The Artist ovvero, perché il silenzio è d’oro?

Non è certo notizia di ieri il successo del francese The Artist agli Academy Awards (dove, per fare un riassunto delle puntate precedenti, il film muto si è aggiudicato cinque Oscar) ma l’ho visto qualche giorno fa e non sono riuscita a evitare di dire la mia. 😉
The Artist | Scena 1

Un paio di mesi fa leggevo su Ciak un editoriale in cui commentando gli Oscar la Detassis parlava di vittoria della nostalgia. Ma è tutto qui?

La forza della sottrazione

Una recitazione fatta di sguardi e gesti, un ritmo scandito da poche parole, scelte con cura. Solo bianco e nero, nessun effetto speciale. Pochi attori. Negli anni Venti si trattava di fare di necessità virtù, ma oggi sottrarre al cinema elementi dati per scontati è un modo per riconquistare gli occhi dello spettatore. Catturare l’attenzione con poco, dove con molto si finisce per disperderla. Naturalmente la parte veramente difficile è affidata ai protagonisti Jean Dujardin e a Bérénice Bejo (il primo si è portato a casa l’Oscar, la seconda no) nei panni di George Valentin e Peppy Miller, capaci di rendere tridimensionale l’assenza di parole con il semplice essere personaggi nei loro corpi.

The Artist | Scena 2

Che ci sia romanticismo, nostalgia e una certa decadenza in quest’opera è evidente, ma il miracolo per cui tutto questo funziona si appoggia sulla consapevole e perfetta aderenza tra la tecnica e il senso. The Artist è una macchina del tempo che ripristina lo stupore della piccole cose, costringe lo spettatore ad affinare i sensi. Le musiche, le inquadrature, i tempi recitativi: tutto lavora in maniera sinestetica alla costruzione di una storia semplice, senza colpi di scena esaltanti, ma con un andamento pulito che istintivamente riconosciamo come il perfetto scorrere narrativo.

Si tratta di un’opera destinata a restare un unicum, irripetibile l’incantesimo del successo: è la mancanza di abitudine a rendere esotica la sottrazione, così com’è l’iterazione a trasformare gli effetti “speciali” in dejà vù. Il film di Michel Hazanavicius è una idilliaca parentesi, ed è un sollievo sapere che non possa esserci un sequel, un prequel, un emule, niente.

The Artist | Scena 3

Il discorso del Re

Il discorso del reNel periodo dell’annuale corsa agli Oscar, un film come Il discorso del Re, che esce all’indomani della notizia delle nomination, susciterà senza dubbio grandi promesse, entusiasmi, curiosità e qualche delusione. E sì, perché con ben dodici nomination* l’entusiasmo dell’Academy per il film di Tom Hooper è stato tale da sbaragliare film come InceptionThe Social Network (tutti comunque in corsa per gli Oscar principali).
Non si può dire che l’apprezzamento non sia motivato, anche se stupisce tanto hype per una pellicola forte soprattutto nella sceneggiatura. Ma si sa, gli Oscar a volte sono come Sanremo e i film che vincono non sempre sono quelli che restano nella memoria cinefila. Quindi, senza surriscaldarci troppo vediamo anche il film di Tom Hooper per quello che è, spogliandolo dagli isterismi pre-statuetta.
Il discorso del Re è un bel film – questa scoperta dell’acqua calda serve soprattutto a stemperare la freddezza dei due paragrafi iniziali, motivati soprattutto dal mio amore per alcune pellicole che non hanno avuto lo stesso trattamento – forte, come dicevo, soprattutto nella scrittura: nei dialoghi, certo, ma anche nella capacità di creare un climax narrativo e di delineare lo sviluppo dei rapporti tra i personaggi. L’altro punto notevole di forza del film è la recitazione, con un Colin Firth in grazia di dio nei panni del Duca di York balbuziente (mi permetto di aggiungere che, avendo visto il film in inglese e il trailer italiano, nel doppiaggio si perde molto di ciò che trasmette l’originale) affiancato da una moglie graziosa ma non per questo priva di carattere, che condivide per l’occasione con Tim Burton, l’affascinante Helena Bonham Carter.
Questo film, però, non sarebbe lo stesso senza il vero contrappunto di Firth, il co-protagonista maschile, Geoffrey Rush. Nei panni del logopedista che cerca di far guarire il Duca dalla balbuzie, l’attore australiano dà vita a un personaggio complesso che è un coacervo di contraddizioni: semplicità e ambizioni, frustrazioni e talento, sensibilità e durezza, stravaganza informale e animo mite, intuito e mancanza di etichetta. Tutto questo emerge con delicata eleganza, senza mai oscurare la parte di Firth, anzi, anche grazie a una sceneggiatura intelligente questo ruolo diventa lo specchio attraverso il quale vedere in profondità il protagonista.
Ma cos’è che funziona così bene in questo discorso? La sceneggiatura, la recitazione… ok, ma perché? Perché a livello emotivo il film di Hooper ha una forza che potremmo definire catartica in un modo curiosamente ironico. Mi spiego meglio. Per tutta la durata del film lo spettatore è portato a solidarizzare con il protagonista, un membro della famiglia reale che paradossalmente è decisamente uno di noi. Il Duca di York, Bertie per gli amici, è una persona umiliata nell’animo le cui ferite sono la radice vera e profonda della sua balbuzie, allo stesso tempo è una persona orgogliosa, che teme di portare alla luce le proprie debolezze personali, infine e soprattutto è un individuo profondamente arenato in una propria solitudine, che trova nel medico Logue/Rush anche il suo primo e unico amico.

In altre parole Il discorso del Re è un film su come l’amicizia possa maieuticamente esorcizzare le nostre paure e far emergere la parte più sincera di noi, la nostra forza e i nostri veri desideri. Il finale è liberatorio, ma al tempo stesso amaro ricoprendo il nostro orgoglioso sospriro di sollievo finale con una pesante consapevolezza tragica. * Visto che tutti lo ripetono, ma pochi scrivono il mero elenco delle statuette che pendono sulla corona di Colin Firth, ecco le 12 nomination di The King’s Speech:

  1. Oscar per il Miglior Film
  2. Oscar per il Miglior Attore Protagonista per Colin Firth
  3. Oscar per il Miglior Attore Non Protagonista per Geoffrey Rush (noticina personale: forse il più meritato di tutti)
  4. Oscar per la Miglior Attrice Non Protagonista per Helena Bonham Carter (che corre con l’insuperabile Jacki Weaver di Animal Kingdom)
  5. Oscar per la Migliore scenografia per Eve Stewart e Judy Farr
  6. Oscar per la miglior fotografia per Danny Cohen
  7. Oscar per i migliori costumi per Jenny Beavan
  8. Oscar per la miglior regia per Tom Hooper
  9. Oscar per il miglior montaggio per Tariq Anwar
  10. Oscar per la migliore colonna sonora originale per Alexandre Desplat
  11. Oscar per il miglior missaggio sonoro per Paul Hamblin, Martin Jensen e John Midgley
  12. Oscar per la migliore sceneggiatura originale  per David Seidler

Indicazioni terapeutiche: prendete un fazzoletto e preparatevi per una purificazione dell’anima. Fortemente indicato per tutti quegli individui che ancora temono di far emergere la propria vera natura.