Auto-psicanalisi 3#

Scrivo. Forse soltanto scrivere può aiutarmi a fare chiarezza. Abbassare le difese, respingere i tabù e scrivere.
Da quando le vacanze sono finite ho vissuto troppi momenti di inquietudine. Per più di un mese ho aspettato di rivederti. Tutto quel tempo con la fiducia nel fatto che fossi mio. E quando è successo c’è stata una valanga di emozioni: mi sento sciogliere adesso, se ci penso.
E poi ci sono gli esami, gli amici, altre cose. C’è la mia ricerca di un fare, il bisogno di definirmi adulta, che si scontra con un sistema economico che ci vuole ragazzi fino a trent’anni – ma a trent’anni mia madre aveva già due figlie, un’attività, una casa. Rifiuto della strada che ho seguito fino ad ora, ricerca infruttuosa di altre strade. Ambizioni modulate sul mio modo di essere, quello che vedo sono nuove vuote promesse. Morte e faticosa rinascita. Residui di quello che ho fatto finora. Perché se l’ho fatto finora voglio almeno arrivare ad averne il riconoscimento. Testarda, impegnata costantemente ad essere impegnata, con il segreto terrore che si verifichi la cosa più orrenda:
Passò per la vita
Non visse
Paulo Coelho
E il sentimento, serpente sotterraneo, di vuoto. Di inadeguatezza. Per qualunque ruolo.
“Siete stato pesato, siete stato misurato e siete stato trovato mancante”. – Ma sono io che me lo dico.
Auto-svalutazione, ritorno costante di un nichilismo interiore. Rimpicciolirsi davanti agli altri. Non ho sempre fatto così? Lo dice mia madre, con cui mi sfogo al telefono [momentaneo regresso, black-out emotivo]. Ho provato a lottare, a creare, a conquistare. E non ho mai apprezzato la vittoria. Le soddisfazioni non hanno sapore. Torno a sentirmi niente. E quel niente può essere solo la partenza per una nuova ricerca. Mania di distruggere quello che ho, analizzare fino a ridurre in polvere. Solitudine.
Interferenze continue, insistenti. Interferenze di chi non riconosce che il suo tempo è finito, ma in questo modo mi ricorda come il mio tempo sia sempre stato disturbato, minato, eroso. Ed è un ricordo che fa male.
C’est tout. Ho svuotato il mio sacco già vuoto.

Peccati originali

Riflettevo con mia cugina e poi con il mio ragazzo su quanto ci rimanga attaccata l’impronta del mestiere dei genitori. Per anni si fa di tutto per nuotare in un’altra direzione e poi, magari, ci si accorge che è tra le cose che ci riescono meglio. Riemerge il modello che abbiamo assorbito senza rendercene conto. No, non ho trovato lavoro e non è nemmeno di questo che vorrei parlare oggi. Mi sono accorta di saper convincere le persone a comprare cose totalmente inutili facendo la promoter, così come mi sono accorta che ci prendevo gusto. Ma non è questo il punto.

“Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si occupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza.” Umberto Eco, Il pendolo di Foucault

Ecco, è questo. È mio padre che ride beffardo quando l’incazzatura di mia madre incalza. Sono le gelosie di mia madre. Sono le visite ai parenti a cui seguono critiche spietate. Sono le due ore di stress che precedono ogni festa, organizzata a puntino. Sono le chiacchiere di adulti origliate mentre giocavo. Sono un groviglio complicato di piccole distrazioni, con cui l’umanità di un genitore scopre i suoi talloni d’Achille davanti all’essere vivente che dovrebbe educare. E qualche cosa penetra, magari loro malgrado, qualche altra cosa è rifiutata con prepotenza. I genitori sono le prime persone che comprendiamo, probabilmente sono anche le prime che perdoniamo. E forse l’unico modo per accettare pezzi di noi che soffochiamo è ritrovarli nelle istantanee della memoria. Per sentire che è solo un altro cerchio che si chiude.

Labirinto

Forse per vedere un po’ più in là basta una verità banale. Il coraggio di sapere cosa conta davvero. Per me, non in generale.
I valori sono relativi, ma bisogna almeno avere il coraggio di vivere di quei valori relativi a se stessi. Spogliarsi dalle incrostazioni di quello che si fa perchè si fa così. Seguirsi.
Magari avere il coraggio di capire che per seguirsi bisogna perdersi.

Percezioni parziali

Caratteristiche che sono quelle perché sono sempre state quelle, magari dall’infanzia. Caratteristiche che sembrano tanto essenziali, che non si ha il coraggio di vedere i cambiamenti.
Caratteristiche laterali, che emergono a caso da mezze frasi, diventano centrali nelle percezioni. Significa pietrificare un’immagine piatta e non vedere la persona intera, ma è quello che succede nella maggior parte dei rapporti.
E poi casuali affinità, puzzle incredibili di persone. Telepatie stupefacenti.
Quali strane coincidenze ci portano a trovare un contatto profondo o a non capirci mai?

Anti-Tao

Oggi imposto l’opzione serenità, spostando di cinque tacche la manopola. Bellissima giornata di sole, mi sveglio affamatissima dopo aver sognato paste e dolci di ogni foggia. Non c’è niente da fare: una donna è lunatica per natura. Non ci provo neanche più a contrastare i momenti di crisi/paure/dubbio/frittomisto. Stamattina il Tao dice: “Autocontrollo significa imbrigliare e dare la forma che preferiamo alle cose”. In effetti, è imbrigliare che non mi convince. Se mi fossi autocontrollata non avrei percepito sensazioni nuove, non mi sarei fatta sfiorare da possibilità bizzarre, non mi sarei tuffata nella malinconia scavando troppo in fondo nella mia mente.
E adesso, non riemergerei con uno sbadiglio, più rilassata e consapevole.

Cose che detesto

Mi viene la  pelle d’oca se qualcuno mi chiede più sorrisi, più mossette, più chiacchiere. Non sopporto che alle feste ci sia l’obbligo di dimostrare quanto ci si sta divertendo, come un ticket da pagare. Risate continue e atteggiamento happy, provarci un po’ con tutti e scherzare fino a sentirsi idioti. Se mi sto divertendo si vede, se mi interesso a qualcuno e ci parlo divento luminosa senza bisogno di lampadine, ma se ho un momento down chiedo solo nessuna invadenza (specialmente alle persone appena conosciute). Altrimenti… scusate la prossima volta arrivo con la Duracel della felicità!
Mi dispiace dovermi piegare alla diplomazia del marketing e barattare con questa la mia libertà di espressione. Ma da tutto si impara, la prossima volta prima di rischiare cancellare il mio pensiero sul mio spazio, rinuncerò all’incarico di promuovere qualcosa.
Non sopporto le persone che ritengono il loro lavoro più importante di quello degli altri, che si permettono di far perdere tempo e bucare gli appuntamenti. Ancora di più non sopporto se queste persone si nascondono dietro a un dito ed evitano di prendersi le proprie responsabilità. Se ci si sente superiori agli altri dovrebbe essere  facile, tutto sommato, mandarli affanculo a viso aperto. In fondo sono persone deboli che indossano la corazza della loro carica: quello che non immaginano è di essere facilmente (e molto felicemente) sostituibili.
Un po’ di umor nero… ma no! Solo che ogni tanto mi gira male.

Limiti

Superare continuamente se stessi, mettersi alla prova per capire se si può arrivare un po’ più in là. Fare cose mai fatte, ascoltare l’istinto e lanciarsi nel vuoto. Tirare i dadi, puntare in alto, magari barare un  po’. Fa tutto parte di un viaggio, di un percorso in cui si cresce accumulando ferite e graffi – ferite e graffi, appunto, la pelle scalfita a profondità diverse. Superare certi limiti significa andare avanti. Diventare più consapevoli di sè, migliorare, dimostrare a se stessi fino a che punto è possibile arrivare. Il gioco della corda che si tira, dell’ostacolo da saltare, della sfida.
Eppure ci sono limiti che non devono essere superati. Punti oltre i quali non si può andare. Oltre quei punti l’oceano. Oltre quei limiti tutto il resto da sè. Bisogna conoscere se stessi abbastanza bene, essere abbastanza maturi da sapere dove siano le proprie colonne d’Ercole (certo… le stesse per uno significarono la pazzia e per un altro la scoperta dell’America: ognuno trovi le sue). Andare oltre è la corda che si spezza. Tradire se stessi. Violentarsi. E fa male. Psicologicamente, persino fisicamente. Lo so già. Non mi servono ripetizioni.
Io quei limiti li conosco. Di lì le mie scelte.
Io mi amo tantissimo e ho una grande autostima.
(16 gennaio 2006)

Silenzio

Ho un malessere che nasce nel fondo dello stomaco.
Provo inutilmente ad essere razionale. A misurare con l’anima. A cercare un alibi o una distrazione. Ma c’è qualche cosa che preme, da sotto. “Così non va bene” dice la voce della mia ingenua saggezza. L’intuito: che continuo a ignorare.
Resto in silenzio a guardare la distanza tra me e me.

I miei spazi

Due passi a Villa Borghese.
Lo stomaco bolle.
Una salita. Fatica. Una discesa. Subito dopo. Sarà sempre così?
Calpesto l’erba e le margherite. Margherite… Il tacco affonda nella terra bagnata. Sono le dieci.
Infiltrazioni nella mia vita erodono lo spazio privato. Osmosi inaccettabili, che giorno dopo giorno ho concesso.
No. Gli uomini non ce li dividiamo, fosse anche solo per una scopata.
Ce ne sono tanti.
Tutto ciò che è mio è diventato anche suo.
Come posso difendere il baluardo di una mia indipendenza?
Rabbia.
Sono impotente. Non posso gestire nulla.
Pare che tutti sappiano cosa è meglio per me. Montano e smontano.
Capricci. Vento.
Seduta su un tronco con le scritte degli innamorati, brucio la rabbia. Dovrei parlare chiaro con lei.
Forse non era un dispetto. Forse sono io che capisco male ogni cosa. Ma ora ho bisogno di respirare da sola. Di prendermi i miei tempi. Di non avere rapporto ambigui con le persone. Di conservare lo spazio per il segreto. Di mantenere un po’ di intimità. Di esprimere me stessa, senza giudizi e interpretazioni.
Non ho bisogno di nessuna definizione. Lasciatemi solo vivere.

Albascura

Vago tra una, due, mille identità. Diluisco il mio ego.
Vivo un gioco pericoloso di personalità. Ho occhi che parlano, perché non dicono niente. Assorbono gli altri. Ho un corpo vuoto di coscienza, come un’antenna che capta gli echi di altri individui. Ho un vuoto. Non sono nessuno. E ho paura.
Paura di non avere limiti o di scoprirli? Non so più niente.