Buried: Rodrigo Cortés è un genio e questo film è magistrale!

BuriedDevo confessare subito una cosa: io che questo film potesse funzionare non ci credevo nemmeno un po’. Un solo attore per 94 minuti. Una sola claustrofobica location, una spartana cassa da morto di legno. Un telefono con ricettività limitata come unica risorsa per comunicare con il mondo esterno. Avevo paura si trattasse soltanto di un pretenzioso esperimento, visione intollerabile ai più. Invece, mi sono dovuta ricredere su tutta la linea.

L’idea di Chris Sparling (autore della sceneggiatura del film) è semplicemente geniale e il film è diretto da Rodrigo Cortés in modo magistrale. Il vecchio Alfred Hitchcock era il faro di riferimento (in particolare con i film Prigionieri dell’oceano Nodo alla gola) durante l’ideazione e la lavorazione del film e si può dire, senza paura di eccedere nell’entusiasmo, che gli spagnoli di Buried siano stati all’altezza di siffatto termine di paragone.

Ryan Reynolds interpreta un contractor che lavora come autista di camion per l’esercito americano in Iraq e dopo un attentato si ritrova sepolto a qualche metro da terra. Chiunque si può immedesimare nel senso di orrore, smarrimento e panico che un essere umano ridotto a quelle condizioni estreme può provare: quella dell’essere sepolti vivi è una paura condivisa e radicata in ciascuno di noi. Quentin Tarantino lo aveva mostrato in una delle scene più memorabili e disturbanti di Kill Bill vol. 2 e c’era anche un certo signore di nome Tod Browning che da ragazzino, quando lavorava al circo, usava farsi sepellire vivo. Ma nessuno aveva mai girato un intero film senza risalire in superficie. Per tutta la durata di Buried si sente su di sé il respiro affannoso del protagonista Paul Conroy, interpretato da Ryan Reynolds.

Per tutto il film non si vede la luce del sole e non si vede altro che un angusto spazio tra quattro pareti di legno. Fa venire l’ansia, la claustrofobia, gli attacchi di panico? Sì, inevitabilmente, ma non è tutto. Quel che è peggio è immedesimarsi nella tragicità della situazione. Sentire le inermi voci del mondo esterno e provare la stessa frustrazione che Conroy prova dentro la bara. Sentire i brividi e la tensione per tutta la durata del film e uscire dalla sala prendendo un grosso respiro, come dopo una lunga apnea. I sentimenti, dentro una bara sotto terra, sono amplificati, così scoprire chi è l’uomo che lotta per uscire da lì è toccante e attanaglia il cuore, mentre la mente è accecata dalla rabbia contro il meccanismo più grande che si muove sopra le teste dei ragazzi americani che, a vent’anni o poco più, in Iraq ci arrivano solo per un merdosissimo stipendio a fine mese. Il film che a gennaio ha lasciato senza fiato il pubblico del Sundance Film Festival è bello oltre ogni immaginazione. Consigliatissimo.

Indicazioni terapeutiche: un concentrato di emozioni contro l’orrore della guerra. Fortemente sconsigliato a chi soffre di attacchi d’ansia e crisi di panico.

Smokin’ Aces: un tripudio di carne al fuoco

Smokin' AcesBuddy “Aces” Israel (Jeremy Piven) è un mafioso sta per entrare in un programma di protezione testimoni. Mentre il suo avvocato contratta le condizioni con l’FBI, lui si chiude in una suite regale con cocaina e fornitura costante di puttane. Ma ci sono molte persone che desiderano trasformare il festino in una occasione per fargli la festa…
Un divertissement, un gioco corale in cui regista e attori vogliono solanto fare spettacolo – un po’ nello stile di Ocean’s Eleven, ma con ingredienti diversi. Montaggio serrato, in cui nessi semantici secondari uniscono le voci e creano paralleli: in un sincronismo vorticoso le ultime 48 ore di Aces diventano un balletto di violenza, sangue e sesso (più alluso che consumato). Godibilissime le scene di sparatorie e stragi, nazi-sicari assetati di sangue e Lupin-killer con incredibili travestimenti in schiuma di lattice. Battute molto molto cattive, da ridere con un sorriso allo zolfo.
Il cast acchiappa-massa funziona molto bene, persino Ben Affleck stavolta non sembra un grosso salame. Andy Garcia, Ray Liotta e Ryan Reynolds fanno la loro parte, proprio come ci si aspetta. Alicia Keys è sorprendente e molto sexy. Jeremy Piven, abituato a film leggerissimi o a ruoli televisivi, se la cava, credibilissimo soprattutto nella fase calante. Manca un protagonista con cui identificarsi, che regga le trame della storia: è un continuo avvicendarsi di possibili primi-attori, che possono anche morire dopo mezz’ora. Insomma più di un’ora e mezza di decoprressione, sanguigna, eccessiva, violenta.  Senza impegno. L’unica cosa che non mi a convinta è stato il finale con spiegone*, che mette insieme tutti gli elementi e dipinge il quadro con una fantasia improbabile quanto superficiale, come fanno i bambini col pennarello magico**.
*Spiegone: è il personaggio che sul finale arriva e ti dice che non hai capito un cazzo e ti spiega tutti i dettagli del film (per es. finale di Vanilla Sky).
**Pennarello magico: quando eravate piccoli avete mai giocato con quegli album da colorare che si colorano con un solo pennarello trasparente e i colori vengono dalla carta? Grande delusione quando scoprii che il pennarello non era affatto magico e che lo stesso effetto si poteva avere con un cotton fioc bagnato d’acqua, per esempio.
Indicazioni terapeutiche: forte iniezione di adrenalina, tanto più potente in quanto nonsense.