La top 20 di Quentin

Quentin TarantinoL’inizio dell’anno è un buon momento per tirare le somme e fare classifiche. Mi piacerebbe condividere con voi la mia personale top ten, ma al momento c’è qualcosa di più interessante di cui (s)parlare: la top 20 cinematografica del 2010 secondo Quentin Tarantino. La prima cosa che mi viene da notare è che dal Festival di Venezia, dove era giudice, si è portato solo un film, che non era nemmeno in gara. In compenso, al quarto posto c’è un film italiano, quel Io sono l’amore che ha fatto guadagnare a Tilda Swinton il Nastro d’Argento.

1. Toy Story 3

2. The Social Network

3. Animal Kingdom

4. Io sono l’amore

5. Rapunzel

6. True Grit

7. The Town

8. Lo stravagante mondo di Greenberg

9. Cyrus

10. Enter The Void

12. Innocenti bugie

13. In viaggio con una rock star

14. The Fighter

15. Il discorso del Re

16. I ragazzi stanno bene

17. Dragon Trainer

18. Robin Hood

19. Amer

20. Jackass 3-D

Come sempre, un QT provocatoriamente pop! Fonte: Tarantino.info

Una critica per caso: diario della Mostra del cinema Venezia 2010 – 7 e 8 settembre

Ballata triste dell'odio e dell'amore
Presentato ieri in presenza del regista, del cast del film e della giuria di Venezia 67 (Quentin Tarantino incluso nel prezzo) il film Balada triste de trompeta… e io potrò dire io c’ero!!! Se non ci credete, potete sempre dare un’occhiata alle foto che ho scattato.
All’altezza delle mie aspettative e forse persino più in alto, la pellicola del regista spagnolo Alex de la Iglesia è visionaria, tragica, eccessiva, violenta, commovente e a momenti persino trash. Una pellicola complessa, i cui protagonisti si sviluppano su diversi e contrastanti livelli e il cui intreccio si muove sui paradossi e le contraddizioni della vita e della psiche umana. Alcune scene sono da restarci secchi e il finale lascia senza fiato: il pubblico in sala l’ha seguita con una partecipazione da stadio e Tarantino è uscito dalla sala con un ghigno di soddisfazione. Tifo per il Leone d’oro.
Nemmeno questa volta sono riuscita a chiedere a QT di sposarmi, temo che dovrà tornare in America a mani vuote. Peccato! Oggi ho cominciato la mia giornata con un nubifragio che per poco mi impediva di arrivare al Lido e dopo aver preso il vaporetto mi è venuto il mal di mare… e non mi è ancora passato. Aldilà di questi trascurabili dettagli di colore personali, il primo film della giornata è stato The Town, il secondo film della famiglia Affleck in mostra. Ben Affleck scende un po’ al di sotto delle potenzialità che aveva dimostrato sia in Will Hunting – Genio ribelle come sceneggiatore, sia nella sua prima regia Gone, baby, gone, facendo un film senza infamia nè lode, in tutto simile a molti action già visti. In conferenza stampa afferma di aver preso in qualche modo spunto dall’italiano Gomorra per raccontare come un luogo possa in qualche modo frenare e rendere difficile il cambiamento individuale, risucchiando un uomo in una spirale di criminalità e violenza.

Una critica per caso: diario della Mostra del cinema Venezia 2010 – 5 settembre

20 sigaretteIeri sono arrivata alla Mostra del Cinema di Venezia: momento sognato, immaginato e fantasticato per tanti anni e, finalmente reale. In ritardo di cinque giorni e mezzo rispetto alla data di pre-inaugurazione della Mostra, sono arrivata al Lido alle 11:00 di ieri, giusto in tempo per perdere la proiezione mattutina di 20 sigarette di Aureliano Amadei, riservata alla stampa e agli accreditati. Per fortuna sono poi riuscita a recuperarlo nel pomeriggio e vi consiglio di fare lo stesso perché il film merita davvero.
20 sigarette è un film stupendo. E lo dico senza remore e senza riserve. Dal punto di vista della regia non ha nulla da invidiare ai blockbuster di oltreoceano, solo che parla di una storia nostra. Lo fa con naturalezza, mescolando comico e tragico, come è nella vita, costruendo fin dalle primissime scene un filo diretto con le esperienze dello spettatore (le mie, in particolare). Un film che ha il pregio di far ridere amaramente e piangere, senza abbandonare mai uno stile narrativo ironico eppure immersivo. Decisamente, da non perdere.
Sulle altre visioni di ieri solo poche parole. Ho visto per la prima volta Vacanze di Natale di Carlo Vanzina, il papà di tutti i cinepanettoni, con alcuni del protagonisti (Jerry Calà e Christian De Sica) presenti in sala. Devo dire che ha più o meno confermato la mia idea del cinema vanziniano: un ritmo serrato di gag da avanspettacolo e commedia degli equivoci. Con (in più?) un ritratto abbastanza pessimista e piuttosto classista della società italiana degli anni Ottanta.
Essential Killing di Jerzy Skolimowski, che ha raccolto pareri discrepanti tra i critici, non mi è piaciuto. Mi è sembrato il solito film asfittico, dai dialoghi rarefatti e con grosse pretese autoriali. Molto carino e delicato, invece, il corto di Michela Cescon, Come un soffio. 

Tra un film è l’altro mi è successo di trovarmi quasi faccia a faccia con il mitico Quentin Tarantino… e non sono nemmeno riuscita a chiedergli di sposarmi! Per oggi ho in programma Vallazasca per la regia di Michele Placido, Promises written in the water di Vincent Gallo, I’m Still Here di Casey Affleck, Balada triste de Trompeta di Alex de La Iglesia e il film a sorpresa. A occhi chiusi punterei sul fratellino minore di Ben e sullo spagnolo, staremo a vedere… stay tuned!

Grindhouse: a prova di morte. Sadico godimento!

GrindhouseHo aspettato un’amica ritardataria a cui avevo comprato il biglietto, quindi sono entrata in sala quando cominciavano ad apparire i titoli di testa e… questo fa molto grindhouse experience! I primi minuti del film non mi hanno dato molto: tre belle strappone poco vestite, qualche dialogo nonsense, sbavature (digitali) della pellicola, godibili inquadrature. Poi è arrivato Warren (Quentin Tarantino): più unto che mai, barista/magnaccia con lo sguardo da maniaco. Primo picco di godimemento. Subito dopo è esplosa la celeBrazione dei B-movies: motori tamarri e inseguimenti in auto, spargimenti di sangue, caricature viventi di sceriffi. Poteva bastare? Certo che no: e allora i tarantiniani D.O.C. si saranno divertiti alla ricerca di autocitazioni: cellulari che squillano una musichetta di Kill Bill, sequenze in bianco e nero che con il ritorno del colore indugiano su, guarda caso, uno sgargiante giallo, mosse di karate, massaggi ai piedi (e se è per questo anche slinguazzate ai piedi), e intimazioni a “non bestemmiare”… Play the game!
Geniale il personaggio di Kurt Russel, Stuntman-Mike: un cattivo affascinante e sfigato allo stesso tempo. Affascinante per l’enigmatica freddezza e  per il sadismo gratuito, sfigato perché gli anni del digitale sono tempi duri per un uomo a prova di morte. E anche i bei tempi non sono stati poi così generosi…
Ma tutto questo non è niente, perché quando è arrivata l’implacabile vendetta femminile ho vissuto un momento di pura estasi: sembrava un videogame, di quelli che fanno salire l’adrenalina persino a me. E chi mi conosce sa che rapporto ho con i videogiochi… Esco dalla sala con la sensazione di essermi divertita moltissimo.
Nessun paragone con Pulp fiction, Le iene o con i due Kill Bill: rispetto ai primi due si svilisce la qualità dei dialoghi tarantiniani (ci sono bellissime battute e chiacchiere insensate… ma niente che possa eguagliare i colpi di genio cui eravamo abituati), rispetto ai due Kill Bill manca la messa in gioco di pulsioni universali, perchè la superficialità è portata alle sue estreme conseguenze. Forse, più che altro, questo è il film più trash del vecchio (neanche tanto) Quentin!
Indicazioni terapeutiche: una potentissima iniezione di adrenalina. Ottimo stimolante delle sinapsi per i cultori di Tarantino e/o dei B-movies. Controindicazioni: tenere fuori dalla portata del bambini.

Assassini nati: dacci oggi il nostro male quotidiano

Natural born killersRegia videoclippara (che, personalmente, considero un pregio più che un difetto), violenza al limite dello splatter, ritmo massacrante, scene animate e sequenze visionarie: un film come Natural Born Killers (il titolo originale mi piace di più) suscita pareri molto contrastanti e forse fa parte di quella categoria di pellicole che o si amano o si odiano. Ecco, io me ne sono innamorata visceralmente qualche mese fa, quando in un pomeriggio noioso e annoiato ho trafugato il dvd dalla collezione di una mia coinquilina – tranquilli, ho restituito il film e rimesso tutto in ordine senza lasciare tracce e cancellando le impronte.
Quella di Oliver Stone è una ibridazione di linguaggi mai fine a se stessa, capace di smuovere corde profonde nella sensibilità dello spettatore. Prende in giro i media, accusa la televisione e si serve di essa, ricorre al linguaggio universale di Mtv e ruba dai cartoon giapponesi idee e tecniche di animazione. Come farà Tarantino in Kill Bill 10 anni dopo, gioca con richiami e citazioni, fa un grande mix, che ha la forza di una bomba a mano che continua a esplodere per quasi due ore di fila.
Non a caso, la sceneggiatura originaria era di Quentin Tarantino, che disconobbe il lavoro finale e addirittura pubblicò la sua versione (infatti a lui si riconosce il soggetto, ma la sceneggiatura è attribuita a David Veloz). Insomma, il film è figlio bastardo del regista di Pulp fiction (che è dello stesso anno), e noi non possiamo che riconoscerne lo stampo. Ci sono dialoghi di una bellezza quasi commovente: ve ne do giusto un esempio.
Mallory: Mi fai sentire felice come quando andavo all’asilo.
Mickey: Ora dobbiamo crescere. La strada per l’inferno è davanti a noi. Mal… mi vuoi sposare?
A coronare l’insieme, una serie di interpretazioni mozzafiato: i personaggi principali riescono a far brillare dentro di sè la scintilla della follia. Non solo Mickey (Woody Harrelson) e Mallory Knox (Juliette Lewis) incarnano il male, la qual cosa è quasi scontata, ma la malvagità pervade anche il detective Scagnetti (Tom Sizemore), che per giunta risulta notevolmente più antipatico. Il personaggio più ambiguo, non a caso, è il media man interpretato con eccellente bravura da Robert Downey Jr.
Indicazioni terapeutiche: contro la stipsi del buonismo e dell”happy ending a tutti i costi il concentrato di violenza di questo film coadiuvato dal fatto stesso che il male, per una volta, trionfi, ha un effetto terribilmente… liberatorio! Controindicazioni: leggere attentamente le istruzioni, non somministrare ai bambini al di sotto dei 12 anni.

Pulp fiction: riflessioni tra film e sceneggiatura

Pulp Fiction di Quentin Tarantino, Bompiani
Pulp fiction
Un bel giorno mi sono alzata con la voglia di studiare, non per l’università, ma per il mio piacere personale (è un miracolo che, guarda caso, si verifica proprio quando si allenta la tensione per gli esami). Volevo provare a calarmi un po’ più a fondo nel film più famoso di Quentin Tarantino: Pulp Fiction. Avevo la sceneggiatura, avevo il film (che ho visto per la prima volta ormai qualche annetto fa): era un po’ come voler fare il gioco delle differenze tra le vignette.
Qualche differenza è sicuramente dovuta al fatto che il traduttore della sceneggiatura (Francesco Saba Sordi) non sia stato lo stesso che ha curato i dialoghi italiani del film (Francesco Vairano) e non si sia neanche curato di far combaciare la sua versione con le effettive parole usate nel film. Così, per esempio, il vezzeggiativo Coniglietta diventa Pasticcino sulla carta.
Le differenze più interessanti riguardano cose che probabilmente sono avvenute nella saletta di montaggio, dove una delle scene madre (quando Jules e Vincent si trovano nell’appartamento in cui avverrà l’illuminante intervento divino) viene tagliata in modo diverso rispetto a quello che Tarantino aveva inizialmente immaginato. Alcuni dialoghi non vengono usati nel final cut, quindi, incredibile a dirsi, Tarantino ha perfino compiuto uno sforzo di sintesi: per esempio, quando Vincent va a casa di Mia per portarla fuori, lei prima di uscire gli fa un interessante giochino di domande e risposte che nel film manca del tutto.
Favolosi i commenti descrittivi che Tarantino inserisce qua e là per andare un po’ oltre i dialoghi: il migliore è quello che usa per la scena di rianimazione di Mia (Uma Thurman).
Da questo momento in poi, tutto si svolge freneticamente come in un documentario del pronto soccorso, con l’enorme differenza che nessuno sa che cavolo sta facendo.
Sorprendentemente, sono pochissime le indicazioni sui movimenti di macchina e sul montaggio. Leggendo la sceneggiatura si capisce che le parole sono, in effetti, appena il 30% (e forse esagero) di un bel film . Inquadrature come quelle degli occhi di Samuel Lee Jones mentre gusta l’hamburger della sua prossima vittima, rendono indimenticabile quella che, per me, resta la migliore scena del film. E poi ci sono le musiche: l’effetto sui titoli di coda, così semplice eppure straordinario – per passare da un brano all’altro si sente una radio della quale viene cambiata la stazione. Il resto è ritmo, è colore, sono le posizioni della telecamera che estraniano o coinvolgono lo spettatore, sono gli incastri temporali, che possono essere rimessi a posto solo se si fa caso agli abiti dei protagonisti… Tutte cose che sulla carta non si possono rendere.
E poi ci sono le citazioni: cinematografiche, televisive, fumettistiche… ed è questo che è davvero pulp!