Hamlet 2000: la maschera nuova di Amleto

Hamlet 2000Cosa succede se si sposta Amleto ai nostri giorni, magari tra i grattacieli di New York City? È quello che ha fatto Michael Almereyda: tagliando qua e là ha tenuto il testo shakespeariano e l’ha adattato al nuovo millennio.
Il padre di Amleto, presidente della Denmark Company, è morto. Suo fratello sposa la moglie e prende il controllo della società. La trama che Almereyda porta sullo schermo è la storia di Shakespeare, ma perché possa funzionare molti elementi devono essere riadattati, ricontestualizzati, rinnovati. Il setting della prima scena non è un castello, ma l’Hotel Elsinore, albergo di lusso tra i grattacieli della City, non si tratta di un banchetto nuziale, ma di una conferenza stampa. Al posto delle spade ci sono le pistole. E Amleto (Ethan Hawke) non è un giovane intellettuale che scrive qualche battuta per il teatro, ma uno studente cinefilo che fa il film-maker per passione.
Un mondo ipermediale circonda questo nuovo Amleto: come Shakespeare aveva usato l’Amleto anche per esprimere una visione del teatro contemporaneo, con forme di rappresentazione metateatrali, così Almereyda tenta di inserire il metacinema. Con una handycam Amleto riprende la conferenza stampa e riprende anche se stesso. Monta spezzoni di film e immagini girate con le sue mani e attraverso il montaggio interpreta la sua realtà. La Trappola per topi è una sintesi muta, breve ed efficace dei fatti che avevano sporcato la coscienza di Claudio, ma è anche una sperimentazione visuale che si nutre di citazioni e ibrida i simboli e le tecniche.
Lo sguardo di Almereyda è bulimico di immagini. La televisione si insinua negli spazi tra una battuta e l’altra inserendo dialoghi inediti o costruendo paralleli: un monaco buddista intervistato alla tv regala massime esistenziali, James Dean nella parte del giovane ribelle è in fondo simile ad Amleto, che suo malgrado deve ribellarsi alla famiglia. Le fotografie di Ofelia sono interpretazioni del reale: nella camera oscura, la giovane amante di Amleto osserva gli scatti che sviluppano alla luce rossa e calda. Computer, telefono e fax sono onnipresenti e hanno una funzione importante nell’economia dei dialoghi e delle scene.
Indicazioni terapeutiche: serbatoio di suggestioni e immagini indicato per soggetti che amano reinterpretare, rimettere in gioco, rileggere il passato alla luce del presente.

Rosencrantz e Guildenstern sono morti: dalla tragedia alla commedia (e ritorno)

Era il 1967 quando al Festival di Edimburgo fu rappresentata la prima assoluta di una tragicommedia scritta dal commediografo inglese Tom Stoppard. Si intitolava Rosencrantz e Guildenstern sono morti, da un verso dell’Amleto di Shakespeare. Stoppard aveva preso due personaggi minori della tragedia e aveva stiracchiato il testo shakespeariano facendone emergere gli aspetti ironici, buffi, comici. Il testo teatrale divenne un film nel 1990 – e vinse il Leone d’Oro.
La trama della tragicommedia segue quella dell’Amleto, mantenendo lungo tutta la vicenda il punto di vista di Rosencrantz e Guildenstern. I due amici del principe di Danimarca sono chiamati a corte da un misterioso messaggero. Partono a cavallo, incontrano lungo il cammino la compagnia teatrale che darà spettacolo a Elsinore. Arrivati al castello parlano con Amleto: dovrebbero scoprire che cosa lo affligga, ma sono maldestri e non riescono a strappargli nulla. Attorno a loro si svolge la tragedia alla quale prendono parte solo minimamente: trascorrono il tempo a Elsinore tra giochi e riflessioni esistenziali inconcludenti.
Stoppard affianca due registri differenti, provocando un effetto di straniamento: da una parte Rosencrantz e Guildenstern sono personaggi realistici e ben definiti nelle sfumature psicologiche; dall’altra Amleto e tutta la corte sono caratterizzati da uno stile di recitazione teatrale, dal linguaggio aulico, da costumi e scenografie che rimandano al palcoscenico. Rosencrantz e Guildenstern si muovono con naturalezza dentro e fuori il castello, mentre l’entrata in scena di Amleto e Ofelia, tra le urla scomposte di lei e i movimenti da balletto, sembra una messinscena. Stoppard rappresenta con ironia il teatro classico, e usa gli interstizi per inserire le sue battute demistificanti. Non ha pudori rispetto al testo originale e non teme di usare il linguaggio delle immagini in luogo delle parole. Le telecamere, dirette da Stoppard, si insinuano nei corridoi secondari dai quali i due amici osservano lo svolgersi della tragedia. Il montaggio rivela significati nuovi.
La compagnia teatrale itinerante suggerisce la chiave di lettura dell’intero film: l’insensatezza della morte di Rosencrantz e Guildenstern. La vera tragedia è che Rosencrantz e Guildenstern non sono nessuno. Non solo: la loro morte appare come un effetto collaterale di una macchinazione superiore alla loro volontà.
Da antologia:
Attore: Conoscevi già quest’opera?
Guildenstern: No.
Attore: Una carneficina: otto cadaveri ed è tutto detto.
Guildenstern: Ma… sei!
AttoreOtto. – due impiccati vengono fatti penzolare sul palcoscenico.
GuildensternCosa sono?
AttoreSono morti.
Indicazioni terapeutiche: pillola dolceamara che stimola la riflessione sul nonsense esistenziale e sulle dinamiche che, sopra di noi, decidono di noi.

Amleto: lo sguardo di Zeffirelli

Hamlet di ZeffirelliUn castello medievale su una scogliera. Il mare e il cielo: tutto è di un azzurro soffuso. L’inquadratura si stringe, la macchina da presa si avvicina al castello. Ai suoi piedi, un corteo funebre. Una dissolvenza ci trasporta in un buio sotterraneo dove una regina piange sulla tomba di un uomo – una scritta in sovrimpressione ci avverte che siamo nel castello di Elsinore, in Danimarca. Entra in scena Amleto. Non ne vediamo il volto, ma solo il braccio che getta il primo pugno di terra sul morto, indugiando, granello su granello. La telecamera si sposta orizzontalmente, risale lungo il braccio fino a inquadrare un uomo incappucciato che si accinge a voltarsi. Mentre si volta e noi riconosciamo Mel Gibson, una voce lo chiama “Amleto”.
L’Amleto che ha il volto di Gibson è un uomo d’azione, magari non un guerriero nerboruto, ma sicuramente uno scaltro stratega, al quale resta poco tempo per i famosi dubbi. Non manca il celebre monologo “essere o non essere”, ma qui significa chiaramente: agire o non agire? Dal momento in cui incontra il fantasma di suo padre, l’azione di Amleto e anche le sue riflessioni sono tese come un arco verso l’obiettivo della vendetta. Armato di rabbia, Amleto è una bomba a orologeria.
Le inquadrature di Zeffirelli rifiutano la claustrofobia del castello, la telecamera si muove vivace e indugia sui particolari, ignorando le regole compositive di un palcoscenico teatrale. Il montaggio è elegante, ma senza riposo: le inquadrature si susseguono con dissolvenze e stacchi continui, mostrando da vari punti di vista personaggi e azioni. Il testo shakespeariano è la base, ma la sceneggiatura è liberamente abbreviata, le battute sono spostate da una scena all’altra, le ambientazioni interpretate con fantasia, moltiplicando le scene e sfruttando anche gli spazi esterni. Tra il linguaggio delle immagini e quello verbale, Franco Zeffirelli sceglie le immagini.
Il film è di ampio respiro, vicino allo Shakespeare poeta universale, ma vicino anche a noi nonostante sia ambientato nel Medioevo danese. La scenografia curata da Dante Ferretti e i costumi di Maurizio Millenotti riportano in vita l’epoca con assoluta fedeltà: Glenn Close con le lunghe trecce e la veste bianca sembra uscita da un quadro fiammingo. E sull’iconografia medievale gioca molto anche la fotografia: della buia scena di lutto, ai paesaggi ampi che si estendono intorno al castello. Le musiche di Ennio Morricone accompagnano suggestivamente, ma con discrezione, le scene.
Indicazioni terapeutiche: shakespeariano sprone all’azione per soggetti che si facciano cogliere da amletici dubbi.

Hamlet: il teatro al cinema

Hamlet di Kenneth BranaghLaerte (Michael Maloney) raccomanda a Ofelia (Kate Winslet) di essere prudente con Amleto (Kenneth Branagh) e di non fidarsi delle sue promesse: il saluto dei due fratelli è ripreso con una inquadratura unica, un piano medio che segue i loro spostamenti in giardino attraverso un carrello dal movimento uniforme. Non c’è spazio per inquadrature d’ampio respiro nel giardino del castello di Elsinore: le figure dei protagonisti troneggiano e gli orizzonti sono chiusi. I volti degli attori  sono tutto. Questa sequenza è un esempio di come nel suo Amleto Kenneth Branagh pieghi il mezzo cinematografico a un linguaggio teatrale, piuttosto che fare il contrario.
Se diamo un’occhiata alla biografia del regista capiamo immediatamente la ragione di questo suo sguardo. Branagh, irlandese, nasce come attore teatrale, per di più a ventitre anni entra a far parte della Royal Shakespeare Company e ben presto fonda la Renaissance Theatre Company. La sua filmografia rappresenta, almeno in parte, un tentativo di avvicinare il pubblico di massa a Shakespeare.
Niente allegerisce la verbosità shakespeariana: la rovescia interamente nella sceneggiatura, senza permettersi di tagliare nessuna scena e nessuna battuta. È una scelta che si ripercuote sulla forma e sulla durata dell’opera, decisamente poco cinematografiche. Shakespeare poteva disporre solo del palcoscenico: per questa ragione, spesso, le azioni più complesse sono descritte dai protagonisti, che fanno da testimoni. Ma il cinema non dovrebbe spiegare con le parole, ma mostrare con le immagini. L’effetto complessivo del film è quello di una pesante assenza di silenzio: i personaggi sono sopraffatti dalle parole shakespeariane, le immagini sono ricoperte di didascalie. Le inquadrature hanno una composizione statica accentuata dalle movenze teatrali dei personaggi. I risultati più felici sono dati da movimenti di camera impossibili per lo sguardo di uno spettatore a teatro: quando Branagh tradisce la sua vocazione, l’efficacia delle immagini veicola significati importanti. È quello che accade con l’entrata in scena di Amleto
Veniamo alle scelte più originali. Vergine o meno, Kate Winslet è un’Ofelia fuori dal canone, donna sensuale piuttosto che adolescente casta. È più Laura che Beatrice, se vogliamo vederla come donna angelicata. La sua pazzia è oscena, traboccante di espliciti riferimenti sessuali. Amleto, al contrario, è più che mai fedele alle rappresentazioni più tradizionali: intellettuale, uomo di pensiero più che d’azione. Una scelta fuori dal comune riguarda l’ambientazione. Costumi e scenografie non hanno niente a che vedere con il Seicento, ma ricordano le atmosfere romantiche dell’Ottocento. Marmi bianchi e neri nel castello maestoso, eserciti moderni armati di moschetti, corsetti e larghe gonne per le signore: non ci sono dubbi sul fatto che l’epoca rappresentata sia più vicina alla nostra che a quella del bardo inglese. Una scelta non filologica, che probabilmente è un tributo alla rivalutazione dei drammi shakespeariani che contrassegnò il Romanticismo.

Indicazioni terapeutiche: indicato per soggetti appassionati di teatro che vogliano vedere Shakespeare interpretato da un cast di ottimi attori, se ne consiglia l’uso in lingua originale. Controindicazioni: in alcuni soggetti può provocare stati di sonnolenza e noia.