festival (oppure scaricandoli illegalmente in qualche versione sottotitolata, ma questo non si dice): That Girl in Yellow Boots dell’indiano Anurag Kashyap. Film toccante, duro senza essere lagnoso, arrivato direttamente da Bollywood.
Visti anche: 13 Assassins, il film in concorso di Takashi Miike solito film di samurai senza particolari picchi di originalità; La solitudine dei numeri primi di Costanzo Jr. film senza infamia nè lode, che cerca di elevare se stesso attraverso una regia un po’ pretenziosa (la mia recensione è già su Cinema 4 Stelle); A Espada e a Rosa del portoghese Joao Nicolau, della folta schiera degli inguardabili; The Tempest di Julie Taymor, reinterpretazione shakespeariana in chiave fantasy dalla regista di Titus Andronicus.

Ultimissima ora: mentre Alex De La Iglesia è rimasto al Lido, Sofia Coppola pare sia appena sbarcata di nuovo. Nei prossimi giorni mi impegnerò a recensire tutti i film sui quali non sono ancora riuscita a scrivere: restate connessi!