Venuto al mondo: più che una recensione, una confessione

Margaret Mazzantini: Venuto al mondo

La copertina del libro Venuto al mondo e l’autrice, Margaret Mazzantini

Ho cominciato a leggere Venuto al mondo con un interesse un po’ pigro e una, conseguente, lentezza preoccupante. Una giornalista di mezza età, la Bosnia ai tempi della guerra, sprazzi di una Roma (bene) che riconosco a fatica: scorrono le pagine e il mio interesse resta sempre un passo indietro.

Non comprendo la distanza dal mondo della protagonista, che sfiora la commedia e la tragedia umana con lo stesso distacco cupo. Un sentore amaro riecheggia anche tra le pagine che parlano d’amore. Non capisco a cosa aggrapparmi, quale personaggio abbracciare, mentre il tempo narrato sembra appiattirsi in un elenco di avvenimenti privi di scelta. Il senso del dovere supera il desiderio, le decisioni chiave colano via come se fossero obblighi.

Un lasciarsi vivere quasi atarassico, mentre il mondo intorno freme di vita e di morte.

Fino a quando un’ossessione di maternità diventa l’unica guida, fino a quando il desiderio d’amore si trasforma in forza corrosiva e distruttiva. Allora, solo allora, ho provato a camminare di fianco alla protagonista del libro, a capire le sue emozioni, a soffrire con lei (gioire no, mai). Quando tutta la sua vita si restringeva in quell’unica, grande e minuscola pulsione ovarica, allora ho sentito che sarei potuta essere io quella donna sterile e insapore. Poteva essere mio quel desiderio accecante, poteva essere mia quell’incompletezza biologica che trasforma il ventre in una piccola tomba.

Ho sofferto con lei, ho pianto. Un giorno, sulla metro piena di gente, mentre ero totalmente immersa nella lettura, ho sentito le viscere stringersi e rovesciarsi davanti all’insostenibilità di quello che leggevo. Era la scelta più perversa che lei potesse fare. Eppure era lì, era già scritto. Ho sollevato gli occhi, e mentre guardavo un signore davanti a me, ho sentito un conato di vomito – se sono arrabbiata mi succede, a volte: tutta la rabbia si muove dalla bocca dello stomaco, come un veleno. Ho deglutito forzandomi ad abbassare di nuovo lo sguardo sulle parole di Margaret Mazzantini. Da lì, ero sua. Scossa, furiosa, curiosa: volevo solo sapere fino a che punto sarebbe arrivata questa storia, volevo solo essere spinta sul ciglio del burrone per guardare di sotto.

Una notte, con l’abat-jour accesa, sono rimasta sveglia a leggere per ore, mentre Davide dormiva accanto a me. Mi sono arrabbiata, ho sbattuto il libro sul comodino a poco più di un centinaio di pagine dalla fine; nel frattempo Davide si lamentava, io gli chiedevo scusa, ma poi allungavo la mano per gettarmi nel precipizio di quel libro.

Sono arrivata alla fine, piangendo, la mattina dopo. Senza asciugare le lacrime che scendevano in silenzio. L’estrema crudeltà della conclusione si sovrapponeva ai volti biondi e sorridenti dei ragazzini bosniaci che erano sfollati nel mio paese, venti anni fa. Era tutto distrutto, a cominciare dalla mia rabbia di prima. Restavano solo i brividi d’orrore.

Sono andata a singhiozzare da quell’incarnazione della pazienza alta un metro e novanta che vive con me. Non so se leggerò più un libro della Mazzantini, ma questo romanzo intriso di paure, ossessione e malvagità umana è passato come un aratro dentro di me e credo proprio che non lo dimenticherò mai.