Spero tutto bene. Storie di biglietti di sola andata #sperotuttobene

Spero tutto bene | Melania Romanelli

Una valigia stracolma, piena di cose utili e di cose che non serviranno a niente, se non a ricordare (le cose inutili sono le più importanti). Un cuore che sopporta in egual misura il peso dell’eccitazione e della paura, del desiderio di andare e di una prematura nostalgia. Un saluto mai abbastanza lungo. Un ultimo sguardo. È la scena – uguale – di tutte le partenze con un biglietto di sola andata. Partenze verso una terra promessa.

Spero tutto bene è il racconto dei racconti di ciò che viene dopo quella partenza, di un’unica grande promessa mantenuta: quella di costruire un nido lontano da casa. Trapiantare le radici e ricostruire se stessi contando soltanto sulle proprie capacità, sulla volontà di rinascere migliori. Uomini, donne, bambini, che dall’Italia al Canada hanno trascinato un giorno una valigia e un cuore pesanti e hanno avuto il coraggio di scrivere una storia diversa da quella dei propri genitori.

E poi, molto tempo dopo, quelle storie sono state raccolte da un’altra viaggiatrice, che seguendo la rotta di una atavica ricerca della felicità, ha avuto la sensibilità di metterle nero su bianco. Non è facile raccontare le storie degli altri – ci vuole discrezione e intimità, rispetto e sensibilità, un equilibrio raro, ma Melania Romanelli lo fa con la naturalezza di chi è capace di osservare e di sentire. Di chi è capace di immaginare molte vite diverse.

10 storie (più o meno) vere

Sono dieci racconti, storie di imprenditori e artisti, di mogli e di mariti, di nonni. Dieci storie di persone straordinarie, che – silenziosamente – hanno attraversato l’Oceano per una vita migliore.

Sono dieci stili diversi: dal ritratto in chiave di violono di Five lines, four spaces, all’abbraccio lirico di Avremo ragione e dalla lettera d’amore di We will sing the World al fugace incontro di Ci vediamo in piazza!. A ogni racconto corrisponde un colore diverso, un’emozione, una canzone. Le storie sono vere, ma la loro realtà è venata da qualche licenza alla fantasia: non sempre i fatti sono quelli realmente accaduti, ma sulle emozioni – su quelle non si può dubitare, perché attraversano la pagina per esplodere nel cuore di chi legge.

Sono dieci canzoni, di una ideale playlist che mette insieme John Lennon e Daniele Silvestri, in un remix di italiano e inglese che non ha paura di concedersi al dialetto. Una lingua ibrida, come quella di chi parla, pensa, sogna in un esperanto improvvisato. La lingua di chi non può smettere di provare nostalgia, ma ormai appartiene a due luoghi.

Due interviste. Il libro si conclude con un’appendice brevissima, quasi telegrafica. È l’intervista doppia a due fratelli di 27 e 23 anni, che – rispettivamente – hanno scelto di partire e di restare. Quando Melania chiede a Giovanni, che abita a Toronto, “Ti manca l’Italia?” la sua risposta è sorprendentemente saggia.

“Non più di quanto mi mancherebbe il Canada”

Dice Giovanni. E in otto parole fa il punto sulla tensione irrisolvibile di chi ha le radici in un luogo, ma fiorisce in un altro.

È uno solo il filo conduttore. È la storia di Melania a cucire insieme epoche e desideri diversi, è la sua penna a decidere il ritmo senza eccessi di protagonismo, con uno sguardo senza pregiudizi, ma colmo di curiosità.

“Ho scritto un libro. Vediamoci.”

Con Melania ho frequentato i tre anni della specialistica e nei tre anni successivi abbiamo condiviso lo stesso appartamento, la stessa cucina, camere separate ma sogni vicini. Per un po’ ci siamo perse di vista, mantenendoci in contatto in quel modo blando che i social sono tanto efficaci a tenere in piedi. Nel frattempo sono successe molte cose nei nostri cammini divergenti: qualche mese fa lei ha scelto di lasciare Roma – questa città che da un’eternità assorbe vite e individui e che ha assorbito anche me – e ha affrontato il suo viaggio dell’eroina.

Un giorno mi ha scritto, voleva vedermi e raccontarmi di Spero tutto bene, condividere con me le tracce del suo cammino. Quasi non riuscivo a trattenere l’emozione – che poi perché mi sentivo in dovere di trattenerla nessuno lo sa – quando ho preso in mano la prima stampa di prova del libro di Melania. Quanta fiducia e umiltà ci vogliono per dare a un’altra persona un pezzo di sè e per chiedere anche qualche consiglio? Mentre prendevo questo libro in mano l’emozione che non riuscivo a decifrare era gratitudine. Grazie Melania, per avermi regalato inattesa fiducia.

Ve lo racconto per dire che Melania è una tosta che spalanca le porte e che non ha paura di condividere le sue, di emozioni. E già solo per questo Spero tutto bene è un viaggio che dovreste fare.

Spero tutto bene anche voi

Da donna di marketing ho il vizio del target, così senza nemmeno volerlo ho cominciato a pensare: per chi è questo libro? Chi dovrebbe leggerlo?

Spero tutto bene non è un libro di viaggi come altri. Non si sofferma sui paesaggi, non visita le città. Invece entra nelle case, fotografa anime. Spero tutto bene è un viaggio nelle persone, non nei luoghi. Persone che hanno in comune un’esperienza – la migrazione – che oggi è temuta, odiata, rifiutata. I migranti che arrivano nel nostro Paese sono vissuti come un problema, un peso di cui farsi carico, i migranti che lasciano il nostro Paese sono vissuti come una vergogna, una perdita che non si può colmare.

Forse occorre ricordare che ogni migrazione è il sogno di una vita migliore, che ognuno ha il diritto di cercare la sua terra promessa. Che ogni persona che parte lascia qualcuno e qualcosa che ama, ma – se va tutto bene – trova presto qualcuno o qualcosa da amare. Che la vita è una forza travolgente, che si muove nella direzione di desideri e bisogni.

Che dovrebbe leggerlo, quindi? Dovrebbe leggerlo chi sta cercando la sua strada e in questa ricerca si è allontanato da casa lasciandosi dietro un mare, un oceano, montagne, deserti. Dovrebbe leggerlo chi aspetta qualcuno e sa che forse non tornerà, per scoprire che la casa è nel cuore di chi parte.

Dovrebbe leggerlo chi ha voglia di partire, ma anche chi sceglie di restare, perché alla fine ovunque andiamo è l’impegno a fare la differenza.

Dovrebbe leggerlo anche chi forse non lo capirebbe, chi mette like agli status di Salvini, chi ha votato Trump. Perché c’è sempre una speranza che la lingua delle emozioni sia universale.

Spero tutto bene è un abbraccio a distanza. E chi non ne ha bisogno?

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Mani buone per impastare

Mani buone per impastare di Slawka G. Scarso, Blonk (2014)

I vicini di casa hanno sempre stimolato la mia immaginazione. Vite così diverse dalla mia, misteriosamente lontane nonostante la prossimità fisica. Ho imparato vivendo in città che di certe persone ti sembra di cogliere tutta la vita, da un pugno di dettagli e di parole origliate. Una volta avevo anche pensato di scrivere un racconto su due vicini che non si incontrano mai. Non l’ho mai fatto.

Invece Slawka G. Scarso ha scritto un’intera raccolta sui vicini e sul loro modo di conoscersi attraverso le cortine delle finestre, gli spioncini della serratura, i pianerottoli e le trombe delle scale. Mani buone per impastare è questo: otto racconti e una manciata di intermezzi parodici sui vicini di casa.

Mani buone per impastare

Leggerli mi ha fatto fatto pensare a quella casa in via Genzano, dove la grande finestra si affacciava sulla camera di un uomo sull’altro lato della strada: tramite questi enormi occhi sul muro dei palazzi potevamo sbirciare le nostre rispettive vite. Fino al giorno in cui la mia festa di compleanno è stata interrotta da uno spettacolo un po’ porno e ho capito che se lui non aveva bisogno di tende, io dovevo assolutamente comprarne una. E quella casa a San Giovanni, dove un giorno una vecchia signora ha scelto di morire e il suo corpo rotondo è passato davanti alla mia finestra, mentre studiavo sociologia. Mi ha ricordato Elsamorante (quella col nome tutto attaccato, dal pelo nero e il corpo snello ed elegante) che non è mai più tornata dalla casa dei miei in Sardegna.

Le storie e i personaggi di Slawka sono così assolutamente realistici, che spalancano le porte della memoria sulle tante persone che ho sfiorato solo per caso in appartamenti che sono stati miei solo per poco. Nei racconti di Mani buone per impastare c’è la curiosità a volte infantile, a volte morbosa che nutriamo per le persone di cui sappiamo troppo – ma ancora poco. C’è l’innocenza di certi piccoli fraintendimenti e anche una manciata abbondante di follia, c’è il malinconico mistero del passarsi davanti tutti i giorni senza davvero comprendersi mai.

Tutto questo in una scrittura leggera, agile e camaleontica che raccoglie le voci dei vicini senza emettere mai un fiato o un lamento, senza gridare un giudizio – per non fare scoprire il nascondiglio discreto dei suoi sguardi.