Questo non facciamolo vedere ai bambini, vi prego

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Silvia: Domenica scorsa sono stata al Festival delle Dieci Lune.
Cupofbrain: Come, ci sei stata domenica e ne parli oggi?
Silvia: Sì, ho il metabolismo lento.
Cupofbrain: In che senso?
Silvia: Nel senso che ci metto tanto a digerire le cose. È per questo che poi assimilo tutto. E ingrasso.
Cupofbrain: Che c’entra che ingrassi?
Silvia: Non c’entra. Volevo solo dire che una cosa successa domenica e un’altra successa prima si vanno a mescolare insieme e ci vuole tempo perché ne venga fuori qualcos’altro.
Cupofbrain: Hai bisogno di un bagno?
Silvia: Questa volta mi accontento di un blog.
Cupofbrain:  Ah, bene grazie. Molto umana. Dicevi di domenica?
Silvia: Domenica c’era il Festival e prima c’è stato l’affare di Vespa.
Cupofbrain: Quello di Porta a Porta?
Silvia: Quello.
Cupofbrain: Tu non stai bene.
Silvia: Te l’ho detto che ho la digestione lenta.
Cupofbrain: E allora?
Silvia: E allora al Festival delle Dieci Lune c’era Saverio Raimondo.
Cupofbrain: E chi è?
Silvia: Un comico satirico. Ha iniziato dicendo che la satira è come il sesso: più se ne parla e meno si fa. E in Italia si parla un sacco della satira. C’è un acceso, equilibrato, rappresentativo, democratico dibattito sulla satira. Che cos’è, a cosa serve, dove porta, quanto costa al chilo, ma sopra ogni altra cosa: quali sono i limiti della satira? Essì, questa cosa dei limiti interessa proprio tutti. È ovvio, dai. Non si scherza sulla religione, perché è irriverente e qualcuno si potrebbe pure offendere. Non si scherza sulle malattie, perché non sono mica una cosa da ridere. Non si scherza sulla famiglia, sull’eterosessualità, sull’omosessualità, sulla metrosessualità ed è meglio non parlare di masturbazione. Alla fine della fiera dei limiti, non rimane che guardarsi l’ombelico e ridere forte. Ma non troppo forte, non sia mai si offenda, pure lui: è solo un povero buchetto in una pancia rotonda, che di colpe non ne ha. Anzi, quando eravamo solo dei fagiolini è stato essenziale per mantenerci in vita.
Cupofbrain: Mi sembra che ti sia persa.
Silvia: No, non io. Ci siamo persi tutti. Comunque il punto è che i media italiani sono ossessionati dal politically correct, come se temessero che la ragione degli spettatori non arrivi a distinguere lo scherzo dalla cosa sulla quale si scherza. Ma secondo te una risata può essere politicamente corretta? Una cosa che ti fa ragliare come un asino, che ti imporpora le guance, che ti scompone tutto e se non stai attento ti fa pure pisciare sotto… questa cosa qui, può essere politicamente corretta?
Cupofbrain: È una domanda retorica?
Silvia: Be’ sì. Insomma, ci espone in tutta la nostra fisicità, la risata. È dissacrante. Come fai a contenerla? Invece qui si fa di tutto per metterle il vestito buono, per darle un valore più alto, per investirla di impegno sociale e trasformarla nell’ennesimo pulpito. O al contrario, per renderla grossolana e provincialotta. In entrambi casi si prova a disinnescarla. Perché la risata ha una controindicazione: ti spinge a pensare. Invece abbiamo questo retaggio culturale, che ci dice che il pensiero è appannaggio di pochi – per carità, tra quei pochi chi parla si include sempre – ed è una cosa serissima, così ci sentiamo in dovere di ripulire la satira. E non solo quella.
Cupofbrain: Cos’altro? Porta a Porta?
Silvia: Sì, anche. Esattamente.
Cupofbrain: Dai, su! Vespa se le merita le mazziate. Vorrai mica difenderlo?
Silvia: Sì. Be’ non in assoluto, sempre. Solo per questa volta.
Cupofbrain: Non starai mica pensando a quando ha ospitato Riina Junior?
Silvia: Esatto.
Cupofbrain: No, vabbè… ma non hai sentito la Guzzantessa? Tu stai fuori.
Silvia: Può darsi, ma ascolta.
Cupofbrain: Non posso fare altrimenti.
Silvia: E infatti. Tu l’hai vista l’intervista? Ecco, a me è non è sembrato che ne venisse fuori l’immagine di una persona equilibrata, da cui prendere esempio. Non ho pensato: “Oh, ma che tipo interessante. Quasi quasi mi compro il libro.” E poi diciamocelo: l’italiano medio legge un libro l’anno, possibile che scelga proprio questo?
Cupofbrain: Be’ la vedo dura.
Silvia: Infatti. Penso che ognuno abbia saputo trarre le sue conclusioni, vedendolo. Negli Stati Uniti intervistare persone che provengono dal mondo della criminalità è normale. Non è apologia, è informazione. Ogni uomo è nudo davanti alla nostra facoltà di giudizio. Non credo che abbiamo bisogno di uno schermo protettivo davanti al figlio di un mafioso.
Cupofbrain: Se magari Vespa l’avesse incalzato di più…
Silvia: Vespa è Vespa. Ha fatto Vespa. Ma non sono mancati gli spunti.
Cupofbrain: E se qualcuno non sapesse ragionare con la sua testa?
Silvia: Ci eleggiamo tutori di ogni cretino in questo Paese? Forse dovremmo un po’ superare questa concezione pedagogica, farci venire il dubbio che per far crescere le persone bisogna metterle nelle condizioni di pensare. Ma se tu vuoi insegnare a un bambino a mangiare una mela gliela fai a pezzi oppure gli dai una mela e un coltello?
Cupofbrain: Dipende, se vuoi che sia autonomo…
Silvia: Appunto! A forza di avere mele e coltelli il bambino imparerà come deve fare. Invece, nella televisione italiana c’è sempre qualcuno che la mela prova a offrirtela già sotto forma di bolo alimentare, qualcuno che pensa che per farti meno male sarà meglio darti un paio di forbici dalla punta arrotondata – sbucciare la frutta sarà un casino, ma almeno non ti farai male! – e qualcuno che pensa che a questo punto è meglio mettere via le mele e nutrirti di sola uva, che non si deve sbucciare.
Cupofbrain: Mia madre da piccola mi sbucciava pure l’uva.
Silvia: Sei patologica. Comunque, così funziona il cervello: se vuoi che la gente usi la testa devi darle qualcosa su cui riflettere. Purtroppo molte persone, sempre tra quelle che ritengono di essere in grado di pensare, considerano la maggioranza incapace di farlo e così la vorrebbero affamare, pur di proteggerne la supposta minorità mentale. Invece dovremmo prenderci la libertà di comunicare presupponendo l’intelligenza altrui.
Cupofbrain: Funzionerebbe?
Silvia: Non possiamo saperlo. Ma è vero il contrario, che a forza di ipotizzare la stupidità generale ci si ottunde.