Danse macabre di Stephen King

Danse macabre di Stephen King, Sperling & Kupfer

Stephen King scrive con passione. Esce fuori dalle righe e non addomestica la sua scrittura neppure per un saggio. E alla fine appassiona con chiarezza, apre un mondo con semplicità. Grande.

Cose preziose di Stephen King – Il Re del brivido

Cose preziose di Stephen King, Sperling Paperback

Stephen King è il Re. Non c’è niente da fare. Puoi avere dieci anni o il doppio, ma ti trasporta sempre in una dimensione fantastica, in cui il disgustoso e il favoloso ti prendono per mano finché non arrivi all’ultima pagina. Fosse anche la numero 784.

1408: terrore molto kinghiano

1408Quando c’è la firma del Re, ogni buon amante dell’horror è certo di avere già una garanzia. E questo 1408 è uno dei film più autenticamete kinghiani che abbia visto.
I temi li abbiamo già visti tutti: lo scrittore chiuso in un albergo non può che ricordarci l’Overlook Hotel di Shining, ma paragonare Mikael Hafstrom a Stanley Kubrick mi sembra disonesto. C’è il Male come entità che attecchisce nell’animo umano, non rappresentato da una specifica presenza paranormale, ma piuttosto dai corridoi bui del subconscio umano. C’è una bambina che rappresenta l’innocenza e la sua morte. C’è l’hybris, il peccato supremo: tracotanza ed eccessiva fiducia in sè che danno il via all’incubo. Un mega-frullato del Re del brivido.
Un film dell’orrore fatto ad arte, con tutto quello che da un film dell’orrore ci si aspetta: le musiche incalzanti, le inquadrature strette che nascondono le minacce dell’ambiente circostante, i rumori e gli stacchi di montaggio inaspettati. Nessun incubo è gratuito, sono gli errori e i fantasmi del passato che ritornano a torturare sadicamente Mike Enslin (John Cusak). Dopo aver letto tutto questo, potreste ancora chidervi se ci siano buoni motivi per vedere questo film. Ce n’è uno: vedere un horror che porta degnamente questo nome.

Indicazioni terapeutiche: salubre veleno per gli amanti di Stephen King, che percepiranno immediatamente i benefici della ricetta autenticamente kinghiana.

Il destino dei romanzi che diventano film

Cosa succede quando le parole diventano immagini e quello che avevamo immaginato cambia davanti ai nostri occhi, si svolge con un ritmo diverso, prende un sapore diverso? O anche il contrario, se vogliamo: quante volte dopo aver letto il libro siamo incuriositi dal film?
Ma… che ne sarà dei miei personaggi – quelli che ho visto agire con gli occhi della mente?
Ci ho pensato un po’ su… e mi sono venute in mente vagonate di film tratti da romanzi più o meno famosi. Impossibile farne un inventario, forse è più abbordabile una classificazione.
Miracoli. Erano libri scialbi, sono diventati capolavori. Uno per tutti? So che non sarete tutti d’accordo, ma…
Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, tratto dal romanzo di Arthur Schnitzler, Doppio Sogno.
Ci voleva un genio dello stampo di Kubrick per dare un senso compiuto a una storia sfilacciata e non-sense come questa. Un film immaginifico, onirico, sensuale. Cosa dire di più?
Parimerito. Ovviamente non è la stessa cosa, perché non è mai la stessa cosa, ma tutto sommato sono storie belle da leggere e anche da guardare.
Il nome della rosa di Jean Jacques Annaud, tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Eco. Molto belli entrambi e, nonostante sia un giallo, vale la pena di leggere Eco anche dopo aver visto il film.
Traumi. Erano libri deliziosi, sono diventati film pessimi. Il mio esempio?
Cuori in Atlantide di Scott Hicks, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King.
Rabbia: ecco cosa ho provato a vederlo. Le buone basi per fare un ottimo film c’erano tutte: una parte da co-protagonista al grande Anthony Hopkins, uno dei più affascinanti attori di Hollywood, la trama di uno dei migliori romanzi del maestro, ottimi investimenti. E cosa mi fa questo sciagurato di nome Hicks? Ritaglia dal romanzo la storia meno interessante, perde tutta la bellissima visione kinghiana degli anni ’70, dimentica personaggi, imbelletta tutto con un buonismo di maniera. Che rabbia!!!

Pet Sematary – Cimitero vivente: riposino in pace, AMEN

Pet SemataryUn horror (semi)dimenicato tratto da un romanzo (minore, così si dice) di Stephen King. [Sembra sia arrivato il momento di confessare che sono una kinghiana D.O.C. e che ho reiteratamente letto i suoi polpettoni trovandoli accattivanti, perturbanti, stimolanti. E chiunque può dire che King è un maestro del populismo o uno scribacchino senza poesia… io lo difenderò a spada tratta!]
Un vecchio cimitero indiano è una terra di confine, capace di riportare alla vita, ma, come avverte il claim della locandina, “a volte è meglio essere morti“. Coloro che tornano dall’aldilà sono mostruosamente sfregiati, ma i loro corpi non sono tanto inquietanti quanto le loro anime. Qualcosa, là sotto, li cambia per sempre. Insomma, l’ennesimo film di zombie? Direi di no: aggiungete gli affetti familiari (una famiglia fin troppo idilliaca), aggiungete un bambino di tre anni (e non c’è bisogno che vi dica che effetto fa), aggiungete che lo sceneggiatore è proprio King (che non si risparmia un piccolo cammeo).
La tensione abbraccia lo spettatore fino all’ineluttabile finale. Immagini shockanti (provate a cercare su Google Pet Sematary e avrete qualche esempio eloquente) ed estremamente realistiche della morte e del corpo nell’oltretomba non potranno lasciarvi indifferenti. Dopo aver visto il film corsi a leggere il libro. Mi innamorai anche di quello. Di più. Le immagini ributtanti del film si unirono ad altre che la mia mente generava: un horror-trip!
Una curiosità: regista e scrittore volevano Bruce Campbell nel ruolo di protagonista, ma rifiutò.

Indicazioni terapeutiche: stimolante per la fantasia macabra particolarmente indicato per adolescenti appassionati di horror. Attenzione: in soggetti particolarmente delicati il film può provocare inquietudine, brividi, disgusto e crisi di panico.