[Incontri mattutini]

Sull'autobus un signore si rivolge a una ragazza che legge una rivista patinatissima. Non si conoscono.

Lui ha una voce simpatica e rassicurante e le dice che le donne dovrebbero avere un po' di ciccetta, che quelle modelle lì sono come manichini col compito di far risaltare gli abiti, non il proprio corpo. Le dice che sono vittime, sfruttate letteralmente fino all'osso dal sistema della moda. Le dice che per tenersi in piedi si riempiono di anfetamine e cocaina. Le dice che le donne così estremamente magre non piacciono agli uomini e nemmeno alle altre donne.

Io vorrei ringraziarlo, ma non lo faccio. Non gli dico nulla e me ne sto lì a sorridere come un salame mentre lui scende dall'autobus con la sua andatura un po' sgangherata e il suo viso buono.

Grazie uomo perbene!

Tre luoghi comuni romantici da abbattere per vivere felici

Alanis Morissette

Alanis Morissette

La sindrome di Alanis Morissette, ovvero la banalità delle persone felici

Se siete stati innamorati qualche volta, è naturale che vi siete sentiti anche un attimino stupidi, come in questa famosa scena di Bambi che ritorna dall’infanzia. Forse perché confondiamo il cinismo con l’arguzia e la rabbia con l’energia. Mentre la serenità, si sa, quella è per gli sciocchi e per i vecchi, per non parlare della felicità che capita solo a chi ha la pancia piena e non è più in grado di cercare nulla.

Prendiamo Alanis Morissette, per esempio: per anni è stata il simbolo di una femmilità ribelle e allegramente distruttiva, spesso arrabbiatissima con l’ultimo amor perduto. Ed era grandiosa, ti dava una carica da poterci correre sotto il sole di mezzogiorno. Poi Alanis ha messo la testa a posto: si è sistemata, ha avuto un bambino. E l’album successivo? Niente di che.

Allora il punto è: bisogna avercela con qualcuno per essere creativi o anche, soltanto, bisogna essere un po’ cattivi per essere interessanti? Forse abbiamo sopravvalutato la forza generativa del conflitto e ci fidiamo così poco dei sorrisi da preferire i musi lunghi e gli sguardi torvi.

Voi fate come volete, ma io mi sento felice adesso – e non lo trovo per nulla banale.

Romeo+juliet

Romeo + Juliet

La sindrome di Romeo e Giulietta, ovvero l’intrinseca tragedia dell’amore vero

Da tempo immemore la cultura occidentale (restringo il campo perché non ho dati sufficienti sulle altre) ha alimentato con il ricatto amori assimetrici e relazioni disastrose – per non parlare dei soldi entrati nelle casse degli psicoterapeuti di tutto il mondo. Perché l’amore, per essere vero, deve essere tragedia, sofferenza e disperazione, nell’ossessiva e cocciuta certezza che prima o poi dal letame nascerà un fiore.

Ah lo struggimento di Romeo e Giulietta! Sarebbero diventati gli innamorati per antonomasia se non avessero versato tante lacrime e un po’ di sangue? Una concezione dell’amore votata al sado-masochismo emotivo, che può farti completamente dimenticare che si può amare anche senza lacrime e pianti.

Disintossicarsi da questo preconcetto non è affatto facile: magari un giorno incontri qualcuno con cui l’amore è una commedia, una cosa semplice – come dice quel cantante che non mi piace ma ha ragione. E l’unico ostacolo vero sapete qual è? La purezza è così luminosa, che quasi non lo riconosci, l’amore.

Ulisse e Penelope

Ulisse e Penelope

La sindrome di Penelope e Ulisse, ovvero la quotidianità è la rovina dell’amore

Se il matrimonio è la tomba dell’amore e la convivenza – non ne parliamo! – ne è come minimo la camera iperbarica, di contro la lontananza è la più grande ispirazione dell’innamorato. L’amore diventa più forte nella privazione – e lo sapeva bene Ulisse che lasciava che Penelope aspettasse, mentre dava un paio di bottarelle alla maga Circe, alle sirene e a qualche troiana di passaggio.

La lontananza non crea davvero un legame più intenso tra due persone, no, è solo che l’amore per la persona diventa amore per l’idea di quella persona. E l’amore per un’idea è mille volte più resistente, ma non ha niente a che fare con la persona che russa accanto a voi ogni notte.

Propongo una ricetta nuova: torniamo da quella persona, guardiamola mentre si fa la barba, mentre si annusa le ascelle, mentre facendo colazione sporca la tovaglietta. Fatto? Avete sorriso? Bene!

Non è che sia poi difficile essere innamorati, non è che serva il pegno di un cuore insanguinato. Serve guardarsi dentro e scoprire di essere felici, tutti i giorni. Magari non tutti i giorni tutto il giorno, ma sì tutti i giorni – per parafrasare Charlotte in Sex and the City.

Multitasking o distratti?

Multitasking

Per anni ci siamo fatti riempire la testa con l’idea che l’uomo del futuro sarebbe stato multitasking – dico l’uomo e non la donna, perché è credenza diffusa l’idea che quest’ultima lo sia già e abbia anzi un vantaggio evolutivo sul campo. Io stessa mi vanto di questa abilità congenita e mi arrabbio quando non sono in grado di far funzionare il mio cervello come un computer con tante finestre aperte. Proprio in questi giorni lo IAB ha diffuso i dati di una ricerca che dimostra che le abitudini degli italiani siano sempre più influenzate dalla frenesia di fare più cose allo stesso tempo. L’italiano medio in panciolle davanti alla tv è diventato l’italiano medio in panciolle davanti alla tv con lo smartphone o il tablet in mano. Io fino a qualche anno fa appartenevo a quella schiera di snob che dichiaravano di non guardare la tv, da quando vivo sola ho ricominciato, ma mentre guardo un programma sono spesso intenta a commentare sui social network, ad approfondire su Google o anche a lavorare su progetti che non hanno nulla a che fare con quello che gira in televisione.

Il problema è che inizia a venire meno una cosa che un tempo chiamavamo concentrazione. La concentrazione mi ha permesso di studiare e imparare qualcosa e dalla concentrazione priva di rumori di fondo vengono la maggior parte delle cose di cui vado orgogliosa. Non metto in dubbio che possa esistere un momento in cui fare entrare molti stimoli, una sorta di social-brainstorming attraverso il quale assorbire e scambiare idee… ma non è che mescolare troppo i piani possa portarci a non riuscire più a capire quello che stiamo ascoltando né ad esprimere efficacemente quello che stiamo pensando? Sempre in questi giorni mi è saltato agli occhi questo provocatorio discorso del designer italiano Paolo Cardini su TED: il suo umorismo vale una risata, ma quello che dice merita un attimo di seria riflessione.

Paolo Cardini: forget multitasking, try monotasking

Qualcuno ha già studiato gli effetti dell’essere multitasking a tutti i costi nello studio e sul lavoro (ho già affrontato il tema dell’overload social), forse sarebbe ora di iniziare a chiedersi quali possano essere le conseguenze sulla vita sociale e sulla democrazia?

Riflessioni esistenziali a portar via (come il cibo cinese, ma meno unte)

Old enough to know it better, young enough to do it anywayIeri ho compiuto 26 anni. Significa che mi sto spostando verso i fatidici 30 – che poi saranno davvero così fatidici? In questo ultimo anno sono successe tante cose; preferisco non concentrarmi su ciò che è andato perduto, ma sulle tante cose positive che ho imparato.
Per esempio, ho imparato ad ascoltare me stessa e ho capito ciò che voglio e, soprattutto, ciò che non voglio. Ora devo solo capire come ottenerlo. Ho imparato ad essere aperta, a sintonizzarmi con le altre persone e ad avere la curiosità di scoprirle. Oppure, mettiamola così, ho capito di avere molte belle persone attorno a me, che meritano di essere scoperte. Non che prima non ci fossero, ma forse non ero in grado di vederle e di dare loro l’importanza che meritano.
Ho imparato a fare cose da femmina, tipo fare shopping divertendomi e comprare un tailleur che avrò poche occasioni di indossare, andare in palestra, scaricare un’applicazione che mi permette di tenere traccia della mia dieta sul cellulare. Ho capito che questo non mi rende meno credibile quando mi occupo di cose più serie. Ho imparato che amo essere corteggiata e mi diverto a stuzzicare. Ho imparato che essere spudorata è meraviglioso. Tra l’altro a sbilanciarsi si guadagna sempre, anche quando si cade. Nel mio intimo, sono soddisfatta di essere diventata una specie di animale mitologico per alcune amiche. Attenzione: “fantastica e pessima” potrebbe diventare il mio motto.
Proprio ieri ho imparato che c’è una correlazione tra essere se stessi e riuscire a stare a proprio agio quando si è contemporaneamente in compagnia di persone che appartengono a diversi ambiti della nostra vita. E credo anche che ci sia una correlazione tra essere se stessi e sentirsi felici.

Per la prima volta dopo molto tempo, sono felice per quello che sono. Sono felice grazie a quello che sono e non grazie a qualcun altro.

Anti-Tao

Oggi imposto l’opzione serenità, spostando di cinque tacche la manopola. Bellissima giornata di sole, mi sveglio affamatissima dopo aver sognato paste e dolci di ogni foggia. Non c’è niente da fare: una donna è lunatica per natura. Non ci provo neanche più a contrastare i momenti di crisi/paure/dubbio/frittomisto. Stamattina il Tao dice: “Autocontrollo significa imbrigliare e dare la forma che preferiamo alle cose”. In effetti, è imbrigliare che non mi convince. Se mi fossi autocontrollata non avrei percepito sensazioni nuove, non mi sarei fatta sfiorare da possibilità bizzarre, non mi sarei tuffata nella malinconia scavando troppo in fondo nella mia mente.
E adesso, non riemergerei con uno sbadiglio, più rilassata e consapevole.