Viral Video: dal mito della bacchetta magica alla consapevole strategia social

La copertina di Viral Video

Viral Video – La copertina del libro di Dario Caiazzo, Andrea Febbraio e Umberto Lisiero

Una professione da costruire

Se mi fermo a riflettere sulle innovazioni che hanno reso possibile inventare un mestiere come il mio, mi accorgo che solo dieci anni fa la mia professione non sarebbe stata nemmeno immaginabile. Sul mio biglietto da visita c’è scritto “Campaign & community manager” e quando qualcuno mi chiede ulteriori spiegazioni, io inizio pressappoco così: “Mi occupo di social video advertising”. Sguardo vacuo. “In pratica”, continuo con pazienza, “distribuisco video sui social media (principalmente su Facebook e sui blog) allo scopo di viralizzare contenuti brandizzati. In più faccio attività di digital PR e article marketing, sempre su blog e grandi network.” A questo punto, l’ascoltatore non sempre ha capito di cosa stia parlando, ma tendenzialmente finge di ritenersi soddisfatto dalla mia risposta.

Solo dieci anni fa, dicevo, il mio lavoro non sarebbe stato nemmeno immaginabile perché, a parte i “vecchi blog”di cui si comincia a parlare già nel 1997, la maggior parte dei media di cui mi occupo sono recentissimi:

  • Facebook nasce nel 2004;
  • YouTube nasce nel 2005;

Naturalmente, più recente di tutti è social video advertising stesso, che nasce in forma embrionale solo nel 2006.

La nostra professione è un continuo work-in-progress, fatto di osservazione e sperimentazione, per questo si può dire che Ebuzzing sia una società pioniera nel social video advertising. Ragion per cui, non mi sento eccessivamente affetta da aziendalismo a presentavi un libro scritto da tre dei miei colleghi e capi: Dario Caiazzo (Managing Director Italia di Ebuzzing) Andrea Febbraio (Co-founder di Ebuzzing) e Umberto Lisiero (Co-founder di PromoDigital società acquistata nel 2010 da Ebuzzing), autori appunto del volume Viral Video che potete vedere nella foto sopra.

Cosa c’è di interessante in Viral Video?

Non sono in pochi a sentire puzza di zolfo appena si parla di social e di viralità dei contenuti. Si fa presto, di questi tempi, a dire “social” e “viral”, ma non sempre si considerano tutti gli aspetti capaci di rendere un contenuto video virale. A causa della mole ormai immensa di contenuti creati da utenti e brand e di video presenti su YouTube, la distribuzione non è più un dettaglio trascurabile, ma una scienza esatta che accompagna un contenuto verso il successo. Come amano dire dalle mie parti, content is the king, distribution is the queen.

Nella ricetta della viralità c’è una consapevole operazione di distribuzione: non una bacchetta magica, ma un insieme di tecniche, tecnologie e pianificazione.

E siamo alla oramai famosa teoria del mojito. Che c’entrano i cocktail? Metaforicamente la distribuzione è un cocktail, in quanto è composta da ingredienti diversi, amalgamati grazie a un sapiente mix di Facebook, mobile e web 2.0.

Come abbiamo detto, il video advertising online è una novità relativamente recente per cercare di ridurre la complessità di questa nuova materia, lo IAB ha definito alcuni formati standard che rendono comparabile il lavoro degli attori del settore digital che vogliano pianificarlo.

The king: come deve essere un video per aver avere il potenziale per diventare virale?

In Ebuzzing (quindi gli autori di questo libro) ci occupiamo di generare viralità e condivisione social dei video tramite la distribuzione, quindi la creatività la lasciamo a qualcun altro. Ciononostante un’idea di quello che funziona meglio gli autori del libro se la sono fatta e così ecco in sintesi le 7 golden rules per la creazione di un video a forte potenziale di impatto social.

1) La storia è più rilevante del prodotto, il quale appare alla fine o non appare affatto

2) Per conquistare l’utente bisogna attirare l’attenzione entro i primi 5 secondi

3) Per coinvolgere l’utente bisogna alternare tristezza e gioia creando delle montagne russe emozionali

4) Per generare curiosità bisogna distribuire il video in una fase iniziale a trendsetter e influencer

5) Per generare un effetto positivo bisogna sorprendere senza scioccare

6) Per scatenare un effetto virale bisogna raggiungere il tipping point entro 24/48 ore

7) Le condivisioni sui social contano esponenzialmente del dato nudo e crudo delle visualizzazioni.

Non aggiungo altro per lasciare tra le pagine del libro qualche buon motivo per acquistarlo e leggerlo: potete trovarlo già in libreria o, se preferite, acquistarlo sul sito dell’editore Fausto Lupetti.

Viral video: nessun gattino

Il Post Scriptum nell’introduzione del libro Viral Video

Niente gattini in copertina? Hmmm… non proprio, non posso evitare di notare il meme che riporta proprio a un famoso gattino digitale: Nyan Cat (probabilmente uno dei più irritanti video virali mai usciti).

Hasta los social media siempre! Questa è la rivoluzione

Vi capita mai di pensare a quanto sia cambiato il mondo con i social media? Sono nata neanche trent’anni fa: in casa c’era il telefono fisso, le fotografie erano di carta e la parola Internet non esisteva nemmeno. Gli ultimi quindici anni sono stati un vortice digitale di cambiamenti, ma senza tornare ad Adamo ed Eva, il vero cambiamento sta avvenendo adesso e ne siamo tutti protagonisti. Le nostre vite, le nostre esperienze, le nostre relazioni sono diventate uno streaming digitale senza posa, un collage di check-in, status, post, tweet, instagrams & what-else.
Qualcuno si sfoga, qualcuno si monta la testa credendosi protagonista di un Truman Show di cui è allo stesso tempo regista e protagonista, qualcuno vorrebbe tornare all’epoca dei piccioni viaggiatori… ma, hey, la rivoluzione è cominciata e a me piace un sacco! Right here, right now! Questa è l’ultima versione di un video tratto dal besteseller di Erik QualmanSocialnomics sull’impatto dei social media sulla società e sull’economia, i dati sono aggiornati alla fine di giugno del 2011. Godetevi lo spettacolo, e non dimenticate di condividerlo con gli amici! 😉
Un ringraziamento ad Angelo Laudati per avermi fatto scoprire questa chicca.

Che c’è di male a rasare il pratino? [Sì questo post parla della vagina ben curata]

 Rasa il pratino

Non è come pensate, non ho scritto la parola vagina sul titolo del post solo per dare una bottarella alla mia penosa SEO. Sto davvero per parlare della figa… ma, ehi, questa non è roba porno!

Vi ricordate il tormentone rasa il pratino? Ma sì, dai, quel video ammiccante in cui tante simpatiche giardiniere multientiche facevano riferimento in maniera affatto velata a quell’aiula rasata che tanto piaceva al nostro Grignani. Se non vi sovviene vi consiglio di rinfrescare la memoria cliccando qui. L’ironico doppio senso della (geniale) pubblicità Wilkinson è stato apprezzato da gran parte del popolo del web, che lo ha fatto diventare in poco tempo un virale.

Tutt’altra accoglienza gli hanno riservato le femministe, che hanno addirittura organizzato una campagna per boicottare il prodotto. Ora, forse è proprio vero che sono una fan di Sex and the City indi per cui una “post-femminista del cavolo” (per citare letteralmente uno dei miei più cari amici), ma proprio non riesco a capire tutto questo clamore censorio da parte delle femministe. A nessuna di queste agguerritissime amazzoni viene in mente che le donne che si depilano potrebbero non farlo solo perché sottomesse a una cultura maschilista? Ci sono motivi estetici e persino psicologici, legati a una espressione più libera della sensualità e a una vita sessuale meno inibita.

Dal mio punto di vista è l’inibizione a essere figlia della cultura maschilista della sottomissione. Non sono mai stata così seria.

Questo è il periodo storico in cui le donne non soltanto hanno  raggiunto la parità (nei Paesi Occidentali e soprattutto nelle fasce sociali medio alte), ma stanno surclassando gli uomini con classe e nonchalance. Qualcuno mi potrebbe ricordare che, proprio nel nostro Paese, ci sono imbarazzanti casi di pubblico dominio che sembrano dimostrare il contrario, eppure se mi guardo intorno vedo una marea di ragazze in gamba che ce la stanno facendo e un sacco di maschietti che si cagano sotto.

Ora, se le suddette ragazze ritengono che oltre allo smalto sulle unghie dei piedi o alle sopracciglia sfoltite sia esteticamente piacevole anche una patatina potata, mi pare che non ci sia nessuna schiavitù culturale in atto. Si tratta solo dell’ennesimo: così sono più figa. Segno di una attenzione diffusa (anche tra gli uomini per inciso) verso la cura del corpo e di una maggiore libertà e autoconsapevolezza sessuale, piuttosto che di una remissiva sottomissione ai canoni maschili. Chi è più libera, la ragazza con la lametta o la donna pronta a scatenare le condanne tardo-cattoliche in salsa femminista?

Dal mio punto di vista la Wilkinson ha lanciato la lametta Quattro for women Bikini, che colma le lacune in fatto di praticità rispetto a tutti i prodotti analoghi ma meno specifici, dopo di che l’ha pubblicizzato in maniera ironica e sofisticata (sì, sofisticata), perché se non l’avesse fatto non avrebbe mai raggiunto il target desiderato. Che c’è di male?

In questi giorni è uscito il nuovo video Wilkinson in cui l'”hair stylist” [ammicc, ammicc ;-)] per donne Jean Paul Baffetti parla ancora una volta della rasatura tabù con il set Quattro for women Bikini. Chiomette Perfette, se vogliamo, è più trash e forse più esplicito di Rasa il pratino… voi se volete potete iniziare un nuovo boicottaggio, io vado a fare un giro al supermercato! 😉 In ogni caso, non dimenticate di dare un’occhiata al video!