Il figlio di Bakunìn

Scarpe da minatore

E scoprirai quel che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui.

Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn, Sellerio Editore Palermo

Prende i passi da qui l’avventura investigativa dell’invisibile narratore, che percorre il Campidano e la Marmilla per ricostruire la vita di un uomo che non ha mai conosciuto. Il racconto si fa e si disfa attraverso il telaio dei suoi incontri con le persone che hanno conosciuto Tullio Saba. L’uomo è uno, ma le lingue sono cento e ciascuna infila nella storia le sue allusioni e i suoi pregiudizi. Pochi ci mettono amore o qualcosa che si possa scambiare per tale. Tutti ci mettono le proprie vicende e un pezzettino di vita.

Ne viene fuori un ritratto affascinante, scritto in un italiano parlato in sardo. Tullio Saba è un eroe schiacciato dagli ideali, un malfattore, un seduttore senza né soldi né malizia; è un anarchico, un comunista, un minatore, un vagabondo, un artista. È tutto e niente, come potrete immaginare, ma se raschiate a fondo le parole di Sergio Atzeni, da qualche parte troverete il vostro Tullio Saba. Lo vedrete passeggiare nell’aria stanca di miniere e di paesaggi brulli, andare per paesi sempre uguali a ieri e far cadere la propria ombra sulle stradine strette del quartiere di Marina, a Cagliari.

Sono arrivata alla fine con la gola secca e il cuore stretto, per il mio Tullio Saba randagio e bisognoso di tozzo di affetto.

Non chiedetemi la sciocchezza di classificare questo libro con un tot di stelline, leggetelo e basta, che vi piacerà. E se non vi dovesse piacere, è colpa vostra che siete troppo continentali.

Il destino dei romanzi che diventano film

Cosa succede quando le parole diventano immagini e quello che avevamo immaginato cambia davanti ai nostri occhi, si svolge con un ritmo diverso, prende un sapore diverso? O anche il contrario, se vogliamo: quante volte dopo aver letto il libro siamo incuriositi dal film?
Ma… che ne sarà dei miei personaggi – quelli che ho visto agire con gli occhi della mente?
Ci ho pensato un po’ su… e mi sono venute in mente vagonate di film tratti da romanzi più o meno famosi. Impossibile farne un inventario, forse è più abbordabile una classificazione.
Miracoli. Erano libri scialbi, sono diventati capolavori. Uno per tutti? So che non sarete tutti d’accordo, ma…
Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, tratto dal romanzo di Arthur Schnitzler, Doppio Sogno.
Ci voleva un genio dello stampo di Kubrick per dare un senso compiuto a una storia sfilacciata e non-sense come questa. Un film immaginifico, onirico, sensuale. Cosa dire di più?
Parimerito. Ovviamente non è la stessa cosa, perché non è mai la stessa cosa, ma tutto sommato sono storie belle da leggere e anche da guardare.
Il nome della rosa di Jean Jacques Annaud, tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Eco. Molto belli entrambi e, nonostante sia un giallo, vale la pena di leggere Eco anche dopo aver visto il film.
Traumi. Erano libri deliziosi, sono diventati film pessimi. Il mio esempio?
Cuori in Atlantide di Scott Hicks, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King.
Rabbia: ecco cosa ho provato a vederlo. Le buone basi per fare un ottimo film c’erano tutte: una parte da co-protagonista al grande Anthony Hopkins, uno dei più affascinanti attori di Hollywood, la trama di uno dei migliori romanzi del maestro, ottimi investimenti. E cosa mi fa questo sciagurato di nome Hicks? Ritaglia dal romanzo la storia meno interessante, perde tutta la bellissima visione kinghiana degli anni ’70, dimentica personaggi, imbelletta tutto con un buonismo di maniera. Che rabbia!!!