Pinterest stimola la creatività o asseconda la pigrizia?

Pinterest

Negli ultimi mesi si è parlato molto del fenomeno Pinterest, il nuovo social network specializzato nell’organizzazione e condivisione di immagini. Osannato come il prossimo gigante del web (con la curva di crescita più rapida nel già fulmineo contesto dei social network), Pinterest ha subito nelle ultime settimane un calo nella rapidità di crescita, ma resta la grande novità del 2012 (a essere precisi in fase Beta e negli Stati Uniti, la storia comincia ben prima). Personalmente me ne sono innamorata senza riserve e lo sto usando per collezionare cose belle, frasi che mi colpiscono e per portare un po’ di traffico al mio blog attraverso le immagini più significative. A dirla tutta, quest’ultima attività occupa – credo – l’1% del tempo che ci passo. Mi comporto come se Pinterest fosse soprattutto un album dei desideri o un’agenda delle medie in versione digitale. Interrogandomi sul successo di una piattaforma tutta basata sull’appeal delle immagini, la mia curiosità, più che dai suoi possibili utilizzi nel campo del marketing, è attratta dall’aspetto etnografico/sociologico.  In parole povere: perché la gente usa Pinterest e in che modo? Approfondendo l’argomento è imprescindibile un’occhiata al POV di Enguage: A Review of Social Media’s Newest Sweetheart. In particolare un paragrafo mette in rilievo il passaggio dalla creazione di contenuti alla cura degli stessi di cui Pinterest non è che l’ultimo protagonista.

Now we’re seeing people shift more energy toward curating interesting and compelling content. People stare into a fire hose of information every day, and it’s having an impact. They’re actively seeking ways to not only filter and organize what they find, but also to less stressfully consume more content. That is the behavior Pinterest exploits. FONTE: A Review of Social Media’s Newest Sweetheart by Enguage

Nell’overload di informazioni a cui qualunque utente di Internet è sottoposto, le persone iniziano a cercare un modo per organizzare, salvare e avere letteralmente cura dei contenuti più interessanti, in modo da poterli trovare in maniera semplice e gradevole quando ne avranno bisogno. Gradevole è la parola chiave: Pinterest vince la sfida dell’attenzione degli utenti chiedendo meno stress e meno tempo da impiegare a leggere. basta un rapido colpo d’occhio per scorrere una bacheca organizzata con cura. Vogliamo conservare e catalogare ciò che ci interessa in un modo che ne conservi la bellezza e che aiuti ad esprimere la nostra personalità. In questo senso si può dire che la content curation sia la nuova forma di espressione del sè: la nostra identità si esplica come un collage di immagini, suggestioni, frasi ed elementi di lifestyle che altri hanno creato. Come nella vita di tutti i giorni l’originalità è perla rara e la maggior parte di quello che siamo, mangiamo, facciamo, lo dobbiamo al pensiero di qualcuno che ci ha preceduti. Se si guarda il bicchiere come mezzo vuoto, si può essere facilmente portati a pensare che questo eroda lo spazio per la creatività sostituendola con un’espressione di sé più superficiale e pigra. Ci si dimentica, però, che in tutta la storia degli user generated contents (e, allargando lo sguardo, nella storia delle arti, delle lettere e della creatività) sono sempre stati molto più numerosi gli utenti/spettatori/lettori rispetto a quelli che realmente producono contenuti originali. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Tra l’altro, c’è chi sostiene che che usare Pinterest sia un modo per stimolare la creatività in cucina, a casa e persino sul lavoro. Eppure il tempo è poco e spesso le ore spese nel creare la perfetta bacheca di DIY o un menù virtuale per il pranzo della domenica, sono direttamente sottratte al fare queste cose per davvero. La domanda è di quelle da un milione di dollari… come fare a realizzare il giusto equilibrio tra il tempo dedicato alla ricerca di stimoli e quello dedicato al fare qualcosa? 😉

[Vita da blogger] Due giorni a Lione ai Laboratoires Boiron

 

Marionetta Lione

Un anno fa grazie all’agenzia con la quale lavoro ho avuto l’occasione di partecipare a un incontro milanese con Christian Boiron, il presidente della più importante casa farmaceutica omeopatica al mondo. Quest’anno io, quattro blogger e un collega di Ebuzzing siamo stati invitati a visitare la Boiron di Lione: una visita a suo modo storica, perché è stata la prima volta che le porte dei laboratori sono state aperte alla blogosfera. 😉 Ed eccoci, in una foto di gruppo tutta in rosa: tra le blogger, oltre me e Umbazar, potete riconoscere Angela e Laura di non solo Kawaii, Serena di Idea Mamma e Michela di Bebè facile.

Le blogger italiane ai Laboratoires Boiron di Lione

Una passeggiata a Lione Prima di procedere alla visita dei laboratori, la Boiron ci ha offerto una piacevole e istruttiva sgambettata per il centro di Lione con tanto di guida locale. Pur sfoggiando una discreta ignoranza in materia, sono rimasta colpita dall’architettura degli edifici: una graziosa via di mezzo tra l’austerità parigina e la semplicità vivibile del mediterraneo. Edifici colorati, forme sinuose e una collezione di epoche storiche differenti che vanno della fondazione romana sino al Matitone dei nostri giorni passando attraverso il medioevo gotico e il pomposo rinascimento.   Andare in Francia senza gustare uno dei più famosi dolci locali? Impossibile! Il nostro piccolo giro turistico si è concluso in un bar del centro dove abbiamo assaggiato crepes davvero scenografiche e ultracaloriche (la mia, tanto per dire, era al cioccolato, mandorle e crema chantilly, almeno un’ora di corsa).

Palazzo a Lione - Dettaglio

La visita ai laboratori Il secondo giorno del viaggio è stato interamente dedicato alla scoperta del processo produttivo dei medicinali omeopatici presso i laboratori di Messimy e Sainte Foy les Lyon. Dalle tinture madri e diluizioni fino alla realizzatione dei granuli e al confezionamento nei blister. Affascinate dalla lunghezza e dalla complessità del processo, le blogger non si sono lasciate scappare l’occasione per un Q&A su un argomento del quale in Italia (anche a causa dei limiti imposti dalla legislazione in materia.

Interno di un cortile a Lione

EnemyGraph: blasfemia social

Love and haters
Ho ripreso questa simpatica dichiarazione d’amore da Pinterest, il nuovo social network che crea dipendenza (a proposito – e poi subito vado al nocciolo del discorso – mi trovate anche lì… avevate forse dubbi?), perché mi sembra una introduzione perfetta per parlare dell’EnemyGraph.

Ti amo perché odiamo le stesse cose

Frase bizzarra, efficace ossimoro che fa luce su un sottinteso banale quanto sottovalutato delle relazioni umane: anche le contrapposizioni creano relazioni. Si tratta di psicologia sociale spicciola: ognuno di noi è portato a massimizzare le somiglianze in-group e minimizzarle out-group. Da ciò deriva che un aperto schieramento contro qualcosa o qualcuno ci avvicina a qualcosa/qualcun altro. D’altra parte la nostra cultura è fatta di contrapposizioni viscerali, che solo a uno sguardo davvero attento si rivelano molto meno nette di quanto non appaiano:

PC Vs. Mac Coca Cola Vs. Pepsi Nike Vs. Adidas Twitter Vs. Facebook Madonna Vs. Lady Gaga

E sono solo pochi esempi, per rimanere nell’ambito dei brand (sì, anche Madonna e Lady Gaga sono brand). Si tratta di un giochetto che può fare chiunque prendendo un campo a caso della conoscenza umana.

Ora provate a pensare a quante volte la vostra stima nei confronti di una persona semi-sconosciuta ha subito una rapida impennata grazie a un comune snobismo:

“Maria De Filippi? Chi, il marito di Costanzo?” “I Beatles? La diffusione degli acidi negli anni Sessanta è stata la loro grande fortuna.” “La Costa Smeralda? Perché, è Sardegna quella?”

Una frase del genere e l’interlocutore che avevate appena degnato di uno sguardo annoiato diventa all’improvviso il vostro miglior amico. Magie dell’affinità elettiva. Oppure: quante volte vi è capitato di sentire desiderare il tasto dislike su Facebook? Ognuno di noi vuole poter affermare i propri gusti, ma anche i propri dis-gusti. Ed eccoci giunti al punto: l’applicazione EnemyGraph serve proprio a questo. Non più (solo) gruppi di fan e sostenitori ma anche gruppi di accaniti detrattori che hanno in comune l’odio anziché l’amore. EnemyGraph è una paradossale connessione sulla base dei muri che tracciamo tra noi e le cose che non ci piacciono, ma anche una classifica dei personaggio famosi e dei brand più odiati. Potrebbe sembrare un approccio antisociale e invece è più social che mai.

Mi è piaciuto moltissimo l’articolo con cui l’ideatore dell’app presenta EnemyGraph: con finezza sociologica e uno spirito corsaro che fa pensare alla cultura hacker, Dean Terry si prende gioco di tutti, ma soprattutto del gigante Facebook, sulle spalle del quale si erge. 

Va bene, ma cosa ce ne facciamo di questa rete dell’odio? Allo stadio attuale EnemyGraph è solo una intelligente bozza e i like alla sua pagina sono poco al di sopra delle tre migliaia. Se diventasse di uso comune e si sviluppasse ulteriormente a livello di usabiltà e reperibilità delle informazioni, dal punto di vista del marketing EnemyGraph potrebbe rivelarsi una meravigliosa miniera:

  1. La classifica dei più odiati potrebbe essere una sorta di cartina di tornasole per la brand awarness: ricordate la vecchia e abusata citazione di Wilde? Ecco: i brand con più fan sono anche quelli che generano più odio, perché sono quelli più esposti quindi, nel bene o nel male sono al centro dell’attenzione.
  2. Analizzare l’opinione dei propri detrattori è da sempre un ottimo spunto per migliorare.
  3. Capire le ragioni della la negatività degli utenti verso un concorrente diretto può essere uno strumento per rafforzare le differenze e polarizzare il proprio posizionamento.
  4. Studiare le connessioni tra like ed enemies può realizzare una precisa mappa delle tendenze culturali e/o consumistiche.
  5. Dal punto di vista degli utenti, formare gruppi di nemici può essere d’aiuto per incanalare una inimicizia comune in una qualche forma di guerra. Detta così sembra una cosa terribilmente incivile, ma io penso a gruppi di attivisti che reclutano adepti nel nome di una causa comune, mentre spero sia più improbabile che un gruppo di detrattori scatenati vada sotto casa di Justin Bibier – primo nella classifica dell’odio – per riempirlo di botte!

Io, una fuoriserie (con Annina)

Fuori serieStrano posto (non-luogo, iper-luogo?) il web, partecipi a un concorso che perderai e guadagni un’intervista. [Sì, perché di vincere Enel Blogger Award non ho proprio speranze. Sono fuori dalla top five dei più votati e da tempo fuori dalla partita perché non ho pubblicato nulla per svariate settimane (ma come, non sapete perché? Leggete qui).] Quando Annalisa Vacca aka Annina, mi ha chiesto un’intervista per il suo programma su WR8 la mia prima reazione è stata di semplice stupore, cui è seguita un’egocentrica voglia di protagonismo, che ha infine lasciato spazio all’incertezza: e adesso che le racconto? Perché, diciamocelo, la prontezza di risposta non è mai stata una delle mie qualità. E non ho nemmeno una bella voce. Comunque, difficilmente mi lascio scappare la possibilità di fare una cosa nuova, perché ho l’insidioso pregio-difetto della curiosità. E così ieri è andata in onda la mia intervista per Fuoriserie con Annina, la trasmissione che punta i riflettori sui protagonisti del web social: youtuber, blogger, twitteri e non solo.

Cliccate qui per ascoltare la puntata di Fuoriserie con la mia intervista. 🙂

Sarebbe piaciuto al profeta della pop art, uno spazio virtuale senza regia in cui chiunque può diventare un personaggio e meritare un microfono acceso. Persino io.

Targetizzato o indiscreto? La bullet theory 2.0

Da qualche mese ogni volta che mi collego a Facebook sono perseguitata da questo annuncio (ne ho visto due o tre varianti di poco diverse):
Ancora single: facebook ads
Ora, a parte il fatto che sono evidentemente troppo figa (va bene… LOL! 😀 !) per iscrivermi su un sito la cui URL è cercaragazzi.com, trovo piuttosto subdolo l’uso strumentale dei bambini accanto alle foto di uomini belli e sorridenti (con il sottotesto che possiamo facilmente dedurre).
Passiamo al lato serio della cosa: chi ha detto loro che sto cercando un fidanzato? Io. O meglio, io mi sono limitata a scrivere “single” nella mia situazione sentimentale e così Zuckerberg &Co. hanno venduto l’informazione a chi acquista Facebook Ads. Niente di scandaloso, nel senso che non esistono servizi veramente gratuiti, ma solo modi alternativi di pagare. In questo caso, pago l’iscrizione al social network diventando pappa per operatori di web marketing.  Basta incrociare i dati anagrafici per dedurre i miei desideri…

Donna, ventisette anni, single: sta cercando marito!

Donna, interessata al tema salute e benessere: vuole dimagrire!

Donna: ha un debole per le scarpe, le borse e, in generale, per la moda.

Oppure no? Aristotele avrebbe avuto qualcosa da dire rispetto alla logica sillogistica che i markettari del pianeta social applicano con ostinazione. E anche io. Non sono alla disperata ricerca di un uomo, non ho bisogno di dimagrire e sono piuttosto indifferente alla moda. Va bene, forse io sono una consumatrice un po’ particolare, ma ecco il punto al quale vorrei arrivare: non è che alla fine questo modo di proporre i propri servizi sia più controproducente che altro? Quanto sono efficaci queste call to action?

E se quella donna single fosse uscita a pezzi da una storia precedente?

E se quella ragazza interessata al benessere avesse bisogno di superare qualche serio problema alimentare?

E se quella donna fosse orientata a un consumo più consapevole e meno modaiolo?

Potrebbero sembrare casi limite, ma non lo sono: una persona vera è molto più di una riga di dati all’interno di un database, ha un corpo e una testa con cui schivare uno a uno i proiettili delle comunicazioni commerciali. La superatissima teoria ipodermica sembra essere alla base di annunci per niente 2.0, che pur avendo l’opportunità di sfruttare a pieno il profilo e gli interessi di un individuo, restano prigionieri di una concezione del marketing vecchia scuola.

Attenzione, non voglio dire che gli annunci sui social network siano destinati all’inefficacia. Se l’annuncio è pensato con intelligenza, anche se non si può contare su un CTR medio molto alto, potrebbe essere valorizzato dalla viralità “gratuita” attraverso il meccanismo dello share. 

Qualche domanda in più bisognerebbe farsela quando il servizio offerto si propone di incontrare l’utente su un piano privato e molto personale. A quel punto diventa importante evitare di essere indisponenti. L’effetto boomerang è dietro l’angolo e l’unico modo per evitarlo è cambiare paradigma.

L’alternativa passa attraverso un marketing conversazionale, che abbandoni la strada maestra della comunicazione one to many e faccia davvero proprie le logiche dei social network, a costo di una diffusione meno rapida e virale, ma più convincente. Facile a dirsi, ma il percorso è irto di ostacoli e in parte ancora da immaginare.

E, comunque, se sono ancora single saranno pure cazzi miei. 😉

Medeo, si fa presto a dire social network!

MedeoOramai la parola social è sulla bocca di tutti. E se ad arricchirsi come Mark Zuckerberg sono stati in pochi, in molti corteggiano il settore e proliferano i nuovi social: dal generalista Google+ (resto sempre più convinta della validità delle mie prime impressioni in proposito) a quelli più specializzati. Questa corsa all’oro determina, inevitabilmente, un impoverimento del giacimento: gli utenti, complessivamente, non stanno certo aumentando come i network – anzi si può dire tranquillamente che sono sempre gli stessi e più ci addentriamo nella selva del web social, meno sparuti e intrepidi esploratori rimangono.
In questi giorni è stato lanciato Medeo, l’italianissima rete social culturale. [Qualche anno fa una cosa simile era successa con gli aggregatori di notizie – che il social networking ha oscurato e che adesso, anche per via del Panda, stanno vivendo tempi duri.]
L’idea
Medeo è il primo social network made in Italy pensato per avvicinare gli amanti e i professionisti della cultura. In parole povere l’idea è questa: visto che scrittori, editori e lettori sono accomunati oltre che da una ipotetica affinità elettiva anche dall’inevitabile presenza sui social network… perché non creare uno spazio di condivisione e interazione tutto loro? Costruito intorno ai libri dagli stessi ideatori della webzine Io Come (che, curiosamente, ha una impostazione grafica molto più accattivante), raggruppa tutti gli interessi culturali di ciascun iscritto (quindi anche cinema e musica). Progetto ambizioso negli intenti, ha probabilmente il suo pregio maggiore nel tentativo di raggruppare gli eventi di interesse culturale (che spesso si perdono nel magma onnivoro di Facebook) all’interno di un contesto social. Naturalmente l’aspetto del networking dovrebbe fare la differenza, visto che di siti e blog completamente dedicati agli eventi, magari specializzati in una determinata area geografica o in un determinato settore, ce ne sono a iosa.
Punti deboli
Anche se l’idea è buona – ma non originalissima: pensiamo all’internazionale e ben consolidato Anobii – nella pratica Medeo ha ancora grossi margini di miglioramento, a partire da un grafica ben poco 2.0 fino a un form di registrazione troppo complesso e un po’ obsoleto. Inoltre, almeno finora, mancano scrittori e personaggi illustri del mondo culturale che possano fare un po’ da traino al lancio del social network. E come disse il maestro Zen: vedremo…

[Let’s try] Let’s Lunch: vieni a pranzo con me?

Alberto Sordi - spaghetto
Arriva anche in Italia Let’s Lunch il social network professionale che connette le carriere davanti a un buon piatto di pasta – o a un’insalata, un kebab, un pollo arrosto, una porzione di sushi e sashimi, un panino… insomma, il menù fatevelo pure voi!
L’idea
Partiamo da una constatazione ovvia: siamo sempre, tutti, di fretta. Stretti tra il lavoro e gli altri mille irrinunciabili impegni extra-professionali, abbiamo poco tempo persino per gli amici, figuriamoci per le nuove conoscenze. Eppure, allargare il proprio network professionale offre una serie di incalcolabili vantaggi pratici – un nuovo contatto può dare vita a una nuova occasione di business per l’azienda o lavoro, per non parlare dello scambio di conoscenze, dritte e consigli.  Ebbene: prendiamo la necessità di ottimizzare il tempo e quella di conoscere persone nuove e il dato di fatto che, a meno di eccezioni, almeno un’oretta per pranzare bene o male si ritaglia sempre. Se ogni impegnatissimo professionista si rendesse disponibile durante la pausa pranzo… sapete quante connessioni si creerebbero? A questo aggiungerei anche la possibilità di sfruttare Let’s Luch come pretesto social per incontrare vis-à-vis tutte quelle persone conosciute virtualmente, con le quali sarebbe utile, ogni tanto, creare occasioni conviviali. Sì, ma, in pratica, come funziona?
Facile facile
Già all’idea di iscrivervi all’ennesimo social network siete stanchi – lo vedo dalla faccia! – soprattutto perché ultimamente spuntano come funghi. Non fate così, perché provare questa volta richiede poco, pochissimo tempo. Let’s Lunch fa una cosa fighissima e di una semplicità quasi banale: invece di chiedervi di compilare 2.000 form, inserire dati su dati e giurargli per sempre fedeltà eterna, vi fa mettere solo un set di informazioni molto basilare e poi scansiona il vostro browser alla ricerca dei biscottini (cookies) e dei file di log. A questo punto se gli date il permesso di connettersi ai vostri social network (Linkedin, Facebook e Twitter), cattura ed elabora tutte le informazioni necessarie. Quello che vi resta da fare è la parte migliore: indicate dove e quando siete liberi per pranzo. E adesso? Non resta che aspettare: perché Let’s Lunch incrocerà il vostro con altri profili in base alla posizione geografica, alla professione e agli interessi, per proporvi un pranzo in compagnia di persone che potrebbero rivelarsi contatti interessanti. Allora, chi viene a pranzo?
Questo social spacca perché…
1) Le connessioni non sono mai troppe, ma il tempo è sempre di meno.
2) Almeno il pranzo, in quanto necessità fisiologica, ancora riusciamo a ritagliarlo nelle giornate lavorative colme di impegni.
3) Let’s lunch riesce nell’impresa di unire l’utile al dilettevole: raccogliendo persone con interessi professionali comuni attorno a un tavolo.

Indignati e violentati: testimonianze dai social network

Questo post nasce, come quello di sabato sera, da un moto di indignazione, dalla volontà di capire, dalla triste incredulità rispetto a quello che è accaduto appena sotto casa. Nasce come la raccolta di alcune delle impressioni e riflessioni a caldo raccolte sui social network. Da quelli che c’erano e hanno manifestato in maniera pacifica, da quelli che non sono scesi in piazza, ma si sentono indignati comunque, da quelli che hanno molte domande da insinuare.
Come ho già detto, io alla manifestazione non sono andata. Quando ho capito cosa stava succedendo mi sono attaccata ai giornali online e ai social network ad assorbire un flusso misto di informazioni, pregiudizi e quelle che sembravano cronache di guerra o, almeno, di guerriglia urbana. Se è vero che un’immagine vale mille parole, una delle prime cose a colpirmi sabato è stata questa foto, accompagnata dal commento di Chiara Chiusolo:
Era più o meno questa l’idea che avevo della manifestazione… e che abbiamo ottenuto adesso??? Una beneamata FAVA!!!
Indignados
Perché indignati? Non sono tanto le banche il primo obiettivo degli indignati italiani, quanto il precariato economico che diventa esistenziale. Il lavoro – che va e viene – è la prima etichetta distintiva con cui ciascuno degli indignati che ho intervistato sceglie di presentarsi: non è un caso.

Ho quasi 27 anni ed un lavoro precario. Se alle tre e mezza di questo lunedi pomeriggio sono davanti al pc, non è (solo) per mia scelta. Passo i tempo ad assicurarmi che il cellulare prenda bene, in attesa del mio prossimo contratto e pregando perchè la mia unica alternativa non sia fare le valige e tornare nella città da cui sono partita. Il mio uomo, liberoprofessionistaprecario, è (miracolosamente) al lavoro… ultimamente parliamo spesso della possibilità o meno di andare a vivere insieme. Che bello eh? E se un giorno la nostra sorte precaria ci facesse ritrovare con le pezze lì dove non splende il sole, come la mettiamo??? Quante inutili speranze nutrite nella manifestazione di sabato!!! E più che semplicemente “indignata”, sono indignata per gli indignati… nel senso che, Signore e Signori della Corte, siamo noi lo stramaledetto motore di questa nazione in coma farmacologico. Siamo operai, panettieri, agricoltori, commessi e quant’altro.

Abbiamo noi il coltello dalla parte del manico, abbiamo il sacrosanto diritto e il dovere morale di paralizzarlo, questo Paese: incrociamo tutti le braccia, all’unisono e facciamolo ad oltranza, finchè l’indignazione tacita ed incisiva non arrivi al cervello di chi tiene i nostri fili, e strappi via i tappi dalle orecchie di quelli che non prestano attenzione a nulla se non a ciò che tintinni come moneta sonante! Per quanto la musica, gli striscioni colorati e una bella giornata di sole siano una gran bella coreografia, una sfilata nel centro storico non cambia la storia. Sono anni che abbiamo toccato il fondo, eravamo tutti in attesa della naturale risalita. Ed invece ci siamo rivelati delle ottime talpe!

Vogliamo tutti un futuro, vogliamo poter sognare e fare programmi a breve e lungo termine. Minimo comun denominatore che dovrebbe si portarci tutti in piazza, ma anche ai palazzi del potere il giorno dopo, e altrove il giorno seguente. La cronaca di un corteo annunciato, da sola, serve a ben poco.

Chiara Chiusolo

Mi chiamo Stefano, 37 anni, trascorsi da precario dell’informazione cinematografica, come a dire “nessun presente” (citando Giorgio Canali) e un futuro improbabile. Coabito ancora con genitori coi quali il rapporto è a dir poco problematico, perché i miei compensi incerti e sporadici non sarebbero sufficienti ad affittare la botte di Diogene il Cinico. Sono completamente scettico, rispetto all’idea che la situazione mia e dei miei simili possa migliorare, senza che si dia inizio a una rivoluzione sociale di portata mondiale. Sono comunista, per cui i motivi che mi hanno portato ad aderire alla manifestazione vanno al di là dell’indignazione individuale, che pure è forte. Movimenti come quello degli “Indignados” partono da un disagio reale, concreto, ma non hanno spesso una guida forte, sicura, che gli consenta di incanalare l’energia e la rabbia in un progetto rivoluzionario pienamente consapevole. Da circa due anni milito in un partito di orientamento trotskista, lì ho imparato in sostanza che “ogni lasciata è persa”: nel senso che bisogna “fare entrismo”, ovvero entrare con le nostre ridotte forze (in un’epoca che vede trionfare i poteri internazionali e locali più reazionari, vessatori e opprimenti) in ogni movimento che si proponga come contrario agli abomini del sistema capitalista, per cercare di spingerne gli affiliati verso una protesta ancora più radicale. 

Stefano aka Darth Steve

Fondamentalmente penso di dover lavorare per vivere e che la mia vita non debba essere il lavoro mentre le attuali politiche spingono a precarizzare più possibile il lavoro in modo da evitare che un lavoratore possa, nella vita, fare altro che lavorare, possibilmente alle condizioni peggiori possibile. va da sè che, a utilità terminata, crepi, visto che le pensioni non sono previste in questo sistema. quindi ben vengano i contratti rinegoziabili, i licenziamenti facili, i tagli al welfare, all’istruzione, alla sanità. purchè pubbliche, eh; le private, accessibili a pochi, vengono invece potenziate di conseguenza. beh, onestamente, tutto questo mi fa schifo ANCHE se è possibile che io mi trovi nella categoria di persone “non del tutto sfruttate”. e, se un branco di piccoli ometti pagati per essere rappresentanti delle nostre richieste crede di essere diventata un’oligarchia assoluta, beh, mi assicurerò personalmente che l’equivalente moderno della ghigliottina del 1789 francese sia loro chiaro presagio del futuro prossimo.

Davide aka Sarcastic Ogre

Che idea vi siete fatti dei black bloc?

Ci sono molte domande che mi ronzano in testa da sabato: chi sono questi black bloc e cosa vogliono? Seguono un’ideologia e degli obiettivi politici oppure sono solo degli spaccatutto, delle “Bombe di distrazione di massa“, come ha efficacemente sintetizzato il mio amico Francesco (aka Ciccio)? Perché al termine di ogni manifestazione non emergono mai i nomi, perché sembra sempre che siano inarrestabili, letteralmente? L‘intervista su Repubblica non è bastata a colmare i miei dubbi, al contrario. L’intervistato è elusivo e vago: il giornalista che ha scelto il titolo Il black bloc svela i piani di guerra” commette il solito reato di sensazionalismo.

Black cops. h14.20 inizio degli scontri, h21.19 nessuna notizia di arresti.

Alessandro Gambino

Indignata con i black bloc: da pacifico corteo di contestazione a un campo di battaglia… anche questo è un bavaglio…  […] Non mi spiego come solo 3 camionette abbiano cercato di fermare dei teppisti allo sbaraglio. Io ero a San Giovanni e vi assicuro che o non erano organizzati o la volontà di fermarli non c’era

Marilena Vinci

Venerdì in via Nazionale c’era un presidio di un’ottantina di soggetti in preparazione della manifestazione di sabato. Tutta via Nazionale, dall’inizio alla fine era piena di camionette. Ai limiti dell’assurdo. E poi, sabato, con una manifestazione di 150.000 persone ed oltre nessuno è stato in grado di evitare quello che è successo? Tutti i poliziotti che per una settimana c’è mancato poco che me li ritrovavo pure a casa, sabato dove stavano? Io non riesco a credere che non era tutto previsto, scusatemi. Manifestanti o non manifestanti, pagati o non pagati, idioti o non idioti noi a manifestare pacificamente eravamo di più e questo DEVE arrivare all’opinione pubblica.

Roberta Rosatone

pur non avendone la certezza, continuo a pensare che a) siano infiltrati; b) siano effettivamente violenti paralleli al movimento “tollerati” dalle “forze dell’ordine” affinchè creino il casus belli per disordini.

una manifestazione, pur essendo nella patria della gente che crede + a minzolini che a ciò che avviene sotto la propria finestra, se è pacifica, almeno la gente pensa “beh, guarda quanti giovani, tutti colorati”; se è violenta penserà, invece “oh, no, la mia macchina parcheggiata qua sotto”.

Davide aka Sarcastic Ogre

Sono convinto che insieme a qualche testa calda ci fossero diversi agenti infiltrati, con disposizioni ben precise atte a screditare, con un ricorso insensato alla violenza, l’intera manifestazione. Mi sono tornati in mente gli analoghi inganni proposti, nell’ambito del solito e ormai prevedibile “terrorismo di stato”, a Genova nel 2001, dove il fantomatico “black bloc” fu un pretesto usato ad arte per poter massacrare indiscriminatamente tutti gli altri manifestanti, tranne loro. Così come mi è tornata in mente la cupa ironia di una canzone, del già citato Giorgio Canali: “L’uomo della digos travestito di nero / lancia sassi, urla slogan, sembra quasi vero / talmente vero che poi prende e porta a casa / le manganellate del collega in divisa / sfortunate coincidenze / malaugurate circostanze / esiti imprevedibili…” 

Stefano aka Darth Steve

Per chiudere, mi permetto di citare un’amara considerazione twittera di Stefano Epifani:

950 città in protesta. Solo una in rivolta. Il sintomo sinistro che proprio in quella non avverrà la rivoluzione.

Io, adesso, mi sento ancora più indignata. E voi?

We are the 1%
Oggi non mi sono unita al corteo degli indignati a Roma. Non perché non ne condivida le motivazioni, ma per una serie di ragioni sulle quali non mi soffermerò, non ultimo il fatto di essere totalmente incapace di credere che le cose possano davvero cambiare e che il cambiamento possa nascere dal basso. So bene che un atteggiamento passivo si presta a mille critiche, ma dopo gli avvenimenti di questo pomeriggio anche io vorrei dire la mia opinione, per quel – poco, pochissimo – che vale.
Dalla mia comoda postazione domestica ho seguito sui social media e sul web la folle degenerazione della protesta a Roma. All’improvviso mi sono sentita coinvolta, all’improvviso mi sono sentita vicinissima a tutte le persone che erano scese in piazza per manifestare pacificamente e si sono trovate nel bel mezzo della guerriglia urbana. Soprattutto ho sentito – e sento ancora – il bisogno di capire. Vorrei sapere come mai su quasi 1.000 città coinvolte in 82 Paesi diversi solo a Roma la protesta si sia trasformata in guerriglia urbana.
Vorrei sapere se sia colpa di un governo che non sa mantenere la sicurezza, vorrei sapere chi sono davvero i black bloc e di chi fanno gli interessi, vorrei sapere se questo macello fosse davvero prevedibile come dicono alcuni col senno di poi. Ancora una volta, mi vergogno e sono amareggiata per questa povera Italia. Il vero peccato è che le violenze rischiano di appannare le vere motivazioni alla base dell’indignazione. Il 15 ottobre non è stato un’altra Genova 2001. Il 15 ottobre 2011 è stato il giorno in cui in tutto il mondo persone che hanno ancora a cuore il futuro e la democrazia, si sono sollevate contro l’abuso dei poteri. Date un’occhiata ai punti programmatici degli indignati:

  1. Contro l’austerità come soluzione della crisi;
  2. Contro il precariato materiale ed esistenziale;
  3. Per la libera circolazione della conoscenza attraverso le reti;
  4. Per la libera circolazione delle persone, perché siamo tutti migranti e tutti cittadini;
  5. Per un nuovo modello democratico, realmente rappresentativo.
Per decidere di alzarsi e seguire gli indignati non c’è bisogno di essere poveri, giovani o precari. Provate a leggere le testimonianze di alcuni privilegiati che chiedono per sé più tasse, un punto di vista decisamente inusuale: we are the 1 percent, we stand with the 99 percent.

 

[Social StartUp] CookHunter – Pirates of Taste: un’altra idea social-mangereccia.

[Ultimamente mi sto appassionando alle start-up… visto che tutto è virtuale, delocalizzato e privo di confini, non è mica detto che la prossima Facebook debba nascere nella Silicon Valley!] Lo diceva anche Platone che le idee sono nell’aria. Lui la chiamava iperuranio, per noi sono i social network: aria che respiriamo tutti i giorni e che permette il contagio di passioni, attitudini, gusti e, appunto, idee. Mi ero appena innamorata del concept di Cookous, quando ho scoperto che qualcun altro stava dando alla luce un progetto molto simile. Be’… non voglio prenderemi il merito della scoperta, la notizia è venuta a me spontaneamente. 😉 E così tra poco Cookous e cookHunter si contenderanno le gole dei naviganti.
Che cos’è CookHunter? Un marketplace in cui chiunque può mettere in vendita le proprie abilità gastronomiche (non dubito che proverò a farlo anche io): un’ottima occasione per chi vuole trasformare una passione amatoriale per la cucina in un piccolo business e al tempo stesso allargare le proprie conoscenze. Ma… non è tutto: un po’ come FourSquare, CookHunter è anche un gioco in cui il prestigio di ciascun player cresce di pari passo con la sua partecipazione.
Come funzionerà CookHunter? L’idea di fondo non differisce molto da quella di Cookous, che vi ho già presentato: ciascun utente può iscriversi come cuoco (Cook) o come cercatore di sapori (Hunter), oppure può ricoprire uno dei due ruoli a seconda dell’occasione (cookHunter). Rispetto a Cookous c’è una differenza da sottolineare: il Cook, che dovrà cucinare nella propria  location, può decidere se accettare o meno ciascun Hunter come ospite.
L’aspetto Game è più intrigante e originale.

  1. Sia i Cook che gli Hunter vengono classificati in base a un sistema di ranking che deriva dai feedback degli altri utenti: i cuochi competono per diventare King (Golden Chef) della propria zona geografica, mentre gli Hunter accumulano prestigio in modo da poter usufruire di sconti sugli eventi di social eating (10 stelle = 5’% di sconto su un menu a testa, 20 stelle = free menu).
  2. Feeling: con un sistema di emoticon viene segnalato il tipo di rapporto che si stabilisce tra cook e hunter.

Quando, dove come?  Tutto avrà inizio nel mese di agosto, quando saranno aperte le iscrizioni con un simpatico video-contest, tra ottobre e novembre è previsto il decollo del social network in modo da conquistare il mercato italiano nel corso 2012 e quello internazionale nel 2013 (sempre che nel frattempo non si scopra che i Maya avevano ragione). Ecco dove tenersi aggiornati sull’iniziativa:

Il contest. Diciamocela tutta, per incuriosire gli utenti bisogna insaporire la propria ricetta con un pizzico di esclusività (si pensi a Google+). Così, prima di aprire le porte a tutti, cookHunter chiede ai cuochi amatoriali e non di tutta Italia di presentarsi con una Crazy video ricetta: un piatto presentato in modo originale e un po’ folle in modo da stimolare l’acquolina e la curiosità dei potenziali hunter. I video più belli e più votati saranno messi nella home del sito, dando al Crazy Chef il suo meritato quarto d’ora di celebrità (minuto più minuto meno). Top Ordinary Chef: sono cuochi famosi come Davide Scabin, che si presenteranno in una veste informale per cucinare una ricetta semplice e casereccia.

Docu-reality: è stato presentato un progetto a Discovery Network (Sky) per un reality che racconta la preparazione dei menu, l’arrivo degli ospiti e tutte le dinamiche scatenate dal social network. L’accordo potrebbe scattare già in autunno. Senza dubbio Cookous e cookHunter si faranno una benevola guerra a colpi di cuochi, ricette e social-eating… e tra i due litiganti a godere (gastronomicamente parlando) saranno tutti gli amanti delle scoperte culinarie e del piacere di condividere la buona tavola. Stay tuned!