Tra televisione e social network l’advergame e il nuovo format di iLIKE.TV

L’altro giorno mi sono ritrovata dentro uno spot televisivo, la mia faccia andava in onda persino sul tg nazionale: magie dell’advergame (come dice la parola, pubblicità/gioco con cui gli utenti possono interagire). Parlo della curiosa campagna pubblicitaria di iLIKE.TV, che tra Facebook e affissioni sui tram cittadini di Milano e Roma, sta facendo riecheggiare e (letteralmente) girare il claim “Io vado in onda. E tu?”.

Su Facebook gira il loro spot virale che interagisce con il profilo di ogni utente: così tutti sono protagonisti dello spot, poiché vede al suo interno i contenuti del proprio profilo. In questo caso la scelta di un advertising aggressivo sui social network è perfettamente in linea con il target (14 -34) e con il concept della nuova televisione. iLIKE.TV, edita da Arkimedia, è fruibile su Sky (canale 170), su digitale terrestre, su YouTube in streaming 24 ore al giorno e all’interno dell’applicazione Facebook dedicata. Il suo proposito è creare una piattaforma di contenuti televisivi che interagisca continuamente con i suoi spettatori tramite i social network. Un progetto ambizioso, che si nutre della condivisione e del coinvolgimento degli spett-attori.

iLIKEtv

iLIKE.TV

L’interazione con il flusso dei contenuti del canale è possibile attraverso un’app gratuita. All’applicazione, sia per iPhone sia per Android e altri sistemi operativi, si può accedere solo attraverso il proprio account Facebook – da parte mia spero che in futuro ci siano altre possibilità per chi non è sul social network per eccellenza o per chi non vuole condividere le proprie informazioni. Le sue funzioni sono al momento quattro: l’instant messaging, la possibilità di comunicare il proprio status, la creazione di piccoli album fotografici a tema con le immagini presenti sulla propria pagina Facebook e la possibilità di vedere il risultato di ciascuna di queste attività in diretta sul canale.

Dal mio punto di vista iLIKE.TV rappresenta senz’altro un punto piuttosto evoluto, anche se non (ancora) il punto d’arrivo di un processo di mediamorfosi televisiva.

Era la fine degli anni Novanta quando Fidler, uno studioso della comunicazione, si era accorto che la vecchia formula della lotta per la supremazia mediale aveva poca vita davanti. Video Killed the Radio Star (cantavano quelli)… ma davvero? E anche se fosse, avrebbe potuto la Rete uccidere il video? L’idea di Fidler era semplice quanto rivoluzionaria: la sua teoria, se vogliamo, è l’antico motto “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” applicato ai media e prende il nome di ascendenza classica di mediamorfosi.

Da un po’ di tempo si osservano corteggiamenti e avvicinamenti tra tivù e web: mentre il web diventa sempre più ricco di contenuti video e web-tv, la televisione tradizionale include personaggi pescati dal web (vedi Social King) oppure dialoga con i social media (molte trasmissioni usano gli hashtag su Twitter in maniera consapevole e utile). In questo contesto di caccia agli utenti televisivi più giovani (di cui per decenni si è paventata la fuga), iLIKE.TV è un ibrido da tenere d’occhio per scoprire, nei prossimi mesi, quanto il canale saprà tenere fede a questa sfida e crescere con essa.

La penna, il calamaio e i social media

Un tempo c’era la siepe con dietro l’infinito e davanti ad essa un ingobbito giovinotto intendo a scrivere versi immortali. La maggior parte delle persone non sapevano nemmeno leggere e comunque le pecore e le mucche messe insieme erano più numerose dei cristiani.

Snoopy nei panni di uno scrittore

Oggi che tutti abbiamo un computer, uno smartphone, un accesso alla rete, un tablet e un crescente numero di social network nei quali postare i contenuti più vari, far arrivare le proprie parole a qualcun altro è molto difficile. Lo scrittore di ieri poteva essere un eremita, un lupo solitario, un indomito segaiolo mentale. Lo scrittore di oggi può ancora essere un segaiolo, ma è costretto a rivedere la separazione un po’ troppo radical e non più chic tra l’artista e il mercante, tra l’animo puro e l’animale sociale. Chi vuole tirar fuori le classiche pagine dal cassetto dei desideri, deve armarsi di santa pazienza e diventare esperto di PR, social media marketing, personal branding, presenzialismo e paraculaggine.

A parte gli scherzi, questo articolo di Umbazar che ha provato a usare Storify per promuovere un libro (senza mai citarne i contenuti), mi ha spinta a riprendere il tema cercando di raccogliere qualche risorsa utile.

TEASING – Social Spin-off

Da uno scrittore ci si aspetta creatività e in questo caso essere creativi significa avere la capacità di generare curiosità intorno al tema o alla storia che il libro contiene. Non esite una ricetta valida per tutti: bisogna saper guardare la propria opera come un prodotto, capire quale sia il mezzo migliore per promuoverla e tessere una storia intorno alla storia.

  1. #1 Un blog attraverso il quale cementare il vostro personal branding di scrittore?
  2. #2 Una serie di account fake, che interagendo tra di loro realizzano una sorta di spin-off twittero del vostro racconto?
  3. #3 Una board di note ipertestuali su Pinterest?

Sono solo alcuni spunti, altri potreste trovarli in questo articolo su Mashable. Qualunque strumento scegliate, l’importante è non smettere di fare quello che sapete fare meglio: raccontare.

NETWORKING – Social Network per scrittori

Circoli letterari, scuole di scrittura, tendenze letterarie hanno insegnato agli artisti di ogni epoca la potenza della circolazione delle idee. Possiamo essere da meno? In questa lista di Squidoo non c’è che l’imbarazzo della scelta. E magari fate anche un giro sull’italiano Medeo di cui vi ho parlato un annetto fa con un altro post.

WRITING – Staccare la spina

C’è da dire una cosa, per essere del tutto onesti: nel rumore di fondo continuo dei social network è facile farsi trasportare dal flusso e non si riesce più a trovare il tempo per scrivere senza cavalcare l’onda del pensiero altrui. Ogni tanto staccate il cavetto, spegnete la wireless, ritiratevi in montagna, al mare, nel sottoscala, dove vi pare. Scrivete.

A proposito di #StartUp: TendyBox e il perfetto mix di comunicazione e prodotto

Vi ricordate quando un ancora affascinante Mel Gibson, amante seriale dagli irresistibili occhi blu, si accorgeva di non avere capito un cazzo di quello che realmente vogliono le donne? In anni di onorata carriera sessuale, sentimentale, ma anche professionale, era passato immune attraverso decine, forse centinaia di donne che gli ronzavano attorno dalla mattina alla sera senza mai indovinare i loro desideri.

Vi ricordate quando arriva la prima svolta in What Women Want? Una rampante collega dell’agenzia pubblicitaria gli consegna una scatola colma di prodotti per il benessere femminile, sfidandolo a trovare un’idea per colpire il target. Quella scatola delle meraviglie colma di cerette, lacche e non mi ricordo quali altri cosmetici, per il povero Mel Gibson si trasforma in una fonte di indescrivibili torture. Al contrario, quelli di TendyBox l’idea per colpire il proprio target ce l’hanno tra le mani ed è proprio quella scatola di prodotti tanto temuta e odiata.

La TendyBox è stata presentata da Claudio Capitani in occasione #TTT07 di Roma nello spazio del COWO360, dove si è parlato della relazione che intercorre tra Startup e Social Media (date un’occhiata allo storify dell’evento per sapere quali siano stati i temi caldi della serata). E visto che c’erano in palio una decina di scatole del mese di settembre… non potevo proprio esimermi dal vincerne una! 😉 Nella foto sotto potete vedere l’unpacking.

Come funziona la scatola dei desideri? Ogni abbonata ne riceve una al mese per la cifra tutto sommato modica di di 14€: all’interno della scatola una selezione di nuovi cosmetici da testare. Solo lo spacchettamento rivela il contenuto della scatola, che è infatti una sorpresa per le TendyGirls.

E ora la domanda vera: perché funziona?

L’idea mi è piaciuta molto, perché credo che abbia nella sua semplicità i numeri per raggiungere un pubblico femminile vasto e molto orizzontale. Come è orizzontalmente apprezzata, per le donne di qualsiasi età e provenienza, la cosmesi.

L’esigenza: il bisogno di soddisfare la curiosità, che m’insegnano essere donna, è alla base di un’idea come questa. Non so voi, ma io sono una di quelle fanatiche della novità che quando entrano in un supermercato hanno occhi solo per ciò che non hanno mai visto. Va bene, io sono una vera maniaca della sperimentazione in qualsiasi ambito, ma quando si parla di bellezza siamo tutte alla disperata ricerca del prodotto definitivo per non invecchiare, per far risplendere lo sguardo, per questo o quel difetto. Non so quanti soldi ho speso alla ricerca del mascara perfetto, tanto per fare un esempio.

Word of mouth e social media: chiaramente si tratta di un settore nel quale il passaparola reale e virtuale è il mezzo più potente per la diffusione di un prodotto. Un po’ tutte le tematiche rosa sono al centro delle più vivaci community che popolano il web 2.0: bellezza, cucina e moda sono le regine incontrastate del buzz. E quindi la strategia social di TendyBox che penetra con volontà informativa tra le blogger e le influencer presenti su Twitter e con modalità amichevole su Facebook, parte sicuramente col piede giusto.

Il prodotto: il prodotto fa incontrare la curiosità femminile con la volontà delle case produttrici di prodotti di bellezza di entrare in contatto col proprio pubblico per proporre cosmetici nuovi. Anche nella forma la TendyBox arriva dritto al cuore delle ragazze: packaging vivace e ben identificabile, ma anche un po’ ruffiano con una citazione che coccola la femminilità di chi apre la scatola.

La parola alle ragazze che mi leggono: potrebbe funzionare? Vi abbonereste? Cosa ne pensate?

Quando basta una birra per vivere in un film: la campagna Young & Rubicam per Bavaria

Out of the blue Bavaria

Bavaria – Out of the Blue

Quando giri con il cellulare in mano intento chiamare il tuo capo, quando scendi di corsa dall’autobus andando verso un appuntamento per il quale sei probabilmente già in ritardo, quando stai attraversando la strada o mentre passeggi in un parco – insomma, nel bel mezzo delle tue azioni quotidiane più banali – non ti aspetti che spunti dal nulla una telecamera e ti faccia sentire all’improvviso nel bel mezzo di un set cinematografico. Quella che vi ho appena descritto è una candid camera che sfrutta il fattore sorpresa per far entrare gli ignari protagonisti nel nuovo mondo di Bavaria

Un mood divertente e un po’ goliardico quello di Out of the Blue, la campagna di marketing pensata dai creativi del gruppo Young & Rubicam per l’olandese Bavaria. La strategia in atto mixa la presenza sui social media con inaspettate e repentine azioni di guerrilla marketing. Così può capitare, come è successo alla signora che vedete nel video, che una truccatrice vi rimetta in sesto appena mettete piede fuori dall’autobus, mentre si sente gridare “La rifacciamo!” con la tipica assertività professionale della produzione di un film.

L’originale campagna di rebranding della nota birra, che è partita nel mese di giugno, lancia un nuovo attraente packaging, il cui colore è appunto un fresco e appetitoso blu, oltre a comunicare il nuovo posizionamento del tradizionale brand, ora più attento all’ambiente. Con ogni evidenza cambia anche il core target, che ringiovanisce e diventa metropolitano, smart & chic. Per questo l’orchestrazione della campagna cerca di spostarsi dai soliti schemi e di coinvolgere le persone comuni in un dialogo esteporaneo e inaspettato con il brand, irrompendo “a bruciapelo” (questo il significato dell’espressione “out of the blue”) nella vita di tutti i giorni.

Si tratta di una svolta comunicativa importante, stando a quello che dice il direttore marketing di Bavaria Italia Roberta Gambino, intervistata da Brand Forum:

Questa campagna è per noi uno step fondamentale per supportare un importante riposizionamento volto a spostare progressivamente l’identità del brand da value for money a premium, con l’obiettivo di valorizzare il prodotto, rafforzarne la riconoscibilità e costruire un posizionamento distintivo del brand. Vogliamo proporci in modo innovativo e sorprendente sul mercato, in modo da arricchire il brand di un’immagine fresca e moderna, ampliando e ringiovanendo il target di consumatori”.

Oh Gesù, ancora un’altra newsletter? Chi vuole leggere Twitter via mail?

E io che pensavo che le newsletter fossero uno strumento già sul viale del tramonto… poi arriva Twitter che più o meno due settimane fa lancia una specie di weekly digest. Si tratta di una newsletter completamente personalizzata attraverso un algoritmo che seleziona in base agli interessi e le affinità di ciascun utente una serie di tweet e conversazioni. Cosa mi sono persa, cosa non ho capito?
Twitter newsletter
La ratio di questa mossa è sicuramente la constatazione del fatto che il rumore social stia arrivando al di sopra di una certa soglia di tollerabilità: ciascun utente deve per forza trovare delle strade per razionalizzare il flusso… senza per questo tagliarsene fuori. (Su questo tema mi faccio un po’ di autopromozione e vi consiglio il mio articolo della settimana scorsa. 😉 ) Seguendo la cara vecchia logica push Twitter propone una soluzione semplice: temi di esserti perso qualcosa di imperdibile? Bene, io ti faccio il riassunto delle puntate precedenti. Ottimo proposito, ma personalmente ho appena fatto opt-out dalla maggior parte delle newsletter che ricevo. L’ho fatto proprio allo scopo di ridurre il rumore, non voglio che la casella mail si riempia di cose che non avrò tempo di leggere. Ora, con una sincerità ai limiti dell’ingenuità, sarei curiosa di sapere chi legge ancora le newsletter che riceve (e quali). La mia impressione è che nell’economia dell’informazione il posto riservato alle newsletter che aggregano contenuti sia piuttosto basso. Ovviamente potrei sbagliarmi. Se avete voglia, ditemi quali newsletter leggete e perché. Poi c’è un piccolo cavillo che mi lascia perplessa: per ricevere l’email settimanale di Twitter non si deve fare l’opt-in, dunque qualunque utente Twitter la riceve ogni lunedì. Si può per fortuna fare opt-out, andando alla pagina delle impostazioni delle notifiche. Vista l’inclusione coatta di ogni utente in questo programma, non vi pare che possiamo definire questa newsletter come banale spam? E infine, maliziosamente mi domando: siamo proprio sicuri che questa logica push non abbia niente a che fare con la monetizzazione di Twitter attraverso contenuti sponsorizzati?

[Vita da blogger] Due giorni a Lione ai Laboratoires Boiron

 

Marionetta Lione

Un anno fa grazie all’agenzia con la quale lavoro ho avuto l’occasione di partecipare a un incontro milanese con Christian Boiron, il presidente della più importante casa farmaceutica omeopatica al mondo. Quest’anno io, quattro blogger e un collega di Ebuzzing siamo stati invitati a visitare la Boiron di Lione: una visita a suo modo storica, perché è stata la prima volta che le porte dei laboratori sono state aperte alla blogosfera. 😉 Ed eccoci, in una foto di gruppo tutta in rosa: tra le blogger, oltre me e Umbazar, potete riconoscere Angela e Laura di non solo Kawaii, Serena di Idea Mamma e Michela di Bebè facile.

Le blogger italiane ai Laboratoires Boiron di Lione

Una passeggiata a Lione Prima di procedere alla visita dei laboratori, la Boiron ci ha offerto una piacevole e istruttiva sgambettata per il centro di Lione con tanto di guida locale. Pur sfoggiando una discreta ignoranza in materia, sono rimasta colpita dall’architettura degli edifici: una graziosa via di mezzo tra l’austerità parigina e la semplicità vivibile del mediterraneo. Edifici colorati, forme sinuose e una collezione di epoche storiche differenti che vanno della fondazione romana sino al Matitone dei nostri giorni passando attraverso il medioevo gotico e il pomposo rinascimento.   Andare in Francia senza gustare uno dei più famosi dolci locali? Impossibile! Il nostro piccolo giro turistico si è concluso in un bar del centro dove abbiamo assaggiato crepes davvero scenografiche e ultracaloriche (la mia, tanto per dire, era al cioccolato, mandorle e crema chantilly, almeno un’ora di corsa).

Palazzo a Lione - Dettaglio

La visita ai laboratori Il secondo giorno del viaggio è stato interamente dedicato alla scoperta del processo produttivo dei medicinali omeopatici presso i laboratori di Messimy e Sainte Foy les Lyon. Dalle tinture madri e diluizioni fino alla realizzatione dei granuli e al confezionamento nei blister. Affascinate dalla lunghezza e dalla complessità del processo, le blogger non si sono lasciate scappare l’occasione per un Q&A su un argomento del quale in Italia (anche a causa dei limiti imposti dalla legislazione in materia.

Interno di un cortile a Lione

Targetizzato o indiscreto? La bullet theory 2.0

Da qualche mese ogni volta che mi collego a Facebook sono perseguitata da questo annuncio (ne ho visto due o tre varianti di poco diverse):
Ancora single: facebook ads
Ora, a parte il fatto che sono evidentemente troppo figa (va bene… LOL! 😀 !) per iscrivermi su un sito la cui URL è cercaragazzi.com, trovo piuttosto subdolo l’uso strumentale dei bambini accanto alle foto di uomini belli e sorridenti (con il sottotesto che possiamo facilmente dedurre).
Passiamo al lato serio della cosa: chi ha detto loro che sto cercando un fidanzato? Io. O meglio, io mi sono limitata a scrivere “single” nella mia situazione sentimentale e così Zuckerberg &Co. hanno venduto l’informazione a chi acquista Facebook Ads. Niente di scandaloso, nel senso che non esistono servizi veramente gratuiti, ma solo modi alternativi di pagare. In questo caso, pago l’iscrizione al social network diventando pappa per operatori di web marketing.  Basta incrociare i dati anagrafici per dedurre i miei desideri…

Donna, ventisette anni, single: sta cercando marito!

Donna, interessata al tema salute e benessere: vuole dimagrire!

Donna: ha un debole per le scarpe, le borse e, in generale, per la moda.

Oppure no? Aristotele avrebbe avuto qualcosa da dire rispetto alla logica sillogistica che i markettari del pianeta social applicano con ostinazione. E anche io. Non sono alla disperata ricerca di un uomo, non ho bisogno di dimagrire e sono piuttosto indifferente alla moda. Va bene, forse io sono una consumatrice un po’ particolare, ma ecco il punto al quale vorrei arrivare: non è che alla fine questo modo di proporre i propri servizi sia più controproducente che altro? Quanto sono efficaci queste call to action?

E se quella donna single fosse uscita a pezzi da una storia precedente?

E se quella ragazza interessata al benessere avesse bisogno di superare qualche serio problema alimentare?

E se quella donna fosse orientata a un consumo più consapevole e meno modaiolo?

Potrebbero sembrare casi limite, ma non lo sono: una persona vera è molto più di una riga di dati all’interno di un database, ha un corpo e una testa con cui schivare uno a uno i proiettili delle comunicazioni commerciali. La superatissima teoria ipodermica sembra essere alla base di annunci per niente 2.0, che pur avendo l’opportunità di sfruttare a pieno il profilo e gli interessi di un individuo, restano prigionieri di una concezione del marketing vecchia scuola.

Attenzione, non voglio dire che gli annunci sui social network siano destinati all’inefficacia. Se l’annuncio è pensato con intelligenza, anche se non si può contare su un CTR medio molto alto, potrebbe essere valorizzato dalla viralità “gratuita” attraverso il meccanismo dello share. 

Qualche domanda in più bisognerebbe farsela quando il servizio offerto si propone di incontrare l’utente su un piano privato e molto personale. A quel punto diventa importante evitare di essere indisponenti. L’effetto boomerang è dietro l’angolo e l’unico modo per evitarlo è cambiare paradigma.

L’alternativa passa attraverso un marketing conversazionale, che abbandoni la strada maestra della comunicazione one to many e faccia davvero proprie le logiche dei social network, a costo di una diffusione meno rapida e virale, ma più convincente. Facile a dirsi, ma il percorso è irto di ostacoli e in parte ancora da immaginare.

E, comunque, se sono ancora single saranno pure cazzi miei. 😉

[Duemila]Undici consigli sui social media da portare nel 2012

Ho pensato di raccogliere una lista di avvertimenti preziosi da portare nel nuovo anno: come ottimizzare la presenza sui social media? Quali sono i trend da tenere presenti per il futuro?
Social media
Magari vi potrà sembrare strano, ma ho scelto di partire dal mezzo più vecchio della costellazione social – il blog, affidandomi, però, a dati recentissimi.

  1. I blog sono in ottima salute e la blogosfera non smette di crescere Da più di un decennio si parla di fine della carta stampata, ma nonostante questo i giornali e soprattutto i libri restano baluardi inespugnabili del passato e non hanno mai smesso di contribuire alla costruzione del futuro (in barba ai tanto declamati tablet e non solo a quelli). Una cosa simile accade per i blog che, nonostante abbiano appena una quindicina di anni, alcuni hanno già dato per morti a causa dell’ascesa dei grandi social network. Per fortuna si sbagliano. Mi potrei appellare alla mediamorfosi scomodando Fidler e la mia laurea triennale, ma per evitare di annoiarvi (visto che siamo solo al primo di 12 punti) mi limito a dire che il vecchio non viene spazzato via dal nuovo, piuttosto vi si adatta e in molti casi ne assume alcuni tratti. Applicando questo discorso alla blogosfera, pensare alla sua morte per mano dei social network è stata una previsione affrettata e piuttosto miope. I dati più recenti ci dicono che i blog continuano a crescere e sono sempre più interconnessi con il tessuto economico, ma, anche, sempre più dipendenti dalla promozione sui social network, in un sistema complesso e sinergico. Se la crescita della blogosfera non disegna una curva impressionante come quella che ha caretterizzato altri social media, è vero che il numero di blog aumenta costantemente insieme con la loro qualità: assistiamo ad un continuo aumento dei blog aziendali e dei blogger professionisti. Per i blogger:  i social media sono un’opportunità e non una forma di concorrenza, come quasi tutti hanno capito, il cardine della strategia è l’integrazione. Per i brand:  in un panorama social che sembra fluire in un continuo presente, i blog realizzano il giusto equilibrio tra aggiornamento continuo e contenuti di valore che si sedimentano nel web. Ecco perché i blogger sono sempre ottimi interlocutori nelle campagne di social media marketing e PR. Per approfondire lo stato della blogosfera e la relazione tra blog e brand, leggi l’ultima ricerca di Technorati (novembre 2011).
  2. I social network non sono tutti uguali Ok. Forse per qualcuno questa sarà pure la scoperta dell’acqua calda. Ma anche no. Troppo spesso tendiamo a feedarci dell’idea che basti condividere un po’ ovunque per moltiplicare gli accessi a un sito. Se vi accontentate di poco può anche funzionare, ma se il vostro obiettivo è davvero quello di ottimizzare la crescita, allora è necessario riflettere  sulle specificità di ciascun mezzo e di ciascun canale. I feed RSS e la sincronizzazione tra i diversi social media hanno il grosso vantaggio di aggiornare contemporaneamente tutti gli account social, ma finisce lì. Chi vuole essere presente su un social network sa bene che offrire uno specchio aggiornato dei contenuti di un sito non basta: per esperienza posso dire che gli RSS di un blog su Facebook generano meno engagement di altri tipi di update come gli status o le domande, allo stesso modo un account Twitter che propone solo link non tende a non avere molti follower. In un mondo ideale oltre ai link verso un sito bisognerebbe produrre contenuti originali per ciascun account social, nel mondo reale – e per assenza di tempo – è preferibile concentrarsi in questo modo su due/tre social network, piuttosto che generare una infinita quantità di duplicati. Anche quando si propone essenzialmente lo stesso contenuto, è utile provare ad adattarlo al mezzo utilizzato con tutti gli accorgimenti necessari (per esempio un hashtag su Twitter piuttosto che un il tag a una pagina su Facebook).  Prima di condividere vale sempre la vecchia e mai oziosa domandina: qual è il plus che sto offrendo a chi mi legge? In breve: Identità non significa copia-incolla. Differenziare l’approccio ai diversi social network è la chiave per ampliare e non solo consolidare il proprio pubblico.
  3. Ottimizzare il tempo Non so voi, ma io spesso mi stupisco di come l’overload informativo tenda ad appiattire la quotidianità in un presente fluido in cui abbiamo la continua sensazione di correre restando perennemente indietro. Gli eventi, grandi e piccoli, personali e pubblici, si affastellano e si sovrappongono in un disordine e con una rapidità tali, che è sempre più difficile tenere le redini del proprio tempo vitale, tenere separati i diversi ambiti della vita e farsi un’idea dell’epoca che stiamo vivendo. Di sicuro i vecchi paradigmi dicotomici che prevedevano una distinzione rigida tra pubblico e privato, professionale e personale, presente e passato, si sono infranti contro una nuova percezione del tempo in cui i confini di ogni cosa sono sempre più labili e le distanze fisiche e temporali sempre più brevi. Sull’argomento, vi consiglio di leggere il bellissimo post di Andreas Voigt sul blog Innovando. In questo contesto dalle implicazioni molteplici e complesse, un problema pratico e quasi banale da risolvere è questo: come faccio a ottimizzare il mio budget di tempo tra le varie attività, a partire dal tempo speso per informarmi e per aggiornare i social media, fino al tempo da dedicare alla mia vita privata? Poche settimane fa ho trovato molto interessante la pomodoro technique, spiegata da Stefano Mizzella a Smart&App (a proposito di risparmio di tempo, io andrei dritta al minuto 8:45). Il segreto: creare degli slot rigidi di tempo in cui ci si concentra al massimo su un’unica attività o, perlomeno, inventarsi delle abitudini/riti di consumo del tempo, in cui ogni cosa ha il suo spazio. Aggiungerei soltanto: non dimenticatevi di respirare! 😉
  4. Think social, go local [Scusate ma non ho potuto fare a meno di cedere alla tentazione anglofona – d’altra parte da una che ha chiamato il blog Cup of brain non ci si può aspettare di meglio.] A nessuno sarà sfuggita la popolarità di Foursquare (che, almeno tra i miei contatti, ha raggiunto il suo picco massimo intorno al periodo estivo) caso che quest’anno è stato sotto gli occhi di tutti e che ha incrociato le connessioni virtuali con la vita sociale reale outdoor. Morale? Anche i geek hanno una vita sociale outdoor, ma soprattutto… il cerchio è destinato a chiudersi e tra le opportunità offerte dai social media c’è un intero ventaglio non pienamente esplorato di soluzioni a basso costo per le PMI a carattere locale.
  5. Gamification  Anche qui il popolare Foursquare fa scuola (ma non è il solo): nessuno avrebbe mai pensato che tante persone sarebbero state disposte a condividere i propri spostamenti con amici e conoscenti, ma Foursquare l’ha trasformato in un’applicazione mobile davvero coinvolgente e virale. Le azioni quotidiane sono diventate l’ingrediente principale di un gioco la cui vincita è tutta in termini di reputazione e riconoscimento sociale, ma lo scopo finale è creare un’utilità che vada al di là delle dinamiche di gioco: un database in continua espansione di consigli e statistiche su luoghi dove uscire, mangiare, divertirsi, fare acquisti… etc. Facendo leva sul potere psicologico della sfida e del confronto con gli altri utenti il gioco si è diffuso in modo virale e diventa in poco tempo una vera e propria dipendenza. Non è una novità, tutt’altro. Come suggerito da questo articolo molto completo su Mashable, basta pensare alle raccolte punti, ai programmi Frequent Flyer, ai concorsi. Ciononostante le potenzialità aperte dai social media e dalle tecnologie mobile hanno aperto il campo alle più disparate evoluzioni e applicazioni, persino il tracciamento della pupù al duplice scopo di sensibilizzare e fare brand awarness. In pratica: il futuro sarà un gioco da ragazzi o, perlomeno, nei prossimi tre o quattro anni assisteremo ad una esponenziale crescita dell’uso di questa tecnica applicata al marketing, all’innovazione in azienda e probabilmente a molti altri ambiti (mi viene in mente l’istruzione, ma forse sono ottimista 😉 ).
  6. Google rende il web definitivamente social Non appena ho avuto modo di provare Google+ ho espresso la mia umile opinione sul social network del colosso della ricerca sul web, sui suoi punti di forza e sulle potenziali debolezze del progetto. Un ulteriore punto sul quale è interessante riflettere è il fatto che Google+ avvicina sempre di più il web all’utente, plasmando i risultati di ricerca a sua immagine. Ad esempio, se io cerco un qualsiasi termine su Google, una certa preferenza viene data alle pagine sulle quali i miei contatti hanno cliccato il famoso +1, a quelle riferite a risultati locali e a quelle più in linea con le mie preferenze di navigazione. In questo modo ciascun utente ottiene la propria pagina dei risultati, completamente personalizzata. Il problema è questo: se i miei risultati ricalcano le preferenze mie e del mio network… non rischio che il mio campo di ricerca venga ristretto e in qualche modo drogato dalle mie cerchie sociali e dai miei stessi limiti? Non si amplia il gap informativo tra i diversi gruppi sociali rendendo le differenze culturali più pesanti? Esperimento utile: se ogni tanto volete tornare alla ricerca “pura” potete provare a vedere i risultati senza una serie di miglioramenti (tra cui la geolocalizzazione e l’analisi della cronologia).
  7. Dalla reputazione al personal brand: siamo tutti personaggi Buttiamoci in mezzo anche Pirandello, che non fa mai male! Da quando i social media sono diventati un megafono in mano a chiunque, ciascuno di noi può avere molto più dei 15 minuti di celebrità predetti da Warhol. Praticamente, ognuno di noi vive con i fari continuamente puntati o, per meglio dire, decide su cosa e come puntarli in una quantità incredibile di modi e momenti diversi.  Un’esposizione fino a pochi anni fa impensabile richiede una certa dose di responsabilità nella scelta dei contenuti da condividere, in quali momenti e con chi – e qualche volta crea qualche situazione imbarazzante quando sono gli amici a diffondere cose che ci riguardano. La metafora salva-faccia. Oltre una certa soglia non ci si può più permettere di scrivere, dire e mostrare qualunque cosa e credo che tutti quelli che hanno superato il centinaio di contatti sappiano di cosa parlo. Quando sono indecisa penso ai social network come a luoghi fisici: dalla massima riservatezza della mail che corrisponde ad una abitazione alla massima visibilità dei contenuti pubblici su Facebook che potrebbe corrispondere più o meno all’atto di parlare con il megafono sopra il palco di una piazza affollata.
  8. Tra la quantità e la qualità c’è di mezzo la strategia I servizi per incrementare i fan su Facebook e i follower su Twitter sono diversi ed è aperto il dibattito per valutare se sia realmente vantaggioso o meno acquisire pacchetti a pagamento. Resta il fatto che un gran numero di persone in ascolto è ben poca cosa se manca l’engagement degli utenti – risultato che si può sperare di ottenere e mantenere nel tempo solo offrendo contenuti di qualità, interessanti per il target prescelto. E questo senza addentrarci nella discussione sulla teoria dei mille fan e sui modelli relativi alla proporzione tra fan attivi e non e diverse modalità di coinvolgimento on e anche offline. Indiscutibilmente prima ancora di porsi obiettivi quantitativi e di decidere come raggiungerli, bisogna disegnare una strategia di comunicazione che parta dagli interessi del proprio target connessi con l’identità che si vuole comunicare e, last but not least, con i risultati da raggiungere. In altre parole: prima viene “che cosa” e poi “a chi”. Lasswell docet.
  9. Prima di parlare ascolta Il nuovo metodo di ascolto si chiama monitoraggio. Esistono degli analisti che si servono di tool avanzati per rilevare quello che si dice online di un’azienda, di un brand o di qualsiasi altro argomento. Alcune società sono specializzate proprio in questo servizio, altre (come Ebuzzing, per cui lavoro) offrono queste analisi all’interno di una rosa di servizi di marketing. Come la maggior parte delle cose che si possono fare in rete si può fare anche a costo zero: infatti non manca una gamma di strumenti gratuiti di monitoraggio dei social media, per gli appassionati del fai-da-te (anche se questa opzione economica può risultare un po’ più macchinosa e dispendiosa in termini di tempo). Il punto: non si può più ignorare quello che si dice in rete, tanto vale farne un punto di partenza per arrivare al proprio target (lettori, utenti, clienti, cittadini…).
  10. La rivincita dei nerd Un bello scossone alla senescenza dell’occidente arriva da un esercito di ragazzini che hanno un’idea, la mettono in pratica e diventano milionari. Il capo è certamente il ventisettenne Mark Zuckerberg, ma non è il solo ad aver fatto il botto prima dei trent’anni. Forbes ha dedicato una classifica ai 30 under 30 più influenti. E in Italia? Qualche tempo fa parlavo con una imprenditrice di quanto sia difficile per noi fare lo stesso. Colpa probabilmente di un sistema universitario ancora elefantico, lontano anni luce dai vivai di eccellenze americani, ma anche di un sistema economico che tende a soffocare l’imprenditoria e rende difficile reperire i finanziamenti, che siano pubblici o privati. Aggiungerei una certa propensione all’individualismo e una (anche giustificata) mancanza di fiducia nel prossimo e il quadro si può dire completo. Da noi la generazione nerd si ribella contro una semi-schiavitù imposta da un sistema malato – penso al successo di #nofreejobs – o evade fuori frontiera, alla ricerca di opportunità diverse. Quindi? Se vogliamo ringiovanire questo Paese per vecchi, forse dovremmo iniziare a dare credito (e intendo soprattutto in termini economici) ai nostri nerd, prima che scappino tutti.
  11. Il panorama dei social network è un universo in piena espressione Se credete di assistere al più grande spettacolo dopo il Big Bang vi sbagliate: l’esplosione dei social media è appena iniziata. Come qualunque universo primordiale che si rispetti, anche il panorama social è caratterizzato da grandi astri destinati apparentemente a non tramontare mai, da meteore che dimenticheremo presto, da asteroidi che finiscono per schiantarsi su altri corpi celesti dando inizio a unioni impensate, da pianeti meravigliosi e dai loro satelliti. In ogni caso il momento in cui una maturazione del sistema porterà a una sua stasi e a un equilibrio difficile da modificare è ancora di là da venire. Dov’è il consiglio? Se avete un’idea, fanculo alla crisi: questo è il momento.

Siete d’accordo? Ho fatto questa lista sulla base delle mie esperienze, osservazioni e dei miei errori dell’ultimo anno, voi cos’altro aggiungereste?

Hijack Marketing – marketing without marketing

Hijack marketingHijack Marketing – marketing without marketing di Alex WipperfürthPortfolio – Penguin Group
Come si fa marketing nell’epoca in cui l’uomo della strada è in grado di smontare e rimontare il linguaggio pubblicitario? Come si fa a far passare il proprio messaggio in un’epoca un cui basta una connessione a Internet per dire la propria opinione su un prodotto? Come si fa a entrare in contatto con consumatori che snobbano la pubblicità? Questo libro dalla copertina anonima, assolutamente priva di sex appeal, ci dà qualche spunto lungimirante su come sarà il marketing del nuovo millennio. Cosa significa brand hijack? Definito come acquisizione da parte del consumatore è l’atto di requisire un brand dai professionisti dela marketing e guidarne l’evoluzione. L’autore propone addirittura un manifesto, eccone la traduzione (mia, credo che questo libro non sia mai stato tradotto in Italia).
Marketing senza marketing – Un manifesto del brand hijack

  1. Lascia perdere la menzogna che il tuo brand ti appartenga. Appartiene al mercato.
  2. Crea il tuo brand collaborando con i consumatori.
  3. Lascia perdere i focus group, licenzia i cool chaser e assumi il tuo stesso target.
  4. Facilita ai tuoi consumatori più appassionati e influenti l’operazione di tradurre il messaggio del tuo brand a un pubblico più ampio.
  5. Sii paziente. La tua iniziativa di brand potrebbe aver bisogno di anni – o settimane – per decollare.
  6. Sii flessibile. Pianifica con attenzione ogni passo, ma sii aperto all’opzione di veder riscrivere la storia strada facendo.
  7. Perdi il controllo. Liberati per poter cogliere opportunità improvvise che durano solo un attimo.
  8. Resisti alla paranoia della coerenza. Abbraccia il valore dell’essere sorprendente e imperfetto.
  9. Rispetta la tua community. Traccia una linea tra promozione e manipolazione, intrusione e cooptazione.

Non mancano le case story analizzate in maniera dettagliata per trovare la ricetta segreta del brand hijack: Apple, Napster, Red Bull sono tutti brand che sono stati dirottati dai consumatori che ne hanno ridefinito il significato e l’uso. E tra le altre storie fa capolino quella di Mattel, che a differenza di altri, ha del tutto perso il treno del brand hijack facendo causa a un artista che reinterpretava la famosa bambola. Un’ottima riserva di spunti, intuizioni e regole di condotta.

Oh, dear… we’re so fast-growing! Ebuzzing acquisisce Trigami.

Le famiglie crescono… alcune più in fretta di altre! Ecco la mia nuova “famiglia” romana/milanese (no, tranquilli, non mi sono sposata):
 Ebuzzing Roma 2011 Ebuzzing Milano 2011
Questa è la famiglia italiana di ebuzzing, che si sta allargando a rapidamente a tutta l’Europa! Nata in Francia, ebuzzing ha già sedi in Italia, Regno Unito, Spagna, Germania (l’ufficio Amburgo è di imminente apertura) ed ora in Svizzera, a Basilea. Il gruppo fondato da Pierre Chappaz (se sai leggere il francese scopri di chi sto parlando) si è appena fuso con Trigami (ecco il team svizzero nella foto in basso), società leader del social media marketing in Svizzera, Germania e Austria, con un network di 15.000 blogger. Che presto entreranno a far parte della nostra piattaforma!
Andrea Febbraio CEO Italia di ebuzzing ha commentato la fusione Trigami-Ebuzzing ricordando la mission del gruppo: “Siamo impegnati a costruire una piattaforma europea leader nel Social Media Marketing per essere vicini a tutti i nostri clienti nei singoli mercati in cui operano”, aggiungendo che l’esperienza e il talento del team Trigami permetterà a Ebuzzing di conquistare Germania, Svizzera e Austria con l’obiettivo di costruire una posizione di leadership nei mercati di lingua tedesca. Un altro passo in questa rivoluzione del marketing che diventa social: il word of mouth è l’argilla con cui le persone costruiscono l’immagine dei brand.
[Ed ora, non vorrei scadere nello spottone, ma se vuoi salire sul treno, diventa un nostro publisher: www.ebuzzing.it! 😉 ]