Su “Una barca nel bosco” (e su come anch’io lo sono stata, un tempo)

Una barca nel bosco

Un paio di settimane fa sono stata a Cagliari per lavoro. È stata, in effetti, la prima volta che ho lavorato nella città nella quale sono nata. Ho lavorato soprattutto a Roma, ma mi è capitato di lavorare anche a Napoli, Milano, Torino, Bologna. Ho lavorato a Venezia, ho lavorato a Parigi – per una di quelle inderogabili “emergenze” del mondo digital che non possono aspettare nemmeno il tempo di una breve vacanza e che ti fanno girare per locali come in astinenza da wi-fi – e in generale ovunque avessi a disposizione un portatile e una connessione a internet. Non avevo mai lavorato nella città dove sono venuta al mondo e dove ho frequentato il liceo.

Forse è per questa ragione che attraversando le strade di Cagliari, tagliando da via Is Mirrionis fino a viale Trento e poi giù per viale Trieste fino alla stazione dei treni, ho percorso a ritroso la strada della memoria. Mentre sentivo per la prima volta che l’aria di Cagliari odora di salsedine e mare (che forse devi allontanarti molto, per tornare e riconoscere quell’odore, che non ci fai caso se tutti i giorni ti entra nelle narici) ho cominciato a sentire nelle mie gambe il cammino di quell’adolescente goffa che cercava la propria identità aggrappandosi forte a quella degli altri. Ho riascoltato frammenti di una conversazione, passata più di tredici anni fa.

Così mi è tornato alla mente Una barca nel bosco, che è stato il primo libro che ho letto sul mio Kindle, qualche mese fa. Mi è tornato alla mente perché è così che mi sentivo diciott’anni fa, quando ho iniziato il liceo e forse anche tredici anni fa, quando l’ho finito e ho lasciato il paese per non tornare più. Non venivo da una piccola isola nel Mediterraneo per studiare in una fredda città del Nord. Venivo da un paesotto nel mezzo del Campidano dove la terra si deprime – si dice così – sotto il livello del mare e da quella terra mi staccavo per avvicinarmi alla costa e alla città più vicina. A Cagliari mi sembrava di dover ricostruire da capo persino le mie più basilari idee del mondo – e in effetti così ho fatto: perché era l’adolescenza ed era il momento di mettere tutto in discussione.

Prima che qualsiasi altra cosa, mi sentivo aliena, mi sentivo una barca nel bosco, perché non avevo capito niente di vestiti e di moda (e più ci provavo e meno riuscivo a leggere il codice ermetico dei vestiti e delle scarpe), perché non avevo viaggiato abbastanza, perché non conoscevo i locali notturni cagliaritani, perché non andavo in giro in scooter. E soprattutto perché studiare non mi sembrava così male. Studiavo, in realtà, quasi solo le cose che mi piacevano. Nelle materie che non amavo mi trascinavo come il Leonardo di Caprio post-sbornia di The Wolf of Wall Street. Credevo che studiare sarebbe bastato per traghettarmi dalla provincia ai miei sogni (e se non è bastato di certo è servito, ma questa è un’altra storia).

A quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto anni sei solo una bozza (ma una bozza estremamente complessa) di quello che sarai e la cosa che ti preoccupa di più al mondo è trovare qualcun altro che ti comprenda. E provi a far scoppiare con le dita la solitudine gemella degli altri giovani alieni accanto a te, senza che ti riesca quasi mai.

Leggere il romanzo di Paola Mastracola, che nella scuola ci lavora da tanti anni, vedendo forse molte di queste barche desolate in mezzo ai loro boschi di solitudine, è stato come la mia passeggiata in una Cagliari sempre uguale dopo tredici anni. È stato come ripercorrere il passato e ridere di tutte quelle preoccupazioni sciocche che ci assillano quando passiamo cinque, sei ore al giorno chiusi in una stanza con altri venti alieni in tuta da ginnastica, con gli ormoni che si muovono nell’aria come palline dentro un flipper.

Tale William Davis ha scritto: “Il tipo di humor che amo è quello che mi fa ridere per cinque secondi e pensare per dieci minuti.”

Ecco, questo è ciò che ho provato leggendo Una barca nel bosco: con la storia di Gaspare, ho sentito a distanza di anni di non essere sola. Credo che se avete a che fare con ragazzi e ragazze adolescenti, questo romanzo potrebbe essere la macchina del tempo che vi serve per capirli un po’ di più. Buona lettura!