Su “Una barca nel bosco” (e su come anch’io lo sono stata, un tempo)

Una barca nel bosco

Un paio di settimane fa sono stata a Cagliari per lavoro. È stata, in effetti, la prima volta che ho lavorato nella città nella quale sono nata. Ho lavorato soprattutto a Roma, ma mi è capitato di lavorare anche a Napoli, Milano, Torino, Bologna. Ho lavorato a Venezia, ho lavorato a Parigi – per una di quelle inderogabili “emergenze” del mondo digital che non possono aspettare nemmeno il tempo di una breve vacanza e che ti fanno girare per locali come in astinenza da wi-fi – e in generale ovunque avessi a disposizione un portatile e una connessione a internet. Non avevo mai lavorato nella città dove sono venuta al mondo e dove ho frequentato il liceo.

Forse è per questa ragione che attraversando le strade di Cagliari, tagliando da via Is Mirrionis fino a viale Trento e poi giù per viale Trieste fino alla stazione dei treni, ho percorso a ritroso la strada della memoria. Mentre sentivo per la prima volta che l’aria di Cagliari odora di salsedine e mare (che forse devi allontanarti molto, per tornare e riconoscere quell’odore, che non ci fai caso se tutti i giorni ti entra nelle narici) ho cominciato a sentire nelle mie gambe il cammino di quell’adolescente goffa che cercava la propria identità aggrappandosi forte a quella degli altri. Ho riascoltato frammenti di una conversazione, passata più di tredici anni fa.

Così mi è tornato alla mente Una barca nel bosco, che è stato il primo libro che ho letto sul mio Kindle, qualche mese fa. Mi è tornato alla mente perché è così che mi sentivo diciott’anni fa, quando ho iniziato il liceo e forse anche tredici anni fa, quando l’ho finito e ho lasciato il paese per non tornare più. Non venivo da una piccola isola nel Mediterraneo per studiare in una fredda città del Nord. Venivo da un paesotto nel mezzo del Campidano dove la terra si deprime – si dice così – sotto il livello del mare e da quella terra mi staccavo per avvicinarmi alla costa e alla città più vicina. A Cagliari mi sembrava di dover ricostruire da capo persino le mie più basilari idee del mondo – e in effetti così ho fatto: perché era l’adolescenza ed era il momento di mettere tutto in discussione.

Prima che qualsiasi altra cosa, mi sentivo aliena, mi sentivo una barca nel bosco, perché non avevo capito niente di vestiti e di moda (e più ci provavo e meno riuscivo a leggere il codice ermetico dei vestiti e delle scarpe), perché non avevo viaggiato abbastanza, perché non conoscevo i locali notturni cagliaritani, perché non andavo in giro in scooter. E soprattutto perché studiare non mi sembrava così male. Studiavo, in realtà, quasi solo le cose che mi piacevano. Nelle materie che non amavo mi trascinavo come il Leonardo di Caprio post-sbornia di The Wolf of Wall Street. Credevo che studiare sarebbe bastato per traghettarmi dalla provincia ai miei sogni (e se non è bastato di certo è servito, ma questa è un’altra storia).

A quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto anni sei solo una bozza (ma una bozza estremamente complessa) di quello che sarai e la cosa che ti preoccupa di più al mondo è trovare qualcun altro che ti comprenda. E provi a far scoppiare con le dita la solitudine gemella degli altri giovani alieni accanto a te, senza che ti riesca quasi mai.

Leggere il romanzo di Paola Mastracola, che nella scuola ci lavora da tanti anni, vedendo forse molte di queste barche desolate in mezzo ai loro boschi di solitudine, è stato come la mia passeggiata in una Cagliari sempre uguale dopo tredici anni. È stato come ripercorrere il passato e ridere di tutte quelle preoccupazioni sciocche che ci assillano quando passiamo cinque, sei ore al giorno chiusi in una stanza con altri venti alieni in tuta da ginnastica, con gli ormoni che si muovono nell’aria come palline dentro un flipper.

Tale William Davis ha scritto: “Il tipo di humor che amo è quello che mi fa ridere per cinque secondi e pensare per dieci minuti.”

Ecco, questo è ciò che ho provato leggendo Una barca nel bosco: con la storia di Gaspare, ho sentito a distanza di anni di non essere sola. Credo che se avete a che fare con ragazzi e ragazze adolescenti, questo romanzo potrebbe essere la macchina del tempo che vi serve per capirli un po’ di più. Buona lettura!

Martin Eden

Martin Eden di Jack London, La Biblioteca di Repubblica – L’Espresso Editore

Ho incontrato questo libro alcuni anni fa in un mercatino. Mentre lo  soppesavo con aria distratta, cercando di capire sulla base dei grammi di carta e inchiostro quanto potesse interessarmi, sono stata sorpresa da un amico: “Martin Eden! È il mio preferito di sempre!”. C’erano, forse, anche altri punti esclamativi nel suo entusiasmo. Così Martin Eden si è guadagnato un posto prima nella mia borsa e poi in uno scaffale. È rimasto nascosto in un angolo di libreria, tutto solo e racchiuso nella sua carta da edizione economica precocemente invecchiata. Si è fatto leggere un certo numero di anni dopo, corrispondenti a poche settimane fa. E questo perché sapeva che era il suo momento.  Martin Eden di Jack London

 

Martin Eden è una storia infelice, che ha fatto breccia con un piccolo tarlo nella mia felicità. Lui, il protagonista del libro, è un giovane marinaio californiano che nonostante la sua età ha già vissuto molte vite. E c’è una lei di cui si innamora nell’istante esatto in cui la vede. Solo che Martin Eden non è una storia d’amore; lo è forse solo in parte, nella misura in cui l’amore è la scintilla che spinge il protagonista a intraprendere il suo viaggio. Il fatto è che lei, nel suo benessere alto borghese, sembra porsi troppo in alto per Martin, che da quel momento è spinto dall’ambizione di elevarsi fino a raggiungerla.

Ora, che Martin sia (emotivamente) un povero fesso e abbia decisamente sopravvalutato la sua bella, che da tanti piccoli indizi risulta un po’ insulsa tra le righe di Jack London, lo si era capito subito. Comunque la cura di Cupido e la determinazione gli danno una forza quasi sovraumana per perseguire la sua ossessione. Remando contro ogni buonsenso e contro i consigli di mezzo mondo, lui non mira a raffazzonare un’istruzione da autodidatta per cercare un lavoro come impiegato, ma mira a diventare uno scrittore. Quindi, Martin Eden parla di un marinaio che smette di andare per mare e decide di diventare uno scrittore. Incidentalmente, c’è anche l’amore. Solo che la vera missione di Martin, persino prima che lui se ne accorga, smette di essere la conquista dell’amata, per diventare una sfida radicale contro la società.

Martin vuole essere ammesso al mondo borghese e intellettuale. La sua è una lotta all’ultimo sangue per la realizzazione dell’individuo contro la dialettica delle classi. Lo vedi mentre è impegnato a scrivere e sopravvivere alla povertà: ti sembra Atlante con il mondo sulle spalle, fatica ma non molla, sopporta tutto con orgoglio e crede sempre, disperatamente, che il suo successo sia a un passo di distanza.

Lo è, in effetti, ma per Jack London non c’è felicità nella sua hybris, ma solo un abisso di solitudine. “Avresti dovuto redimerti” dice, severo, l’autore al suo personaggio sventurato “invece hai cercato una rivalsa.” La fine di questo romanzo non vi piacerà: a me non è piaciuta. Eppure, è vero: è ruvida, la vita, per chi si allontana troppo dalle proprie origini e manomette la bussola della propria identità, mentre l’estraneità degli altri diventa estraneità a se stessi.

Comunque, anche se vorrei andare da Jack London e chiedergli la cortesia un finale diverso per questo ragazzo, Martin Eden ha rimesso in moto dentro di me il desiderio di scrivere. L’urgenza di dire: posso.

Venuto al mondo: più che una recensione, una confessione

Margaret Mazzantini: Venuto al mondo

La copertina del libro Venuto al mondo e l’autrice, Margaret Mazzantini

Ho cominciato a leggere Venuto al mondo con un interesse un po’ pigro e una, conseguente, lentezza preoccupante. Una giornalista di mezza età, la Bosnia ai tempi della guerra, sprazzi di una Roma (bene) che riconosco a fatica: scorrono le pagine e il mio interesse resta sempre un passo indietro.

Non comprendo la distanza dal mondo della protagonista, che sfiora la commedia e la tragedia umana con lo stesso distacco cupo. Un sentore amaro riecheggia anche tra le pagine che parlano d’amore. Non capisco a cosa aggrapparmi, quale personaggio abbracciare, mentre il tempo narrato sembra appiattirsi in un elenco di avvenimenti privi di scelta. Il senso del dovere supera il desiderio, le decisioni chiave colano via come se fossero obblighi.

Un lasciarsi vivere quasi atarassico, mentre il mondo intorno freme di vita e di morte.

Fino a quando un’ossessione di maternità diventa l’unica guida, fino a quando il desiderio d’amore si trasforma in forza corrosiva e distruttiva. Allora, solo allora, ho provato a camminare di fianco alla protagonista del libro, a capire le sue emozioni, a soffrire con lei (gioire no, mai). Quando tutta la sua vita si restringeva in quell’unica, grande e minuscola pulsione ovarica, allora ho sentito che sarei potuta essere io quella donna sterile e insapore. Poteva essere mio quel desiderio accecante, poteva essere mia quell’incompletezza biologica che trasforma il ventre in una piccola tomba.

Ho sofferto con lei, ho pianto. Un giorno, sulla metro piena di gente, mentre ero totalmente immersa nella lettura, ho sentito le viscere stringersi e rovesciarsi davanti all’insostenibilità di quello che leggevo. Era la scelta più perversa che lei potesse fare. Eppure era lì, era già scritto. Ho sollevato gli occhi, e mentre guardavo un signore davanti a me, ho sentito un conato di vomito – se sono arrabbiata mi succede, a volte: tutta la rabbia si muove dalla bocca dello stomaco, come un veleno. Ho deglutito forzandomi ad abbassare di nuovo lo sguardo sulle parole di Margaret Mazzantini. Da lì, ero sua. Scossa, furiosa, curiosa: volevo solo sapere fino a che punto sarebbe arrivata questa storia, volevo solo essere spinta sul ciglio del burrone per guardare di sotto.

Una notte, con l’abat-jour accesa, sono rimasta sveglia a leggere per ore, mentre Davide dormiva accanto a me. Mi sono arrabbiata, ho sbattuto il libro sul comodino a poco più di un centinaio di pagine dalla fine; nel frattempo Davide si lamentava, io gli chiedevo scusa, ma poi allungavo la mano per gettarmi nel precipizio di quel libro.

Sono arrivata alla fine, piangendo, la mattina dopo. Senza asciugare le lacrime che scendevano in silenzio. L’estrema crudeltà della conclusione si sovrapponeva ai volti biondi e sorridenti dei ragazzini bosniaci che erano sfollati nel mio paese, venti anni fa. Era tutto distrutto, a cominciare dalla mia rabbia di prima. Restavano solo i brividi d’orrore.

Sono andata a singhiozzare da quell’incarnazione della pazienza alta un metro e novanta che vive con me. Non so se leggerò più un libro della Mazzantini, ma questo romanzo intriso di paure, ossessione e malvagità umana è passato come un aratro dentro di me e credo proprio che non lo dimenticherò mai.

Neuromarketing: perché il marketing non può fare a meno della psicologia

 Martin Lindstrom: l'autore di Neuromarketing

Martin Lindstrom, autore di Neuromarketing

“Metà del mio budget di pubblicità è sprecata. Il problema è che non so di quale metà si tratti.”

(John Wanamaker)

La frase, pronunciata oltre cento anni fa da uno dei pionieri del marketing, è ancora attuale: sappiamo che l’advertising influenza l’acquisto, ma non sappiamo definire con certezza in che misura sia efficace. Neuromarketing di Martin Lindstrom, che in inglese porta un titolo meno pretenzioso e più giocoso, Buyology, cerca di rispondere alla domanda fondamentale: che cosa coinvolge davvero il consumatore spingendolo all’acquisto? Per trovare una soluzione al problema, Lindstrom utilizza la neuropsicologia, studio dei processi cognitivi tramite l’analisi delle onde cerebrali e dell’attività elettrica nel cervello.

Dal tabacco ai negozi Abercrombie, fino alla suoneria Nokia, l’autore ha analizzato questioni legate alla pubblicità svolgendo esperimenti di neuromarketing tramite le scansioni SST e fMRI. Basandosi su questi studi, ogni capitolo del libro spiega un diverso meccanismo psicologico oppure analizza un luogo comune della pubblicità: quanto vende il sesso? Esistono i messaggi subliminali? Il product placement funziona? Le immagini shock sui pacchetti delle sigarette hanno davvero il potere di distogliere i consumatori dal fumo

Con una incrollabile fede nelle scienza e consapevole di quanto siano complessi i processi decisionali ed empatici sui quali si basa l’acquisto, Lindstrom porta l’attenzione sull’inscindibile rapporto tra la conoscenza della psicologia umana e le iniziative pubblicitarie. 

Il libro è ambizioso e il tema non proprio semplicissimo, ma l’approccio è leggero e lo stile dell’autore rende avvincenti anche le argomentazioni scientifiche. Ho letto queste 200 pagine e poco più con la stessa curiosità che riservo a una bella storia e consiglierei la lettura anche a chi non è del settore e da consumatore vorrebbe capirci qualcosa. Soprattutto, lo consiglierei a tutti quelli che pensano che basti scrivere Clicca qui perché gli utenti siano chiamati all’azione, senza fornire a questi ultimi nessuna reale motivazione per farlo.

A proposito, cliccate sui tasti di share. 😉

Copertina del libro Neuromarketing

Martin Lindstrom, Neuromarketing. Attività cerebrale e comportamenti d’acquisto – Titolo originale: Buyology

La vita mistero prezioso di Daisaku Ikeda

Daisaku Ikeda

Daisaku Ikeda – Leader della Soka Gakkai Internazionale

Questa non è una recensione qualsiasi, sia perché ho impiegato un po’ di tempo a tirare le fila di molti pensieri sparsi, sia perché si tratta di uno sconfinamento tematico sicuramente inconsueto. Con la scusa della monoporzione cerebrale, ho abituato chi mi legge a curiosi voli pindarici, seguendo una linea disegnata dai miei pensieri e dalla mia vita. In altre parole, questo blog è un gigantesco cartello con su scritto: “Chi mi ama mi segua“.

Non avevo mai parlato di religione, prima d’ora, perché è da più di un decennio che ho ibernato questo tema definendomi agnostica. Verso i sedici anni l’infantile e sicuramente ingenua curiosità verso le religioni si è disciolta nell’interesse adolescenziale per il pensiero speculativo della filosofia: stavo ancora cercando un senso, ma avevo deciso di cambiare metodo.

Conosco molte persone che, crescendo, si sono spostate da un ovvio cattolicesimo imposto quasi per natura, a correnti di pensiero che negano la religione. Tra la sospensione di giudizio agnostica e la negazione della trascendenza propria degli atei, mi è capitato di incrociare alcune persone che hanno scelto la strada orientale del buddismo. Persino la mia cantante preferita è buddista. Secondo L’Espresso, la comunità italiana è la più grande d’Europa, con circa oltre 70.000 fedeli.

Mi interessa la conversione come scelta consapevole e mi interessa ancora di più capire come la pratica di una delle religioni più antiche del mondo possa generare senso per un italiano del 2013. Così, mi hanno consigliato di leggere La vita mistero prezioso di Daisaku Ikeda.

A questa lunga premessa devo aggiungere di non essere buddista e mi scuso in anticipo per eventuali inesattezze o fraintendimenti, che spero vogliate segnalarmi.

La vita mistero prezioso di Daisaku Ikeda

 

Chi mi ha prestato il libro ha avuto cura di farmi partire psicologicamente attrezzata, dicendomi che sarebbe stata una lettura complessa. Sicuramente non poteva essere altrimenti, perché La vita mistero prezioso mette in ordine i principi cardine del buddismo di Nichiren, coniugandoli con il progresso scientifico e il pensiero dei grandi filosofi occidentali. Filosofo buddista e presidente della Soka Gakkai Internazionale, Daisaku Ikeda è molto bravo ad avvicinarsi al lettore americano ed europeo facendo riferimento al suo universo culturale, usando ad esempio le categorie kantiane e i principi della psicologia junghiana come ganci sui quali costruire l’immagine della visione buddista del tempo, dello spazio, della vita e della morte.

Superata l’iniziale diffidenza verso il titolo (avrei preferito una traduzione più fedele all’originale giapponese, Seimei O Kataru, che significa Dialogo sulla vita e ha un suo fascino classico), ho iniziato ad apprezzare lo sguardo olistico di Ikeda, che spazia in qualunque ambito della cultura in maniera divulgativa, ma mai banale, per ricondurre ogni fenomeno a una visione unificante.

La differenza fondamentale tra i tre grandi monoteismi figli del ceppo ebraico e il buddismo è una concezione immanente della divinità. La forza vitale permea l’intero universo in un grande respiro e non ha bisogno di essere creata: in un certo senso tutto è sacro e non esiste nessun dio trascendente al quale rivolgere le proprie preghiere.

Se ragioniamo in termini di principi morali, la compassione buddista e quella cristiana non sono poi così distanti: entrambe si basano sulla comprensione profonda dei sentimenti dell’altro. Se portiamo il nostro ragionamento a un livello etico, vediamo che le fondamenta sono rovesciate: poiché il cristiano deve la propria vita a un dio, il suo comportamento sarà sempre eterodiretto, il buddista al contrario vede nella sua vita la realizzazione effettiva di una serie di cause che si sono attivate nel passato, in una concatenazione che unisce qualunque tempo, qualunque luogo, qualunque ambito fenomenico. A beneficiarne è il senso di responsabilità verso se stessi, verso la propria vita, verso gli altri.

In una società in cui l’individuo è contemporaneamente un atomo e il nodo di una rete, la filosofia buddista aiuta a restituire all’uomo la forza di agente nella storia. La fiducia nel futuro non è tanto riposta nella prossima vita, ma nel conseguimento della felicità spirituale nel presente all’interno del fluido panta rei. Il buddismo non è una comoda giustificazione religiosa dell’individualismo, ma il suo superamento attraverso la costruzione non egoiostica del proprio ruolo nel mondo.

Credo che nel libro di Ikeda ci siano gli elementi fondamentali per capire la ragione per cui oggi molti italiani si rivolgono alla fede buddista. Mi chiedo se, al di là della fede stessa, il buddismo non possa essere una visione equilibrata e serena sulla quale basare un’etica non religiosa del fare e dell’autoconsapevolezza.

Questa Storia – Note a margine del testo

Questa storia di Alessandro Baricco

Lo so, Questa storia di Baricco non è più un romanzo nuovo, ma questa immagine mi sembrava suggestiva con l’auto, le ruote, l’erba

Quando amo uno scrittore lo consumo fino all’ultima riga che ha scritto per sbaglio dietro uno scontrino mentre faceva la fila alla posta, è risaputo.

Amo Alessandro Baricco, per il suo stile, per le cose che dice, forse addirittura per una certa vanità autocompiaciuta di cui adorna parole e gesti e che lo rende antipatico a molti. Anche questo è risaputo.

Che poi mi vergognassi a pubblicare la terza recensione di Baricco in meno di un anno, questo non lo sa nessuno, ma alla fine che male c’è a confessare di essere monomaniacali? Sono, alla fine, una donna che da dimostrazione di saper essere fedele.

Così, dopo Mr. Gwyn (che ha degnamente aperto il mio 2012 letterario) ed Emmaus (che mi sono sforzata di non capire, anche se qualche volta mi ha fatta inciampare su me stessa), devo ammettere di aver passato un po’ di tempo con Questa Storia e di aver ricavato da questo libro un intero sciame di suggestioni che continuano, dopo alcuni mesi, a ronzarmi in testa. Così, in differita, ho deciso di raccogliere alcune note a margine.

Nota numero uno: “quanto suo padre gli aveva insegnato dell’essere padri”

Io non so che padre abbia avuto Baricco o che strade abbia percorso quando era ragazzino, ma questa frase sembra il ritratto di mio padre, del rapporto che avevo con lui da bambina e del modo in cui mi ha fatta crescere. O forse, meglio, ha lasciato che crescessi a fianco a lui.

In quella severità, e in quell’assenza totale di dubbi, vi era quanto suo padre gli aveva insegnato dell’essere padri: che è saper camminare, senza mai voltarsi. Camminare il passo lungo degli adulti, senza pietà, ma un passo limpido e regolare, perché tuo figlio possa capirlo e starci attaccato, nonostante il suo passo bambino. E farlo senza mai voltarsi, se ne avrai la forza: perché lui sappia che non si perderà, e che camminare insieme è un destino di cui non bisogna mai dubitare, giacché è scritto nella terra.

Mio padre era così quando ero piccola. Nuotava al largo e lasciava che lo seguissi, senza invitarmi a farlo e senza nemmeno dirmi di andare via quando l’acqua era troppo alta. Io annaspavo verso di lui perché erano i soli momenti esclusivamente nostri, e lui nemmeno si girava a guardarmi. Ero piccola e goffa e per forza di cose restavo indietro. Più di una volta, a dirla tutta, ho rischiato di morire affogata. Non è che mio padre fosse distratto o egoista, non è che fosse incosciente come gli gridò una volta una sconosciuta sulla spiaggia affollata, solo, si aspettava che io gli stessi dietro senza bisogno di controllare. E alla fine, io per non morire ho imparato a nuotare.

Nota numero due: “Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando”

Per tutte quelle volte in cui ho desiderato di tuffarmi nel passato, per tutte quelle volte in cui mi sono seduta sulal sponda del fiume e ho aspettato che venisse il mio momento. Per questo momento, in cui non devo accettare di fermarmi con l’alibi dell’attesa e del ricordo.

Questa è forse l’idea che con più forza mi ha colpita.

Mi ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.

Nota numero tre: “Se ami qualcuno che ti ama, non smascherare mai i suoi sogni. Il più grande, e illogico, sei tu.”

E qui non c’è niente da aggiungere. Questa è da tenere a mente e basta.

Il giorno prima della felicità

Erri De Luca, Il giorno prima della felicitàErri De Luca, Il giorno prima della felicità

Leggere Erri De Luca è un piacere che scorre lento nelle parole centellinate con il giusto equilibrio. Un piacere di cose non dette e di forme di vita che si affacciano tra le parentesi della storia narrata. Alla fine ci si sente in pace, quieti. L’ultima pagina contiene allo stesso tempo una soddisfazione e un’attesa, un orgasmo letterario e una risacca dell’anima. Io mi sento troppo volgare e inadatta, nello spazio frettoloso di questo blog, a riportarne l’essenza.

Una citazione da Il giorno prima della felicità Una citazione da Il giorno prima della felicità Una citazione da Il giorno prima della felicità

Tra le righe, ho scelto queste. Per leggere le citazioni clicca sulle immagini e guarda le fotografie nella dimensione originale.

Quasi mi vergogno a dirlo – ma insomma, come negarlo – alcune delle parole che mi hanno colpita di più, si trovano in due facciate dello stesso foglio e parlano dell’assoluta, sconvolgente, devastante verità del primo amore.

Nella calma spigolosa e pulita di questo libro, ci ben altre cose che colpiscono l’immaginazione e stupiscono: la descrizione di una Napoli che sembra fatta di carne viva e la scoperta di una sessualità che sembra fatta di spiriti eterei. C’è la capacità di catturare l’anima dei napoletani agganciando la storia del passato ai suoni musicali del dialetto, le miserie portate con fermo orgoglio e la volontà di riemergere dai sotterranei della povertà. Ci sono coraggio e onore e più di un pizzico di autismo antisociale disciolto nell’esperienza corporea di un amore idealizzato. Ci sono legami che schizzano via impazziti nel momento in cui vengono creati e altri che tornano indietro come palline impazzite dopo il copo della stecca da biliardo.

Se ci fossero più Erri De Luca a raccontare questo Paese, si potrebbe vedere l’Italia restando a casa propria e costruire quel briciolo di comprensione e senso del passato che ci basterebbe a immaginare un futuro.

Le vergini suicide

Sarò breve. Epitaffica.

Le vergini suicide è un libro morboso e claustrofobico, al punto da essere antigenico e malarico. Non mi è piaciuto e sono arrivata fino alla fine con grande fatica. Ecco tutto.

Il fatto è che un anno e mezzo fa (Cristo come passa il tempo!) ho letto lo straordinario Middlesex (se volete leggere la mia recensione non dovete nemmeno cercarla, ve l’ho messa lì, sotto quel click del mouse), così il nome e il cognome in copertina hanno funzionato da calamite per la mia attenzione. “Jeffrey Eugenides. Quello che ha scritto Middlesex!” gridava la copertina. Neanche un cenno al film della Coppola, che probabilmente mi avrebbe fatto desistere. Quel figlio di puttana che ha curato l’edizione Mondadori conosceva bene i suoi polli. E io ci sono cascata.

Leggetevi Middlesex, lasciate perdere le vergini, soprattutto se hanno in mente di togliersi la vita e quindi non ve la daranno mai.

Comunque. Volete sapere una cosa? Anche questa lettura mi ha dato da imparare: non è vero che gli scrittori dopo il primo romanzo di successo perdono il bagliore poetico dell’ispirazione e tutto il resto è una parabola discendente. Le vergini suicide, messo in ordine cronologico prima di Middlesex, dimostra che nella vita si può sempre migliorare. E se questa vale per gli scrittori, figuriamoci per gli altri.

C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo

Curiosavo tra gli scaffali della Feltrinelli di Largo Argentina, alla ricerca di un compagno di carta per l’estate, quando Maria Grazia mi chiama per mostrarmi la sua scoperta. Il titolo è di quelli coercitivi: non valuto nemmeno per un secondo l’opportunità di farmelo prestare alla fine dell’estate, devo averlo e subito. Un libro che si chiama “C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo” deve essere esposto nella mia libreria di ragazza single. Io, che nonostante l’omicidio provo ancora tanta rabbia, sono l’acquirente ideale del romanzo di Efraim Medina Reyes, scrittore colombiano classe 1967 che ha tutta l’aria di un vero figlio di puttana latino e si fregia di altri titoli come Tecniche di masturbazione tra Batman e Robin e La sessualità della Pantera Rosa.

C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo

C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo

Irritante, maschilista, romantico, disinibito, romantico e disastrato: leggo i pezzi sconnessi della vita sentimentale raccontata da un uomo che vive al capo opposto del pianeta e mi sembra di affacciarmi sull’altra parte della luna, su un punto di vista uguale al mio e in qualche modo opposto. Certo, ammazzarlo, voi avete mai provato ad ammazzare un amore perduto? Non è poi così facile.

Mi sono persa e ritrovata più volte nella prosa nervosa di Efraim Medina Reyes, che perde la concatenazione cronologica degli eventi per stabilirne una emotiva, in uno scavo archeologico dentro a un cuore pietrificato che non teme di mostrare mani insanguinate e unghie rotte. Il romanzo è breve, ma soprattutto veloce, un repentino bagno negli abissi dell’amor perduto, il cui cantore disilluso e fiero, mostra aridità e debolezze, rabbia e amarezza.

Il protagonista, che porta il nome di Rep (abbreviazione dell’inquietante soprannome Reptil) ed è chiaramente un alter ego dell’autore, è detestabile quanto affascinante e la sua storia di ossessione romantica arriva a stabilire alcuni assiomi inevitabili.

E intorno all’amore altre cose: il fallimento rispetto a un’ideale provinciale del tutto irraggiungibile, l’inutile e morboso bisogno di scrivere, l’incapacità di riconoscersi un talento sufficiente a salvarlo.

Se fossi nata in Colombia e con un pene, forse anche io mi chiamerei Rep.

Citazioni assolutamente casuali

Sono andata a vedere Cosmopolis, ma ho preferito lo spot Ford prima dell’inizio

Il grande difetto dell’ultimo Cronemberg non è tanto la noia, quanto l’impossibilità di dormire a causa del continuo blablabla.

Cosmopolis

Non dura nemmeno due ore, Cosmopolis, ma sembra quasi che il protagonista e gli altri odiosi personaggi riescano a riempirne almeno 12 o 13 con le loro chiacchiere. Infrangendo una regola base del cinema, Cronemberg se ne infischia di raccontare i passaggi narrativi mostrandoli attraverso l’azione, ma decide di usare una continua didascalia chiacchierata su ogni fotogramma. Tutto viene spiegato, raccontato, detto – tutto men che fatto. Avvinghiato al libro di Don De Lillo, Cosmopolis porta lo spettatore allo sfinimento e da un certo punto in poi l’assenza di svolte significative grava sui presenti in sala come l’afa di un torrido caldo agostano.

Ed è tutto quello che ho da dire. Ah, certo! C’è tutta la storia del quadretto sci-fi che mostra un futuro molto prossimo o un presente (poco) alternativo, la fredda volgarità del sesso in un’epoca in cui i corpi sembrano mere incombenze, la critica alla società dell’informazione, il marxismo… certo. Il punto con certi film non è tanto capirli, quanto quale sia la ragione per cui ci si debba infliggere la pena di farlo.

Che poi mi sono innamorata dello spot Ford: non vi fa pensare ad Aronofsky? 😉 Vabbe’, la prossima volta il terzo MIB non me lo leva nessuno, ecco.