Targetizzato o indiscreto? La bullet theory 2.0

Da qualche mese ogni volta che mi collego a Facebook sono perseguitata da questo annuncio (ne ho visto due o tre varianti di poco diverse):
Ancora single: facebook ads
Ora, a parte il fatto che sono evidentemente troppo figa (va bene… LOL! 😀 !) per iscrivermi su un sito la cui URL è cercaragazzi.com, trovo piuttosto subdolo l’uso strumentale dei bambini accanto alle foto di uomini belli e sorridenti (con il sottotesto che possiamo facilmente dedurre).
Passiamo al lato serio della cosa: chi ha detto loro che sto cercando un fidanzato? Io. O meglio, io mi sono limitata a scrivere “single” nella mia situazione sentimentale e così Zuckerberg &Co. hanno venduto l’informazione a chi acquista Facebook Ads. Niente di scandaloso, nel senso che non esistono servizi veramente gratuiti, ma solo modi alternativi di pagare. In questo caso, pago l’iscrizione al social network diventando pappa per operatori di web marketing.  Basta incrociare i dati anagrafici per dedurre i miei desideri…

Donna, ventisette anni, single: sta cercando marito!

Donna, interessata al tema salute e benessere: vuole dimagrire!

Donna: ha un debole per le scarpe, le borse e, in generale, per la moda.

Oppure no? Aristotele avrebbe avuto qualcosa da dire rispetto alla logica sillogistica che i markettari del pianeta social applicano con ostinazione. E anche io. Non sono alla disperata ricerca di un uomo, non ho bisogno di dimagrire e sono piuttosto indifferente alla moda. Va bene, forse io sono una consumatrice un po’ particolare, ma ecco il punto al quale vorrei arrivare: non è che alla fine questo modo di proporre i propri servizi sia più controproducente che altro? Quanto sono efficaci queste call to action?

E se quella donna single fosse uscita a pezzi da una storia precedente?

E se quella ragazza interessata al benessere avesse bisogno di superare qualche serio problema alimentare?

E se quella donna fosse orientata a un consumo più consapevole e meno modaiolo?

Potrebbero sembrare casi limite, ma non lo sono: una persona vera è molto più di una riga di dati all’interno di un database, ha un corpo e una testa con cui schivare uno a uno i proiettili delle comunicazioni commerciali. La superatissima teoria ipodermica sembra essere alla base di annunci per niente 2.0, che pur avendo l’opportunità di sfruttare a pieno il profilo e gli interessi di un individuo, restano prigionieri di una concezione del marketing vecchia scuola.

Attenzione, non voglio dire che gli annunci sui social network siano destinati all’inefficacia. Se l’annuncio è pensato con intelligenza, anche se non si può contare su un CTR medio molto alto, potrebbe essere valorizzato dalla viralità “gratuita” attraverso il meccanismo dello share. 

Qualche domanda in più bisognerebbe farsela quando il servizio offerto si propone di incontrare l’utente su un piano privato e molto personale. A quel punto diventa importante evitare di essere indisponenti. L’effetto boomerang è dietro l’angolo e l’unico modo per evitarlo è cambiare paradigma.

L’alternativa passa attraverso un marketing conversazionale, che abbandoni la strada maestra della comunicazione one to many e faccia davvero proprie le logiche dei social network, a costo di una diffusione meno rapida e virale, ma più convincente. Facile a dirsi, ma il percorso è irto di ostacoli e in parte ancora da immaginare.

E, comunque, se sono ancora single saranno pure cazzi miei. 😉