Acerenza: abitando il racconto

27 maggio 2006: quarta finalista al concorso Abitando il Racconto, con la fiaba Storia di una città senza storia… che emozione!
Si può dire che mi sia rifatta della delusione per il premio anconetano… pur classificandomi nella stessa posizione! L’accoglienza è stata calorosa, affettuosa, piena. L’organizzazione in pompa magna, senza risparmio: pensione completa in un delizioso hotel, visita guidata per il borgo e alla cattedrale, attestato e libri in regalo… Ma la cosa più bella è stata poter parlare di quello che faccio, di quello che scrivo: prima ai bambini, giudici implacabili della fiaba (ma anche di me, di ciò che dicevo, della mia voce che tremava, dei sorrisie delle esitazioni); poi agli altri scrittori con cui ho avuto modo di confrontarmi in tutti i momenti; infine agli organizzatori e ai giudici adulti, giornalisti e scrittori. Bello, bello, bello! Sono stata davvero galvanizzata da questo evento!
Il giorno dopo sono rientrata in macchina con la vincitrice del primo premio per il racconto breve e la sua famiglia: spiritosi, allegri, deliziosi. E lei ha davvero talento e le auguro di emergere un giorno…

Ancona: soddisfazioni e delusioni

AnconaDomenica sono arrivata in una città in cui il mare ha il colore del deserto. Una città lenta, fatta di storia, dove ogni vicolo si apre su un teatro, una chiesa, una piazza. Una città raccolta attorno alle sue origini antiche, ma serenamente aperta agli stranieri, ai turisti ai girovaghi. Dove la gente passeggia e non sembra curarsi del tempo. Ad Ancona sono andata per la premiazione del concorso letterario Nuove tecnologie e verità, e poi mi sono trovata a vagare e riflettere su me stessa.
Ho avurto il quarto posto in ex aequo. E sinceramente sono rimasta un po’ delusa: dall’organizazione casareccia, da un interessamento appena superficiale agli autori e alle opere. La premiazione si è svolta in fretta, senza infamia nè vera lode. E non ero soddisfatta nemmeno dal livello degli altri vincitori… ma lascio il giudizio ai miei lettori che vogliano leggere gli altri racconti su Ubiqua, io sono necessariamente di parte.

Partire, andare, lasciare

Vorrei rimandare per sempre il 19 aprile: invece mancano solo tre giorni – sarà come cambiare dimensione, cambiare tempo, passare dal passato al futuro possibile. Penso già ai saluti. Preferirei farne a meno e andare via di nascosto, di sorpresa. Se potessi deciderei di raddoppiarmi, anzi, moltiplicarmi infinite volte: essere una per tutte le persone che amo e per tutte quelle che potrei amare, ma non ho ancora incontrato.
Vorrei prendere l’anima delle persone, superando i limiti imposti dalla decenza, ma poi non posso fare a meno di tradire, di scappare, di non-scegliere e andare. Vorrei essere un pilastro, un sostegno sicuro. Vorrei essere un porto, invece sono una corrente: mobile. Nessuno può fare affidamento su di me: non sono stabile in un luogo, non sono ferma in un sentimento, non posso dare tutto a nessuno. Scorro come il tempo.
Vorrei approfondire ogni incontro della mia vita, ma il tempo fugge, lo spazio è fatto di confini e non si può vivere in verticale il nostro essere orizzontale.
Adoro la lentezza de riti familiari, ammiro il nervosismo ciclico con cui si svolgono le azioni ripetute, come se fosse la prima volta. È Pasqua in famiglia. Tutto è al suo posto. Una giornata-àncora in una vita che si muove alla cieca.

Il senso della città

Desidero percorrere vagabonda questa città come Raskolnikov a Pietroburgo.
Solo ce qui c’è il sole, solo che qui la gente non ti ignora, ma passando ti guarda dritto negli occhi.
Io voglio perdermi da sola, curiosare senza vedere, assorbire ogni stimolo sensoriale. Cercare di indovinare la vita delle cose e delle persone, dei luoghi. Costruire storie sulle storie di Roma. Raccontare a me stessa come le cose incidono segni su di me. Illuminare il casuale con i significati delle coincidenze che appartegono a me sola. Perdermi nella città, per ritrovare il filo dei miei pensieri. Dialogare solo con me stessa, mangiando la città nel mio attraversarla.
Il flaneur di Baudelaire.
La frontiera di Rosaldo.
Penetrami città, perchè voglio sentirti.