Si comincia condividendo l’ufficio e si finisce per diventare killer: intervista doppia a Mattia Sullini e Massimo Bardelli

Riassunto delle puntate precedenti Ricordate The Killers Company? Per chi non avesse voglia di ripercorrere i link a ritroso, quella dei Killers è un’armata molto particolare formata da creativi a piede libero che hanno deciso di smettere di ammazzarsi di lavoro e di iniziare a colpire il mercato come pistoleri solitari nel selvaggio West. I Killers hanno in comune con John Wayne la voglia di indipendenza, ma non la solitudine – al contrario sono animali piuttosto socievoli e condividono progetti e opportunità. Da quando la TKC è stata inaugurata è passato quasi un mese: se il 10 dicembre tutto ciò che si sapeva era un vago teaser game, ora è online la prima versione Beta del sito in cui si iniziano a vedere le foto segnaletiche dei killer, si delinea il manifesto e si presentano i primi progetti di questo incubatore di creatività.
Dove nasce l’idea Cominciamo con una parola: coworking. Si tratta di un concetto piuttosto nuovo: una concezione futuristica dell’ufficio come spazio lavorativo. Sapendone ancora molto poco, ma essendo molto curiosa, ho chiesto lumi a Mattia Sullini, che nel 2009 è stato co-fondatore con Pier Paolo Taddei della galleria di design e spazio di coworking 22A|22 a Firenze. Sarebbe stato bello parlare di questa esperienza innovativa a quattr’occhi (diciamo pure sei), magari davanti a una bella tazza di caffé fumante, ma la distanza geografica mi ha fatto optare per una intervista telematica, almeno in attesa di un salto in Toscana! 😉

Mattia: L’effetto più prezioso del lavorare con professionisti attivi in ambiti fra loro distanti è che si generano interazioni altrimenti non facilmente prevedibili. Mi viene in mente Cristiano, che lavora con le maxiaffisiioni pubblicitarie dei cantieri e si trova a dover smaltire questi enormi teli stampati in PVC e pertanto ha iniziato a cercare di sviluppare una linea di accessori con Lorenzo, che lavora con la moda. Oppure il fatto che durante gli eventi noi e l’adiacente negozio di clothing design Société Anonyme diventiamo un unico complesso ancora più eterogeneo. O magari il fatto che durante i giorni delle sfilate a Pitti ospitiamo regolarmente eventi collegati. In sostanza processi complessi come ad esempio la produzione e la comunicazione di un prodoto di design possono trovare in uno stesso luogo tutte le risorse e le professionalità necessarie a portarli a compimento, diminuendone quindi oltretutto il costo complessivo poichè le collaborazioni interne sono sinergiche e non competitive.

Ma, in pratica, cosa fa un coworking manager?

MattiaPossiamo dire che il coworking manager deve riuscire a coniugare le istanze parzialmente conflittuali costituite da un lato delle esigenze quotidiane della comunità dei coworkers, e dall’altro quelle dello sviluppo e dell’organizzazione dello spazio in se. Questo è particolarmente vero in un complesso singolare come il 22A|22 dove il coworking è una funzione fondamentale ma non esclusiva degli spazi. Diciamo che cerca di equilibrare due tendenze equalmente naturali di ciascuno, ovverosia quella a costruirsi spazi privati e quella di ricercarne di comuni. Non semplicissimo! Coworking

Piccolo manuale per diventare un killer

Facce da Killer
Lo spirito del coworking è arrivato anche in questo post: Mattia (in basso a destra nella foto) ha coinvolto anche Massimo Bardelli (in alto a sinistra), uno degli ideatori del progetto TKC. Ne è venuto fuori un piccolo vademecum per i killer del futuro.
Quali sono i principi che hanno ispirato quest’idea?
Massimo: La The Killers Company, TKC per gli amici, implementa gli stessi principi di orizzontalità e sinergia che animano i coworking. La TKC è nata appena adesso, e vuole percorrere strade non ancora battute avendo in mente innovazioni fondamentalmente semplici per business sostenibili: è questa la sua Clever Revolution. Se ragioniamo senza troppi freni, pur mantenendo l’attenzione sulla implementabilità, l’innovazione viene da se.
Qual è la vostra strategia per diffondere l’innovazione?
Massimo: Il primo passo è comunicare ai nostri pari che un modo per vivere e lavorare dignitosamente è possibile anche in questi momenti di crisi e che è non solo opportuno, ma anche entusiasmante farlo assieme, senza dissanguarsi in inutili lotte con chi potrebbe diventare invece alleato.
Il messaggio che vogliamo dare è che è finita l’era dell’individualismo sfrenato, della competizione sleale e della corsa al posto fisso: oggi si può fare impresa in Italia con le proprie forze… basta ingegnarsi… insomma la The Killers Company ingegnerizza “l’arte del dell’arrangiarsi” tipica della nostra nazione e prova porla alla base di un circolo economico virtuoso e sostenibile.
Come potrebbe essere la giornata tipo del Killer?
Massimo: Il Killer non dorme molto, utilizza i mezzi pubblici o la bici per spostarsi in città e dopo aver fatto colazione arriva nella sua casa, il coworking. Le giornate scivolano via tra una sessione di Skype e l’altra, e nel coworking trova tutto il necessario per lavorare ed avere nuovi input ed avviare nuove collaborazioni. Il killer però riesce a ritagliarsi un po’ di tempo per fare sport e spesso si fa un aperitivo con gli altri coworkers ed amici. Il Killer è tale anche mentre si diverte,  non è un supereroe, è una persona normale…
Cosa bisogna fare per unirsi al progetto TKC?
Massimo: Leggere il  manifesto , condividerne l’impostazione, raccontarsi in modo non canonico. La TKC non vuole parlare con curriculum ma con le persone, non pone limiti di età o di professione, chiunque può essere un “killer” a modo suo.
Il killer in tre parole…
Massimo: Curioso, Famelico , Rivoluzionario. Ma ne serve assolutamente una quarta: Leale.

Chi ha ucciso il direttore creativo? Attenti a The Killers Company!

Non ho potuto fare a meno di riempire questo post di link e parentesi che si aprono verso altre cose: forse ho ipertestualizzato un po’ troppo, ma se l’ho fatto è perché trovo estremamente promettente ed eccitante l’idea di The Killers Company, che sarà presentata stasera alle 19:30 in via della Mattonaia 22A/22 a Firenze.
Ed è appunto a Firenze, tra le scrivanie della 22A/22 coworking&design gallery, che l’idea di una fucina di consulenti creativi ha preso forma.
Momento, momento, momento: coworking? L’idea di condividere uno spazio per lavorare insieme e facilitare la circolazione delle idee è venuta a tale Brad Neuberg nella San Farncisco (dove se no?) pre-social-network. Per capire di cosa si tratti vi consiglio di leggere questo articolo su RepubblicaMagari potrebbe interessarvi scoprire che questo tipo di esperienza si può già fare in molte città italiane, per farvene un’idea andate a cercare qua l’ufficio più vicino a casa vostra.
Lanciata attraverso una provocatoria campagna sui social media, The Killers Company (li trovate su Facebook o sul loro sito web) si presenta come nuova agenzia di comunicazione on line e incubatore d’impresa.
Gli ideatori Massimo Bardelli e Giovanni Cantarella raccontano:
I killers sono ragazze e ragazzi che vogliono vivere del proprio lavoro, della propria passione e della propria arte/capacità professionale in modo dignitoso e senza compromessi di sistema: la The Killers è tutto questo ed altro purché sia etico, condiviso, innovativo e, possibilmente, rivoluzionario”.
Perché? Perché in questi tempi di crisi è ormai prassi, per i giovani professionisti del marketing, lavorare in condizioni di simil-sfruttamento con contratti estremamente precari ed avere poche opportunità di uscire dall’ombra proiettata su di loro da altri personaggi più grossi. L’idea L’idea è la vecchia, ma sempre rivoluzionaria, condivisione paritaria. L’idea è che basti, innanzi tutto, fare circolare i contatti giusti per affrancarsi. Per tutti i suoi membri l’organizzazione orizzontale della società diventa un connettore di opportunità ed esperienze, di talenti. Una sorta di comune di markettari creativi uniti per cercare lavoro, clienti e commesse, condividere e sviluppare progetti e lanciare nuove idee nell’ambito della comunicazione.
Condividere progetti significa sia realizzare progetti per i propri committenti con l’aiuto di uno staff che si potrà comporre ad hoc contattando i membri, sia creare nuove opportunità e start up partendo da una vasta rete di professionisti con diverse specialità. Il codice etico e il manifesto Una grande enfasi viene data al pre-requisito essenziale per entrare a far parte del progetto: potete avere una specialità o un’altra, essere di casa in qualunque parte della penisola, ma è indispensabile aderire a un codice etico interno. Esiste anche un manifesto, una dichiarazione di intenti che oltre a inglobare lo stesso codice etico e a regolamentare il piano dei compensi, si occupa delle condizioni dei rapporti tra i professionisti.
Mi sembra un’ottima idea per molti creativi freelance che potranno espandere le opportunità e i contatti. 

BeMyApp: applicatevi per tre giorni

Arriva in Italia un evento/contest che piacerà molto a creativi, sviluppatori, start-upper, designer e geek vari.
Be my App

Un’ottima occasione per tutti quelli che si occupano di applicazioni mobile, ma anche per quelli che sono semplicemente curiosi. Si tratta di BeMyApp: vera e propria fucina di idee che si svolgerà nella forma di una serie di eventi a Bari, Milano e Roma (o Lucca): i partecipanti avranno 48 ore di tempo per creare un teamrealizzare un’applicazione e… vincere! Il format nasce a San Francisco e si è poi diffuso in Francia (Parigi, Marsiglia, Lione), Gran Bretagna (Londra) e Germania (Berlino). Oltre all’Associazione QIRIS che lo organizza e promuove in Italia, dietro all’evento ci sono sponsor internazionali del calibro di Google, Samsung, Intel, Proxima e Orange.

Come funziona Ciascun evento durerà un week-end, nel corso del quale i partecipanti poteranno le proprie idee e si metteranno in gioco e all’opera per realizzare un’applicazione per dispositivi mobili Apple, Android, Blackberry o Windows. Venerdì:

  • Presenti il tuo progetto per un’applicazione mobile.
  • Gli sviluppatori e i designer interessati si uniscono a te per formare insieme un team.
  • Negoziate le vostre rispettive quote dell’applicazione.
  • Vi rimboccate le maniche e cominciate a lavorare!

Sabato e domenica: Tu e il tuo team sviluppate e mettete in commercio il prototipo dell’applicazione. Domenica sera:

  • Il tuo team presenta il prototipo dell’applicazione.
  • I membri della Giuria selezionano l’applicazione migliore.

Registrarsi è gratis, che il contagio di idee abbia inizio! 😉

Sì, ma perché dovrei scomodarmi per lavorare con dei perfetti sconosciuti? Ovvero: perché andare a cercare soci e collaboratori in un posto dove non si conosce nessuno, piuttosto che creare un team di amici fidati e sviluppare comodamente l’applicazione nel vostro garage di casa?

  • Innanzi tutto, lo scopo di questi eventi è far incontrare persone e idee: è dall’apertura e dal confronto che nasce l’innovazione. Magari tra i partecipanti c’è la persona in grado di avere quell’intuizione originale che sarà determinante per il vostro successo, ma finché non decidete di mescolarvi e mettervi in gioco non lo saprete.
  • All’evento ci saranno anche rappresentanti di aziende patrocinanti, che potrebbero apprezzare e finanziare la vostra idea o aiutarvi a commerciarla. Insomma, sarà anche un’occasione per farvi conoscere da realtà aziendali e creare contatti professionali che potrebbero tornarvi utili, prima o poi.
  • Per le migliori applicazioni saranno messi in palio dei premi, che, nel momento in cui scrivo non sono ancora stati definiti.

Proprio mentre riflettevo su come presentare questi eventi, sono inciampata in questo video di Steve Johnson, che spiega da dove vengono le idee. Niente di nuovo se si pensa che già la filosofia e la sociologia hanno ampiamente riflettuto (googlata veloce qui, please 😉 ) sulla genesi delle idee in quanto costrutti sociali, che derivano da una moltitudine di intuizioni parziali e individuali stimolate in qualche modo dallo spirito dei tempi. Eppure, spero che le immagini e le parole convincenti del video possano essere d’ispirazione a qualcuno per abbandonare l’individualistico solipsismo e cominciare a riflettere su come usare davvero le reti.

Se invece avete già realizzato un’applicazione, allora potreste rispondere alla Call for Showcase dell’evento: lo scopo del Project Showcase, che si svolgerà parallelamente a BeMyApp, è quello di dare visibilità ad applicazioni e progetti già realizzati. Tutti i prodotti presentati durante il Project Showcase parteciperanno al marketplace boost e al social boost, due iniziative che aiuteranno i progetti a impattare in un modo coinvolgente e virale. Inoltre, i progetti migliori riceveranno premi messi in palio dagli sponsor.

Per saperne di più: BeMyApp!

[Social StartUp] CookHunter – Pirates of Taste: un’altra idea social-mangereccia.

[Ultimamente mi sto appassionando alle start-up… visto che tutto è virtuale, delocalizzato e privo di confini, non è mica detto che la prossima Facebook debba nascere nella Silicon Valley!] Lo diceva anche Platone che le idee sono nell’aria. Lui la chiamava iperuranio, per noi sono i social network: aria che respiriamo tutti i giorni e che permette il contagio di passioni, attitudini, gusti e, appunto, idee. Mi ero appena innamorata del concept di Cookous, quando ho scoperto che qualcun altro stava dando alla luce un progetto molto simile. Be’… non voglio prenderemi il merito della scoperta, la notizia è venuta a me spontaneamente. 😉 E così tra poco Cookous e cookHunter si contenderanno le gole dei naviganti.
Che cos’è CookHunter? Un marketplace in cui chiunque può mettere in vendita le proprie abilità gastronomiche (non dubito che proverò a farlo anche io): un’ottima occasione per chi vuole trasformare una passione amatoriale per la cucina in un piccolo business e al tempo stesso allargare le proprie conoscenze. Ma… non è tutto: un po’ come FourSquare, CookHunter è anche un gioco in cui il prestigio di ciascun player cresce di pari passo con la sua partecipazione.
Come funzionerà CookHunter? L’idea di fondo non differisce molto da quella di Cookous, che vi ho già presentato: ciascun utente può iscriversi come cuoco (Cook) o come cercatore di sapori (Hunter), oppure può ricoprire uno dei due ruoli a seconda dell’occasione (cookHunter). Rispetto a Cookous c’è una differenza da sottolineare: il Cook, che dovrà cucinare nella propria  location, può decidere se accettare o meno ciascun Hunter come ospite.
L’aspetto Game è più intrigante e originale.

  1. Sia i Cook che gli Hunter vengono classificati in base a un sistema di ranking che deriva dai feedback degli altri utenti: i cuochi competono per diventare King (Golden Chef) della propria zona geografica, mentre gli Hunter accumulano prestigio in modo da poter usufruire di sconti sugli eventi di social eating (10 stelle = 5’% di sconto su un menu a testa, 20 stelle = free menu).
  2. Feeling: con un sistema di emoticon viene segnalato il tipo di rapporto che si stabilisce tra cook e hunter.

Quando, dove come?  Tutto avrà inizio nel mese di agosto, quando saranno aperte le iscrizioni con un simpatico video-contest, tra ottobre e novembre è previsto il decollo del social network in modo da conquistare il mercato italiano nel corso 2012 e quello internazionale nel 2013 (sempre che nel frattempo non si scopra che i Maya avevano ragione). Ecco dove tenersi aggiornati sull’iniziativa:

Il contest. Diciamocela tutta, per incuriosire gli utenti bisogna insaporire la propria ricetta con un pizzico di esclusività (si pensi a Google+). Così, prima di aprire le porte a tutti, cookHunter chiede ai cuochi amatoriali e non di tutta Italia di presentarsi con una Crazy video ricetta: un piatto presentato in modo originale e un po’ folle in modo da stimolare l’acquolina e la curiosità dei potenziali hunter. I video più belli e più votati saranno messi nella home del sito, dando al Crazy Chef il suo meritato quarto d’ora di celebrità (minuto più minuto meno). Top Ordinary Chef: sono cuochi famosi come Davide Scabin, che si presenteranno in una veste informale per cucinare una ricetta semplice e casereccia.

Docu-reality: è stato presentato un progetto a Discovery Network (Sky) per un reality che racconta la preparazione dei menu, l’arrivo degli ospiti e tutte le dinamiche scatenate dal social network. L’accordo potrebbe scattare già in autunno. Senza dubbio Cookous e cookHunter si faranno una benevola guerra a colpi di cuochi, ricette e social-eating… e tra i due litiganti a godere (gastronomicamente parlando) saranno tutti gli amanti delle scoperte culinarie e del piacere di condividere la buona tavola. Stay tuned!

[Social StartUp] Cookous: cosa mi cucini stasera? Il social network che ti svolta la serata… a tavola!

Direttamente dall’Innovation Lab arriva Cookousil primo social network dedicato a chi ama mangiar bene in compagnia, assaporando l’autenticità della cucina fatta in casa.

L’idea

Un po’ sull’onda della ricerca di un link tra social network e vita reale, Cookous ha l’obiettivo di far incontrare amanti della buona cucina e cuochi amatoriali che organizzano eventi di social eating nelle loro case. Un social network, dunque, ma anche un market place, attorno al quale potrebbero nascere un nuove abitudini di consumo e anche nuove realtà produttive.

Come funzionerà? Eccoci all’aspetto più interessante della storia. Come in tutti i social network ciascun utente avrà un profilo personale e ad ogni accesso potrà scegliere se vuole organizzare un ritrovo mangereccio oppure se vuole navigare alla ricerca di un posto accogliente dove passare la prossima serata. Dopo il pranzo, la cena, la merenda, l’aperitivo o whatever (la vostra immaginazione gastronomica può avere davvero il massimo sfogo) il cuoco riceverà un compenso tramite la piattaforma, mentre (come accade su eBay) gli ospiti saranno obbligati a lasciare un feedback sulla sua cucina . Cookous guadagnerà imponendo un fee su ciascuna portata, proporzionato al prezzo della stessa.

Il team. Quattro ragazzi pugliesi Alessia Antonacci, Roberto Casamassima, Walter Dabbicco e Andrea Martelli tra i ventitré e i ventisei anni (sì, tutti più giovani di me, ahia!): un gruppo eterogeneo (due ingegneri informatici, un laureato in economia e uno in scienze storiche e sociali) al quale le differenze di formazione hanno dato una marcia in più. Si sono conosciuti all’Innovation Lab, vincendo l’edizione pugliese e meritando un terzo posto nell’edizione nazionale, forti di questa esperienza sono ora alla ricerca di investitori italiani e non e contano di essere attivi  a pieno regime entro la fine di quest’anno. Tenete le antenne sintonizzate tramite la pagina Cookous su Facebook, perché presto organizzeranno un evento di lancio per il sito web, che al momento potete vedere in fase embrionale qui.

Finalmente un’idea fantasiosa e stimolante nell’ambito dei social network. Altro che Google+! Che dire… Italians make it better? Be’, se c’è di mezzo il cibo questo è poco ma sicuro! Io sono convinta che questo social network abbia un grande potenziale: già vedo Cookous diventare una mania e poi innescare un vero e proprio trend e cambiare le abitudini dell’food outgoing della generazione Y.

Adoro! Anzi… mi candido subito a essere tra le prime social chef di Roma: cucina sarda casereccia nella capitale. 😉 Sono venuta a conoscenza di questa sfida made in Italy grazie al post su Ninja Marketing. Sul Corriere del Mezzogiorno, invece, potete anche leggere una breve e ispirante intervista ai fondatori. Voi che ne pensate?