Ancora single? Cinque risposte agghiaccianti per uccidere ogni curiosità

  1. Sono ancora single perché i miei stalker su Facebook mi riempiono di affetto, attenzioni e complimenti e un trombamico di fiducia riempie il resto.
  2. Sono ancora single perché sono egoista ed egocentrica e mi innamoro solo di uomini altrettanto egoisti ed egocentrici. Il mio problema è confondere l’ego smisurato con una forte personalità.
  3. Sono ancora single perché ho una relazione immaginaria e platonica con XXX. In questo momento siamo in pausa di riflessione. (Al posto di XXX potete mettere il nome di una celebrity a vostra scelta, personalmente metterei Bradley Cooper, tanto per tenere alto il livello, poi fate voi.)
  4. Sono ancora single perché ho un lavoro, una casa, un gatto e non ho ancora trovato un uomo che funzioni meglio del mio vibratore.
  5. Sono ancora single perché ogni volta che qualcuno mi fa questa domanda lo depenno dalla lista dei potenziali fidanzati. Con permesso…

Why are you still single?

Ok, adesso che ho attirato la vostra attenzione, voglio essere sincera. La verità è che essere single intorno ai trent’anni presuppone un cimitero di errori e pessime valutazioni, una consistente e reiteraia ingenuità emotiva e un alto muro di solitudine e orgoglio. Perché attraversare a ritroso le rovine dei propri fallimenti quando ci si può nascondere dietro al facile cinismo?

Quindi non chiedete, perché la verità potrebbe non piacervi.

Strane abitudini e l’inconciliabilità delle diverse solitudini

Vita da single

Nel momento in cui scrivo, il disordine e la mia gatta regnano incontrastati nella mia casa. Ho avuto due o tre idee su cose da buttare giù e quindi ho lasciato andare tutto il resto e ho limitato il mio spazio vitale agli angoli del divano e la mia prospettiva ai bordi del desktop. A intervalli regolari accendo l’aria condizionata per continuare a respirare. La temporanea anarchia creativa è uno dei lussi che posso concedermi vivendo da sola. Lo è anche la possibilità di non incontrare nessuno per una intera giornata e quella di tornare a casa in orari da diciottenne in uscita libera anche nel bel mezzo della settimana. Nessuno si sveglia, nessuno si lamenta – e nessuno si preoccupa.

Non è che la mia vita sia un parco giochi senza regole, ma ho costruito le mie regole intorno al mio modo di stare al mondo. Più passa il tempo e più le mie innocue abitudini da single si condensano in uno stile di vita e in un modo di essere che richiede un certo numero di bolle di solitudine. Più passa il tempo e più mi rendo il conto della difficoltà di conciliare la solitudine di qualcun altro con la mia.

Alcune persone ti lasciano intendere che la fedeltà sia il prezzo più alto da pagare per la vita di coppia, ma non è vero per me – è un investimento che sono sempre stata ben disposta ad affrontare. Quello che pochi dicono è quanto sia difficile entrare nello spazio di qualcun altro in modo stabile senza intaccare il suo territorio di strane abitudini.

Stavo cucinando un pollo alle verdure a casa di un amico-tra-virgolette e sono quasi saltata in aria davanti alla sua reazione esagerata quando ho riposto uno dei suoi preziosi coltelli nella posizione sbagliata (il tutto un attimo dopo un’infelice discussione sulla scelta tra l’olio di semi e quello d’oliva). Questo per non dire della simmetria dei divanetti in vinile sul balcone. Da ripristinare prima di tornare dentro.

No boyfriend, no problem

Non è che stessi frequentando psycho o che io sia una hippy debosciata. Il punto è che l’incastro di due persone che hanno imparato da tempo a vivere senza nessun altro al proprio fianco è faticoso e richiede di immolare qualche vittima all’altare della coppia. Per non parlare di tutte le debolezze e dei difetti nascosti alla luce del sole che emergono quando si condividono sessanta metri quadri. Solo la più completa fiducia nella benevolenza – e non solo nell’amore – dell’altra persona permettono di prestarsi alla denudazione quotidiana delle proprie vergogne. Questo quando e se ne vale la pena. Altrimenti tutto quello che c’è da fare è rimettere a posto il divano e portarsi dietro la propria valigia e la ricevuta della perduta scommessa emotiva.

Forse stare in coppia è soprattutto resistere insieme alle recipriche fughe e lasciare ai difetti e alle anarchie lo spazio che meritano. Se è così mi chiedo se ne sarò mai capace – perché lo vorrei presto o tardi.

Finale di un racconto senza incipit [Aperto alla libera interpretazione]

And so it is
Just like you said it would be…

The Blower’s Daughter

Cominciano lente le note di una canzone, mentre dietro le quinte qualcuno abbassa la maschera. E attraverso il mio make-up sciolto e si vede tutta la bellezza e la mostruosità di un sorriso che si incrina. Ci si sente così stupidi a mostrare il fianco della propria ingenuità – ammettendo alla fine la propria volontaria cecità verso l’evidenza e la testarda rinuncia ai consigli.

Life goes easy on me
Most of the time

The Blower’s Daughter

Incoerente. Nevrotica. Estemporanea. Ammiccante. Spudorata.

Datemi un aggettivo e io vi sparo la magnum. Click. 😉

A forza di giocare alla vita da single, con questa attitudine da Carrie terrona calata nella periferia romana, ho come l’impressione di essermi persa qualcosa di vero. Mentre la mia fragile autostima manda in avanscoperta l’immagine maliziosa di me, io appoggio le armi sentendomi al sicuro. Nessuno sospetta la ragazzina goffa con la testa piena di desideri rassicuranti.

And so it is
The shorter story
No love, no glory
No hero in her skies

The Blower’s Daughter

Non arrivo ad affacciarmi sulle punte dalla finestra dei desideri, che vedo staccarsi la scenografica cartapesta. Difficile difendersi dalle proprie fantasie, quando si lascia a un viaggiatore di passaggio il compito di farle uscire dal recinto.

I can’t take my eyes off you
I can’t take my eyes off you
I can’t take my eyes off you
I can’t take my eyes off you
I can’t take my eyes off you
I can’t take my eyes…

The Blower’s Daughter

Per accendere la curiosità devo vedere una porta socchiusa.

Per accendere il desiderio mi serve qualcosa che sia fuori dalla mia portata.

Per accendere l’ossessione ho bisogno di sentire tutta la mia inadeguatezza.

Mentre faccio l’inventario dei miei errori, arriva inevitabile il momento in cui penso che ci sia in me qualcosa di sbagliato: non è qualcosa che si veda guardandosi allo specchio – ma deve esserci se mi impedisce di capire la differenza tra quello che desidero e quello di cui ho bisogno.

E mi intossico di persone che fanno male. E amo, poco, solo quando è razionalmente insensato – in una imperfetta e infelice ricerca di perfezione che distrugge o ignora la bellezza di ogni cosa a portata di mano.

Riprogrammatemi.

I can’t take my mind off you
I can’t take my mind…
My mind… my mind…
‘Til I find somebody new.

The Blower’s Daughter

Maria Silvia Sanna | fantasma

Mentre aspetto il meglio – che deve ancora venire, ovviamente

Villasimius

Non ho programmi sulle due settimane che passerò in Sardegna, solo una serie di immagini scomposte su cosa potrebbe succedere.

Abbronzatura al limite dell’insolazione, tanto per cominciare.

Nuotate lunghissime, che hanno ancora il potere di farmi perdere e ricordare me stessa, come se l’acqua fosse l’elemento al quale sono sempre appartenuta.

Hit dell’estate da ascoltare e dimenticare in una stagione, che mi accompagnano al bar della spiaggia, al supermercato e persino in qualche bagno pubblico.

Serate in cui mi preparo a uscire solo per mezz’oretta e poi torno a casa alle sei con le scarpe in mano per non fare rumore.

Feste di persone che non ho mai visto prima, ma offrono da bere.

Concerti sulla spiaggia, con cantanti di cui conosco solo il nome e due tre motivetti famosi. E io mi butto in mezzo alla gente e inizio a ballare come se non avessi mai ascoltato altro per tutta la vita.

Improbabili chiacchiere notturne con le amiche di una volta sul senso della vita, su tutto quello che è cambiato e sul fatto che alla fine niente sembra cambiare davvero, come in quella famosa frase del Gattopardo. Solo che sono le nostre vite e io resto sempre quella strana, con una direzione in divenire e la mania di farsi capitare fatti assurdi. Fatti che se avessi dieci anni di meno avrebbero anche senso, ma ora sono grande e si suppone responsabile. Solo che poi mi guardo allo specchio, non vedo la differenza (cammuffata tra rimmel, abbronzatura e luci furbe da discoteca), e facendo finta di essere la diciottenne che non sono più mi accontento che ogni mia sbandata vada a finire non-si-sa-bene-come.

Un giorno pagherò per tutto questo, ma non oggi… anche se solo a pensarci, a quest’estate che sta arrivando e alle onde che sento andare e venire, me duele La Cabeza!

#VitadaSingle: perché essere ambigui è molto meglio che essere sinceri sulle proprie intenzioni?

Be Kind With Me

Nessun uomo sembra amare particolarmente il fairplay, quando si tratta di avere un qualche tipo di relazione con una donna. Ok, definizione di fairplay. Si può definire in questo modo l’impegno reciproco a (o, quanto meno, il tentativo di ) rispettare le stesse regole nello stesso campo da gioco. Appunto, proprio questa cosa del campo da gioco, scordatevela. Qualsiasi relazione, specialmente all’inizio, si gioca in uno spazio sospeso nell’ambiguità: pensate di parare con il bager una pallonata quando all’improvviso arriva qualcun altro che vi ruba la palla e fa canestro, vi mettete il costume olimpionico e vi trovate in un campo sportivo dove si disputano i 100 metri, o il salto in lungo o qualche altra cosa per la quale non eravate preparate. Riducendo il discorso all’osso i campi da gioco possibili sono soprattutto due: il sesso senza amore che faceva cantare Natasha e la relazione stabile che faceva l’allegria di Arisa qualche anno fa. Tutti, prima o dopo, cerchiamo l’amore, ma ancora più spesso l’obiettivo è: sesso facile. È così e non c’è niente di male. Allora perché non ammetterlo tranquillamente? Voglio dire, ci sono molti casi in cui un cartello preventivo oltre a evitare malintesi sarebbe il lasciapassare per il comune divertimento. Visto sono una persona piuttosto semplice – e che ho la sincerità come vizio – mi sono dovuta sforzare per immaginare che senso abbia creare delle aspettative emotive, quando si desidera qualcosa di esclusivamente fisico. Mi sono venuti in mente tre motivi possibili, mi aiuterete a capire quale pesi di più, se siano combinabili, interscambiabili o se ce ne siano altri. La prima ragione è proprio terra terra (e proprio questa scarna basilarità la rende adatta a molte situazioni): una ragazza potrebbe, orrore!, preservare la propria virtù di fronte a uno sfrontato libertino. A volte è buffo notare quante energie siano spese solo a questo scopo. La seconda ragione (che ovviamente non esclude la prima, ma in qualche modo la completa) riguarda un meccanismo romantico per cui ci vuole un certo grado di tensione emotiva per ottenere una energia sessuale che porti la camera da letto un gradino sopra la palestra degli attrezzi. In altre parole, una ragazza innamorata si innesca come una vera e propria bomba sessuale. Se è così conviene abdicare alla sincerità e sobillare le peggiori fantasie disneyane di una donna per fare di una principessa una panterona. C’è da aggiungere che il romanticismo volto al fine a far capitolare una vittima difficile è anche un eccellente stimolante per l’istinto predatorio maschile. La terza possibilità è che l’ambiguità corrisponda a una effettiva volontà di sperimentare la relazione, mettendosi in gioco ma non troppo: è il classico “non si sa mai” che accompagna i primi momenti insieme. Non potendo davvero sperare nel fairplay, a noi dall’altra parte non resta che attivare il nostro strunz-detector e tenere la testa sulle spalle, attivando una serie di strategie femminili per cui, a prescindere dal campo da gioco è sempre un’eccitante guerra dei sessi.

#Vitadasingle Dai 20 ai 40 vanno bene tutti

What's your age? Fuckable!
“Siamo in un’età in cui, dai 20 ai 40, vanno bene tutti.” Questa perla non è mia, ma della mia migliore amica la quale, per sgombrare il campo da dubbi ed evitare che il form dei commenti si trasformi in una rubrica di annunci personali, è fidanzatissima e, che io sappia (ma io so, fidatevi), fedele. Le avevo appena confessato qualche recente flirt con ragazzi più piccoli di me. “Cosa sta succedendo Chià? Il mio target si sta spostando verso il basso quando dovrebbe essere il contrario!“. Quella sopra è la risposta che ho ricevuto. Sono cresciuta in un paese in cui si comincia a cercare “marito” verso i quattordici, sedici anni. Come vedete dai risultati, sono riuscita a scansare abilmente tutte le possibilità, fino a ritrovarmi a 19 in una città in cui si comincia a cercare “marito” verso i 28 – 30 anni. Fatto sta che, avendo una prospettiva matrimoniale sin dalla più tenera età e conoscendo la naturale immaturità maschile, le paesane mirano subito a uscire con ragazzi più grandi di almeno tre, quattro anni. Così anche io, a mio modo portatrice inconsapevole di saggezza contadina, ho frequentato ragazzi più grandi. Differenza massima: dieci anni. Negli ultimi mesi ho perso anche quest’ultimo residuo di pragmaticità femminile e mi è capitato di uscire con ragazzi un po’ più piccoli. Forse significa che, emancipatissima, ho definitivamente rinunciato al miraggio matrimoniale, a un uomo più maturo, al mito della protezione maschile. O magari, è solo un altro effetto collaterale della primavera, con i pollini, i primi eritemi solari e gli ormoni impazziti come palline in un flipper. Non lo so, ditemelo voi.

#Vitadasingle Ma dove sono gli uomini? Ovvero: o tempora, o mores!

 

Ti porto amore

“Ma dove sono gli uomini?”

La domanda, pronunciata con un verace accento campano alla fine di una serata senza senso, è di una delle mie migliori amiche. Single imperterrita, stuzzicatrice impertinente e troppo consapevole con una certa precocità, la beneventana non lamentava l’incapacità di trovare ragazzi da rimorchiare, ma la palese assenza nel raggio di chilometri di uomini dotati del minimo sindacale di cavalleria. Si parte da cose banali, tipo evitare di guidare come guiderebbe Shumaker se non avesse neanche la patente per fare strada a una ragazza verso una destinazione che lei non conosce. Oppure: sull’autobus non solo nessuno si alza più per cedere il posto a una ragazza (vi prego, tenete presente che le nostre scarpe sono in media più scomode delle vostre), ma c’è chi ti strattona pur di guadagnare la porta per primo. Come si può arguire la perdita della galanteria è ancora più prepotente quando si tratta di uscire con una ragazza, ma in questo caso la vendetta è presto servita e il bon-ton può fare la differenza tra una serata hot e un due di picche. Alcuni giorni fa ho conosciuto un tipo. Molto carino, in gamba, apparentemente timido e goffo in un modo grazioso. Dopo un’ora passata a parlare ci siamo presentati. Questo dettaglio curioso e altre piccole cose avevano fatto sembrare buone le premesse, nonostante ci fossimo conosciuti davanti ai Sebach di un concerto. Lo so, nemmeno le location sono più quelle di una volta. Ci sentiamo un paio di volte e decidiamo di rivederci. Solo che la sua idea di primo appuntamento è: “Che ne dici di stasera in seconda serata, vado a cena con i miei amici e finiremo verso l’una.” Non ci vuole un manuale di buone maniere per sapere che questo non è un modo carino di cominciare le cose. Bello, io sono una discendente diretta di Cenerentola, hai presente, quella della scarpetta: dopo l’una non è un appuntamento, è una scopata. E sai che c’è? Mi sa che stavolta torni a casa senza passare dal via. Sottotitolo: devi almeno fare finta di guadagnartela.  Sono abbastanza convinta che quest’assenza di spirito cavalleresco sia dovuta a una certa inflazione della gnocca: il sesso è una commodity e le ragazze sono come gli accendini, sempre disponibili e la maggior parte delle volte gratis. Le nostre nonne avevano capito tutto: marcia indietro, bisogna ricominciare a tirarsela. Certo, se anche i ragazzi iniziassero a comportarsi come i nostri nonni non sarebbe male. Se qualcuno di loro è in ascolto, vorrei dirgli che il galateo non sarà mai fuori moda. Passo e chiudo.

#VitadaSingle Come si comincia a diventare una “single troppo consapevole”?

Explain to me again why I need a man“Sta cominciando a diventare la classica single troppo consapevole.” A sentire questa espressione mi si sono sollevate le antenne. “Colpita e affondata!”, ho detto io – anche se non si parlava di me. “Tu non puoi esserlo, banalmente per ragioni anagrafiche.” Ah no? Con me quattro ragazze di poco più grandi, comunque intorno ai trenta. Dal loro punto di vista evidentemente sono ancora troppo giovane per rientrare nel genere “single troppo consapevole“.
“Ok, allora cosa ci vuole per esserlo?” Chiedo, credendo di essere comunque sulla buona strada. Anni di psicanalisi, barriere insormontabili e aspettative troppo alte. E, nonostante – o forse proprio a causa di – tutto questo, una atavica fame di una relazione stabile con un uomo da “incastrare”.
Incastrare“, in questo gergo, significa fare dei figli. Infatti, l’ultima caratteristica ha a che fare con l’orologio biologico, che nella tipica single troppo consapevole ha già fatto sentire i suoi rintocchi. Protagoniste di leggende e racconti dell’orrore da parte dei rappresentanti del genere maschile, che davanti a questi esemplari di donna si sentono come moderni Cappuccetto Rosso in pantaloncini braccati da un lupo feroce – ma forse sarebbe meglio dire da una pantera – le “single troppo consapevoli” sono ex fidanzate deluse che hanno deciso di usare le proprie delusioni come metro della propria ricerca di felicità.
Per quanto sembri un paradosso, cercare la felicità partendo dal ricordo dell’infelicità è un modo abbastanza naturale per difendersi attraverso la forza dei contrasti. Spauracchio persino per le amiche, che si augurano di non entrare in una tale spirale di disperazione, le single troppo consapevoli cercano solo una persona per la quale valga la pena (e la parola “pena” va letta in tutta la sua pienezza di sfumature) di rinunciare alla propria solitudine.
Più o meno è passato un anno da quando sono ritornata single. Non ho tenuto il conto, questa volta. Qualche mese dopo incontrai il mio ex in un bar. Gli dissi: “Non credo che mi fidanzerò presto. La storia con te ha fatto salire di molto le mie aspettative verso un uomo.” E, a un suo sorriso compiaciuto, ho risposto aggiungendo: “Intendo dire che grazie a te ho capito tutto quello che in una relazione non voglio più accettare perché mi ha ferita.” (E lui, vi assicuro, era un esauriente campionario.) In effetti ho mantenuto la parola. In effetti, quella persona che diceva di amare la libertà più di quanto non amasse me non è stata fedele nemmeno a questa sua amante ideale: adesso il mio ex sta con un’altra donna che è più sfortunata di me, perché è arrivata dopo.

La timida cautela del ritorno, ovvero riaprire il blog in punta di piedi quando la vita è tutta un cantiere

Come in

Visto che diverse persone hanno iniziato a chiedermelo in maniera più o meno diretta, più o meno sottile, ma sostanzialmente intendendo una mia lunga, diffusa e colpevole latitanza, ci tengo a farvi sapere che no, non sono morta. Anzi, allo scopo di togliere ogni dubbio, specifico che sono più che mai viva e posso addirittura affermare, senza il timore che per questo mi caschi addosso qualche orribile pestilenza, di essere felice. In questa lunga, lunghissima pausa – un mese e mezzo! – dall’ultimo post, ho avuto tanto, tanto da fare e anche se la mia quotidiana tazzina di cervello mi mancava, mio malgrado non riuscivo proprio a farle posto. Dopo nove anni fuori casa era venuto il momento per me di avere un angolino di mondo tutto mio, e siccome non sono fatta di soli bit, CupofBrain non mi bastava più. Insomma, il fatto è che sono andata a vivere da sola e mi sono dovuta occupare di una quantità di cose che non immaginavo neanche: nelle ultime settimane mi sono trasformata in facchino, casalinga disperata, arredatrice e imbianchino. Dopo che gli ultimi pezzi della casa erano andati al proprio posto e l’ultimo montatore di Mondo Convenienza aveva lasciato la sua fattura, la nostalgia verso quest’altra casetta virtuale bruciava sempre di più. Ciononostante, ci ho messo ancora un po’ a tirarmi su le maniche e a mettermi faccia a faccia con lo schermo del portatile. Ho altre due buone scuse per aver prolungato l’assenza oltre il giustificabile: la prima è il lavoro che in questo periodo è stato abbondante e stressante (ma chi si lamenta? c’è la crisi e blablabla… non mi sto lamentando! 😉 ) e la seconda è una certa ritrosia verso il ritorno, il timore di essere un po’ arruginita senza la mia quotidiana cura… et cetera. Così ho preferito tornare alla chetichella di sabato pomeriggio, tra le pulizie di casa e un salto al Blackout, sperando che non troppa gente ci faccia caso, tanto per sgranchirmi le dita e per dirvi che ho in serbo tante novità. 😉 A molto molto presto! 🙂

Una giornata particolare: non tutti fanno un pupazzo di neve davanti al Colosseo

Oggi ho fatto un pupazzo di neve davanti al Colosseo. Oggi mi sono sentita felice come non succedeva da tempo e il motivo è semplice…

Mentre Alemanno si incazza con quelli delle previsioni metereologiche e consiglia ai tre milioni di abitanti della sua città di restare chiusi in casa, buona parte dei suddetti abitanti, con buon pace del suddetto sindaco, si sono riversati per le strade armati: macchina fotografica in mano, decine di migliaia di cittadini e non hanno attraversato a piedi la città per godere del raro spettacolo di una capitale imbiancata dalla neve. Chiunque abiti qui è consapevole della bellezza maestosa di strade e monumenti, ma chissà quante volte passiamo davanti al Colosseo immersi nei fatti nostri senza più vederne la meraviglia. Poi cadono alcuni centimetri di neve e tutti spalancano gli occhi, aprendoli di nuovo allo stupore.

Neve al Colosseo | Roma 2012

 

Qui al Sud (perché Roma è orgogliosamente terrona) una nevicata riporta tutti in una dimensione ludica e infantile: il mondo è di nuovo uno spettacolo e una festa.  C’è chi prende la tavola da mare e la trasforma in un improvvisato slittino e chi tira fuori dall’armadio tutto l’armamentario da settimana bianca, sci compresi, c’è chi tira palle di neve e chi disegna angeli per terra, chi scende per strada in piena notte e c’è chi come me si improvvisa scultore. Nell’entusiasmo collettivo mi sembrava di essere stata catapultata magicamente in un mondo che assomiglia a un social network: tutti sorridono e sono bellissimi come nei ritratti photoshoppati che usano come avatar, persone che non si sono mai incontrate prima si fotografano a vicenda e commentano pure, qualcuno clicca like sotto il mio pupazzo di neve e lo condivide con gli amici scattandogli una foto con la reflex.

 

Neve al Colosseo | Roma 2012

La condivisione è la chiave: sotto le nuvole bianche che hanno coperto Roma, tutti avevamo in comune la gioia e l’entusiasmo per un evento tanto naturale quanto fuori dall’ordinario (pare che una nevicata così non si vedesse dall’85, io non avevo neppure un anno e in ogni caso non abitavo qui). Condividere un’emozione e farlo guardandosi negli occhi è ancora, al di là delle innovazioni tecnologiche, il più grande motore della felicità. E allora mi è venuto in mente quanto sia vitale ed essenziale, compiere l’operazione inversa a quella che si fa tutti giorni nella vita metropolitana: superare il distacco che poniamo in modo più o meno consapevole e trovare un legame, un’empatia, una forma di primordiale solidarietà con l’uomo qualunque che incontriamo per la strada. Insomma, sarebbe bello se iniziassimo a diventare un po’ più social anche fuori dal web. La lunga passeggiata lungo le strade innevate mi ha suggerito un modo per portare un po’ di tepore nel focolare domestico: mi sono trasformata nella fantastica donna di casa che posso essere quando voglio e ho cucinato delle robette leggerissime… 😉

Spuntature e polenta

Mini muffin al cioccolato

 

Alla fine, anche un piatto di polenta e un dolce al cioccolato possono servire a dimostrare che… Happiness in real only when shared.