And the winner is…

… Un cuento chino!
Un cuento chino
La commedia argentino-spagnola, che recupererò domani, vince la sesta edizione del Festival cinematografico di Roma e si porta a casa anche il premio BNL del pubblico come miglior film. Gli altri premiati:

  • Noomi Rapace migliore attrice per (il tremendo) Babycall;
  • Guillaume Canet miglior attore per Une vie milleure;
  • Premio della Giuria Marc’Aurelio all’elegante e malinconico Voyez comme ils dansent;
  • Premio Speciale della giuria al noiosissimo e posticcio The Eye of the Storm;
  • Girl Model vince la sezione L’Altro Cinema Extra (documentario);
  • En el nombre de la hija vince la sezione Alice nella città under 13;
  • Noordzee Texas vince la sezione Alice nella città over 13;
  • Circumstance e La Brindille arrivano ex aequo per il Marc’Aurelio esordienti.

Domani vedrò i vincitori che mi ero persa e vi saprò dire. Stay tuned! 😉

[Diario del Festival del cinema di Roma] Recensioni tre in uno (tipo detersivo): The Eye of the Storm, La femme du cinquième, Turn me on, Goddammit!

La giornata era cominciata davvero bene con un ottimo Jesus Henry Christ, ma poi…
  1. In fila per la lezione di Michael Mann c’erano molte più persone di quante la Petrassi potesse contenerne e così per me e molti altri accreditati non c’è stato verso. Mezz’ora di fila per restare a bocca asciutta. Uno streaming in sala stampa sarebbe stato utile, se non proprio risolutivo, ma vabbè.
  2. Dovendo cambiare piano all’ultimo momento mi sono orientata su un film norvegese intitolato Turn me on, Goddammit! la cui sinossi sembrava stuzzicante.
  3. Questo ha aperto una mano sfortunata (sì, perché un festival a volte è un po’ come una mano di carte, o come una scatola di cioccolatini avrebbe dette qualcuno, insomma ci siamo capiti) e nessuno dei tre film visti nel pomeriggio/sera è arrivato oltre la soglia del 5 e 1/2.

Turn me on, Goddammit!

Turn me on Goddammit!

Dalle periferie dell’America al Sud Italia, fino alla fredda Norvegia, la provincia è sempre la provincia ed essere adolescenti in un paesino abbastanza lontano dal mondo civilizzato può essere abbastanza infernale oppure di una noia mortale (più spesso è entrambe le cose). Questo è lo scenario che fa da sfondo e da presupposto ambientale al film di Jannicke Systad Jacobsen, che ha vinto il premio del pubblico al Tribeca: sommate le poche valvole di sfogo e le occasioni di svago piuttosto meste con la normale tempesta ormonale adolescenziale e potrete ben immaginare come il film possa facilmente volgere al soft-pedo-pornografico. Il fatto è che, durante quegli anni in cui la raggiunta maturità sessuale non coincide ancora con una piena attività, la testa di una ragazza è letteralmente invasa dalle più perverse e assillanti fantasie erotiche e questo può essere un problema in un microcosmo chiuso e bigotto. Il soggetto è può essere stuzzicante e riaccende le memorie puberali, ma nei fatti il film inciampa in una realizzazione alquanto scarna (che ci può stare) e in una sceneggiatura molto poco brillante; per non parlare della conclusione e del conseguente messaggio che sembra appoggiare una visione riparatrice che fa quasi pensare alla nostra mentalità terrona.

The Eye of the Storm

The Eye of the Storm

Film inutilmente complesso, questo lungometraggio australiano contrappone una trama con troppi fili ad una piattezza nella caratterizzazione dei personaggi che nemmeno la buona recitazione degli interpreti (in primis Charlotte Rampling nei panni della vecchi madre) riesce a salvare. Il regista Fred Shepisi e lo sceneggiatore mettono insieme alcuni dei vizi capitali del cinema: il blabla movie senza nulla di interessante da dire, la stereotipizzazione accessiva dei personaggi (la famiglia ricca arida e senza amore, i cui membri sono uno più incipriato dell’altro), l’uso petulante e didascalico (ma non privo di pretese) della macchina delle immagini, la prolissità del montaggio (qualche sforbiciata in più non avrebbe potuto che giovargli).

La femme du cinquième

La femme du cinquième

Nemmeno il fascino da eterno ragazzo di Ethan Hawke riesce a salvare questo film che, al pari del precedente, vuole dire troppe cose e prendere troppe sfumature, senza però arrivare a un dunque. Non è affatto chiaro il percorso del protagonista e non si scorge minimamente la sua crescita: lo scrittore americano, che va a Parigi per ritrovare la sua bambina (nelle mani di una ex-moglie alquanto stronzetta, almeno in base agli elementi in nostro possesso), lascia che le cose gli succedano. Non si comprende il nesso tra il lavoro ai limiti della legalità, le due storie d’amore e sesso parallele e gli eventi misteriosi e/o criminosi che si verificano attorno a lui. La conclusione affrettata e scarsamente risolutiva amplifica questa sensazione di complessità raffazzonata e non realmente profonda – anche qui contornata da pretese registiche ben poco pregnanti. La chiave, forse, si trova tutta nel discorso che il protagonista fa alla sua amante spiegandole di sentirsi solo l’ombra (“il doppio triste”) di quello che sarebbe potuto essere, ma anche alla luce di questa riflessione è difficile dare dignità a questo pastrocchio che nell’indecisione se essere Il pasto nudo, Ultimo tango a Parigi o Il sesto senso, finisce per non essere niente di che.