[Diario del Festival del cinema di Roma] Un giorno questo dolore ti sarà utile di Roberto Faenza

A dispetto del titolo, il film di Roberto Faenza è una commedia divertente e profonda, che riflette sullo stato di disadattamento sociale tipico dell’adolescenza.
Un giorno tutto questo dolore ti sarà utile
Perché mi è piaciuto Oltre che per il motivo di cui sopra – la vivacità stilistica e narrativa dell’opera nel raccontare una condizione malinconica – ho amato questo film perché vi ho subito ritrovato me stessa. Una me stessa di molti anni fa, goffa, grassoccia e convinta di non essere adatta a vivere in questo mondo, che si auto-escludeva dal resto della società con tutta la tragicomica drammaticità di chi ancora ha visto poco della vita e ha una paura fottuta di vederne un po’ di più. Il protagonista non è né grassoccio e né goffo (anzi, a dirla tutta, Tony Regbo, classe 1991, è una specie di personificazione del Dorian Gray) eppure esprime esattamente questo tipo di disagio: legge e vede film più di quanto non stia con ragazzi e ragazze della sua età e, nonostante (o: a causa di?) un acume brillante, si sente inadatto ad una vita normale. La life coach Lucy Liu e sua nonna (Ellen Burstyn) saranno le sue mentori e lo aiuteranno a capire quanto il mondo non sia poi così distante e quanto tutte le pene di gioventù siano superabili.
Com’è Ambientato principalmente a New York e scritto con intelligenza sulla base del romanzo di Peter Cameron, il film di Roberto Faenza è così profondamente americano che ci si dimentica che sia una coproduzione italiana. Con uno stile a metà strada tra un Woody Allen e una sitcom televisiva, rallegrato dalla briosa colonna sonora di Andrea Guerra, che ha composto le musiche originali (portano la sua firma: La ricerca della felicità, Nine, La finestra di fronte), Un giorno questo dolore ti sarà utile piace molto al pubblico, che applaude incantato.
A chi consiglierei questo film A chi è stato adolescente e non lo è più, ma si ricorda cosa significava. A chi è adesso adolescente e si sente perso e incompreso in un mondo pazzo e pieno di aspettative nei suoi confronti. A chi è adulto e non riesce a capire i figli adolescenti, perché ha dimenticato cosa potesse significare. E, forse, persino ai bambini: che sappiano cosa li aspetta.

I Vicerè: un’insana famiglia allargata

I viceréIeri ho visto in facoltà l’anteprima de I Viceré. Devo fare un piccolo sforzo per togliere Roberto Faenza dalla cornice universitaria e tornare a guardarlo come il regista di un film che mi ha molto commossa da bambina (Jona che visse nella balena) e di un altro che mi ha commossa alcuni anni fa (Prendimi l’anima). Solo liberandomi della mia opinione personale sulla persona, ho potuto indossare il mio sguardo critico.
I Viceré è tratto da uno scomodo romanzo di Federico De Roberto, snobbato dalla critica e dimenticato dalla cultura scolastica. È la saga familiare degli Uzeda, famiglia nobile siciliana di origine spagnola, fondata su rapporti di potere, odio, convenienza. Il film mostra con l’immediatezza delle immagini i temi difficili del libro: una Chiesa corrotta e oziosa, un potere politico basato sul trasformismo, un popolo italiano inconsapevole, una famiglia tradizionale dalla moralità discutibile.
Il film ha molti pregi: ottimi dialoghi (presi, a quanto pare, quasi letteralmente dal romanzo), costumi meravigliosi (non per niente la costumista è Milena Canonero, che ha appena vinto l’Oscar per Marie Antoinette), una fotografia curata nel dettaglio con riferimenti pittorici molto fini (non vi sfuggirà, per esempio, una citazione di questo quadro della scuola caravaggesca). Notevole la performance del siciliano Lando Buzzanca, Alessandro Preziosi se la cava, convince meno Cristiana Capotondi – che sotto il siciliano posticcio, conserva il suo malcelato accento romano. Certo, a volte, il film strizza un po’ troppo l’occhio al Visconti del Gattopardo, valicando la sottile linea tra citazionismo e mancanza di originalità.
Il punto più critico risulta la sceneggiatura che procede a onde corte, portata avanti da piccoli colpi di scena, senza che se ne possa scorgere la fine. Non c’è un climax e gli eventi più tragici non sono ben preparati. Tutti questi aspetti si possono spiegare col fatto che il lungometraggio erano stato concepito come una mini-serie di due puntate: le scelte narrative e ritmiche sono più televisive che cinematografiche.
Indicazioni terapeutiche: utile stimolante per avviare una riflessione sulle origini e le caratteristiche dell’italianità.