La pazza gioia

La pazza gioia - Paolo Virzì  - Una scena del film La storia, magari, la conoscete già – e comunque non starò a spiegarvela perché voglio che possiate vederla con la meraviglia interrogativa che merita l’avventura agrodolce di queste due donne lontane per nascita, cultura, reddito, ma unite da una uguale solitudine.

Valeria Bruni Tedeschi veste con nevrotica eleganza gli abiti della nobile Beatrice, che a differenza dalla signora amata da Dante non riesce a essere onesta nemmeno con se stessa; Micaela Ramazzotti veste i panni striminziti di Donatella e parla un toscano sotto il quale si sentono le tracce di un romanesco indelebile. Si trovano in mezzo a un incrocio di drammi, cercano la felicità con l’incoscienza fragile di due bambine, si stringono quando capiscono che l’unica cosa che conta è perdonare se stesse.

Mi torna in mente una canzone di Carmen Consoli che ormai ha quasi vent’anni e nel 1999 diceva così:

Qualche volta l’importante è sentirsi più belli
Quanto basta, per sentire che il mondo è vicino
E non è perfetto.

Davanti a La pazza gioia ho riso e ho pianto, in certi momenti contemporaneamente: perché non è poi così ampia la linea che ci separa dalla follia. Ecco, se provassimo a fare i conti e forse anche la pace con questa idea, con l’idea che ci sia un seme di follia in ogni ragione e un seme di ragione in ogni follia, allora forse saremmo più pronti a comprenderci.

La pazza gioia - Paolo Virzì (Scena del film)

L’umanità è inversamente proporzionale al realismo in questa storia, forse perché quell’idea di comprensione può passare meglio attraverso il filtro colorato di una favola. Come in questa immagine, con i vestiti molto vintage e le birre molto meno.

D’altra parte i film di Virzì vivono sospesi in un tempo e in uno spazio che fluttuano tra il sogno più dolce e la realtà più cruda: ne è un esempio Tutta la vita davanti, che per molto tempo è stato il metro del mio presente. Almeno finché non sono riuscita a immaginare un futuro. Lo sono Ovosodo, Caterina va in città, Tutti i santi giorni: incantesimi che prendono il via da una realtà a volte troppo opprimente. Lo sguardo di Virzì distribuisce leggerezza, come una fata turchina senza capelli. È un realismo magico, ma tutto italiano, la dimensione in cui la pietà scavalca la diffidenza e il pregiudizio in nome di un briciolo di poesia.

Ci vorrebbe un Virzì ogni Salvini, per rispondere a colpi di fantasia all’ottusità che ci minaccia.

Tutta la vita davanti

Mi hanno detto proprio così: “Hai tutta lavita davanti!“. E mi sono passate davanti agli occhi le scene del film di Virzì. Ho riso nel pianto.
Ma è vero: ho tutta la vita davanti. Comunque vada… E allora sapete che c’è? Ricomincio a sorridere, soprattutto a me stessa.
Sono crollata come un gigante dai piedi d’argilla di fronte a un sogno infranto. Ed ora, a fatica, mi rialzo. Spero il meglio e mi aspetto il peggio.