La top five dei motivi per cui non vedo l’ora di andare a vivere da sola

Casa di pan di zenzero

L’adozione felina l’ho già annunciata, quindi possiamo tranquillamente partire dal motivo numero due.

#2 Smettere di passare buona parte del week-end tra Ikea e Mondo Convenienza

E, come corollario: smettere di leggere cataloghi e di spulciare siti di arredamento low budget. Iniziare, invece, a sdraiarmi sul divano con una rivista qualunque in mano, la musica in sottofondo, le candele accese… poi fa capolino una reflex e la mia foto viene pubblicata nel prossimo catalogo Ikea. 😛

#3 Regalarmi un po’ di lentezza

Se un giorno avrò tempo per guardarmi alle spalle, mi accorgerò di aver vissuto più cose di quante potessi goderne, di aver corso troppo in un ingordo overload. La novità è darsi il tempo per rallentare. E presto avrò anche un posto dove farlo.

#3 Preparare la casetta di pan di zenzero

In questo caso una torta qualunque non è abbastanza. E poi raccolgo la sfida dei CookHunters, così se mi riesce bene faccio anche un videotutorial sulla costruzione della dolce casetta della strega.

#5 Girare per casa nuda

Volete mettere la comodità e l’estremo senso di libertà di non doversi preoccupare di chi rientra, di chi si sveglia, di chi arriva?! Ah!

Cattivi propositi per il 2012

Di buoni propositi sono piene le timeline, i blog e ovviamente non manca l’hashtag #buonipropositi. Non manca chi si lamenta dell’inflazione di buonismo e chi si propone di non avere propositi. L’anno scorso scrissi un post illuminato con il neon dell’ottimismo, con cui tiravo le somme su un anno, il 2010, che mi sembrava si chiudesse veramente bene. L’unico proposito per il 2011 lo accennai senza scriverlo, come se fosse un desiderio espresso in silenzio davanti all’illusione di una stella cadente e, in effetti, fece la stessa fine dei desideri non esauditi di milioni di persone che restano col naso per aria. Sapendo che nessun buon proposito resta impunito, in quest’anno che inizia con l’ombra dell’inflazionato calendario Maya e di un 2011 piuttosto deludente e amarognolo, mi permetto di appendere il nuovo calendario con una botta di cinismo e di cominciare con 12 cattivi propositi per il 2012.
Cattivo ragazzo: Alex in Arancia meccanica
  1. Fare fuori le persone nocive. No, non diventerò una specie di giustiziera alla Lisbeth Salander, non ho intenzione di ammazzare nessuno – per il momento. L’idea è più che altro quella di allontanare scientificamente e senza pietà tutti gli individui che volenti o nolenti mi feriscono, se non altro quando la scelta è in qualche modo tra me e loro.
  2. Coltivare i vizi. Non tutti, solo alcuni. Giusto per non sentirmi una cretina completa se, verso la fine dell’anno, un secondo Big Bang dovesse sorprenderci dimostrando che in fondo le vecchie profezie sono più credibili delle promesse dei nostri politici.
  3. Essere meno disponibile. Anche questo proposito si deve intendere in senso relativo, non assoluto: in pratica significa più paletti, meno regali – specialmente regali che col tempo diventano consuetudini per cui non è prevista nemmeno la gratitudine.
  4. Non credere a nient’altro che ai miei sensi. Compreso il sesto.
  5. Chiudere il telefono in faccia a chi se lo merita.
  6. Smettere di amare troppo. E iniziare ad amare poco e niente.
  7. Essere irresponsabile. Almeno, esserlo nella misura in cui quest’atteggiamento mi aiuta a santificare l’istinto senza pensare troppo al futuro. [Tanto puoi essere responsabile quanto vuoi, che basta una crisi mondiale a sfanculare i tuoi progetti.]
  8. Ingrassare. Alla faccia di tutti quelli che si mettono a dieta.
  9. Imparare a chiedere. Sfacciatamente, senza pudore.
  10. Tirare i dadi, puntare tutto e accettare quello che succede. Tutte le volte che può servirmi a imparare qualcosa di nuovo, tutte le volte che può farmi sentire viva.
  11. Riservarmi la possibilità di contraddire me stessa. Così se per caso i cattivi propositi dovessero essere efficaci quanto quelli buoni potrò sempre appellarmi all’idea che la coerenza non sia un obbligo né una virtù.
  12. Buttare i manuali, persino questo. E seguire le strade che mi si aprono davanti.

PS: sì, questo è un post programmato con studiato anticipo e quindi no, non mi sono messa a scrivere mentre gli altri si ubriacano e si scambiano gli auguri. Probabilmente, a quest’ora sarò abbastanza brilla anche io, solo che mi sembrava carino far uscire questo post proprio a mezzanotte, come il tappo di spumante, il fuoco d’artificio, come la fine del conto alla rovescia, come un messaggio a tutti quelli che oggi e nei prossimi giorni passeranno da questo blog e ai quali auguro, nonostante le premesse, un meraviglioso – stupefacente – 2012!

Quest’anno a Natale facciamo un regalo al nostro pianeta con WWF

Quando sono stata invitata a partecipare alla nuova campagna adozioni del WWF la mia mente è volata verso i miei desideri e mi è venuto in mente che uno dei motivi per cui attendo con ansia il mio prossimo trasloco è…

(Credo che ne riparleremo, quindi tanto vale cominciare a scrivere un elenco.)

I motivi per cui non vedo l’ora di andare a vivere da sola.

#1 Adottare un gatto

Sono cresciuta in una casa a metà strada tra il centro abitato e il bucolico nulla cosmico. Da bambina ho sempre avuto la casa circondata di cani, gatti, galline, conigli, varie ed eventuali. Io sono sempre stata una tipina da gatti, però. Sono indipendenti ed eleganti e questo ti fa immaginare che abbiano personalità. E poi, a modo loro, sono sinceri: stanno con te solo se lo desiderano, non fanno come i cani, sempre alla mercé delle voglie del padrone. Forse i gatti mi piacciono perché il mio modello di donna è ritagliato intorno alle tre sorelle che han fatto un patto e alla paladina Lady Oscar. Forse mi piacciono perché, a modo mio, io assomiglio a un gatto (ma non a una gatta!). Fatto sta che ho deciso: a febbraio, quando andrò ad abitare nella casa nuova, adotterò un gattino. Un cucciolo-fagottino che si struscerà indolente sul divano mentre io sarò distratta a guardare un film o che mi passeggerà tra i piedi mentre preparo la cena per due (cioè per me e per il micetto). Ho già gli occhi a cuore!

Tra le cose che invece posso fare anche subito c’è un regalo di Natale che sia anche un gesto d’amore verso gli animali che popolano il nostro pianeta. Come? Adottando una specie! Tranquilli, non ho intenzione di presentarmi a casa degli amici con una tigre al guinzaglio o di trascinare sotto l’albero una vaschetta con una foca. Come ogni anno, il WWF organizza una campagna di adozioni per proteggere le specie di animali in via di estinzione in tutto il pianeta. Dodici specie sono state elette simbolo della campagna di fundrainsing e dell’azione della ONG nel mondo e chiunque potrà scegliere di adottare una di esse per dare il suo piccolo contributo. Quest’anno regalando a un’amica uno dei peluche farò anche una cosa utile – quindi, anche se il peluche finirà dimenticato in una delle nostre stanze piene di oggetti, di certo avrò speso bene i miei soldi.

Ma cosa fa concretamente il WWF per salvare gli animali? Lotta contro il bracconaggio, riabilita animali da rimettere in libertà, lavora sul territorio per proteggere gli habitat delle specie in pericolo. Un quarto dei mammiferi terrestri rischiano di scomparire, ma l’estinzione è come un tumore: è possibile salvarsi se si prende il problema in tempo. Quindi, è arrivato il momento di fare la nostra parte, se non vogliamo avere sulla coscienza le povere tigri asiatiche che, nonostante la stazza, di fronte alla minaccia umana sono più indifese del mio (futuro) gattino.

Come fare ad adottare una specie? Semplice, ci sono pacchetti per tutte le tasche e per tutti i cuori. Per ciascuna forma di adozione riceverete dei gadget che attesteranno il vostro impegno per la natura.

  • Adozione Semplice (donazione a partire da 30€): una lettera di Fulco Pratesi, una scheda sulle caratteristiche ed i rischi corsi dalla specie, un certificato, un grande planisfero con evidenziate le aree di azione del WWF e un adesivo da apporre sull’area tutelata.
  • L’adozione con Peluche (donazione a partire da 50€): include oltre ai materiali dell’adozione semplice un tenero “rappresentante” della specie scelta. I peluche WWF sono realizzati con una grande attenzione all’ambiente e ai bambini essendo privi di componenti tossici che possono venire rilasciati sia in fase di produzione sia di gioco.
  • L’adozione Trio (donazione a partire da 125€) è dedicata ai quattro grandi habitat condivisi dalle specie: trio polare (orso polare, foca, pinguino), trio asiatico (tigre, orango e panda), trio africano (ghepardo, elefante e scimpanzè), trio italiano (orso bruno, lupo e delfino). Per ciascun trio si ricevono i tre peluche ed i rispettivi kit, ciascuno con il planisfero, e i certificati possono essere personalizzati con nomi diversi.
  • Per chi vuole un’adozione a impatto zero, è possibile scegliere l’adozione digitale o “I WWF you” (donazione a partire da 30€), con il panda WWF circondato da un cuoricino, che permette di ricevere uno screensaver, uno sfondo per il desktop e una firma digitale direttamente via mail.

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Odio l’autunno

Se l’autunno non mi piace non è colpa del sole che si nasconde dietro le nuvole, anche se devo riconoscere una certa componente metereopatica nella mia personalità. Non è nemmeno colpa delle temperature calanti che, anzi, finite le giornate di mare e ricominciato il lavoro a pieno ritmo, sono più che benvenute. La colpa è tutta del cambio di stagione. Quello nell’armadio, intendo. Se non hai un armadio abbastanza spazioso il cambio di stagione è un rituale al quale devi piegarti due volte l’anno. Sono single, ho un armadio a sei ante, quindi si potrebbe supporre che questa necessità non mi riguardi. Eppure non è così – nonostante ciò sono sempre convinta di non avere nulla da mettere. Così intorno ad aprile e a ottobre devo fare il balletto della selezione, imballaggio e recupero dei vestiti. Ad aprile è praticamente una festa: l’inverno è alle spalle, una nuova estate sta per cominciare e l’unica preoccupazione è capire quanti chili bisogna perdere ancora per poter indossare dignitosamente il costume. A ottobre, se non sto attenta, una malinconica nostalgia si infila tra i vestiti e la polvere prendendomi alle spalle a tradimento.

Ieri ho messo via tutti i baccanali estivi, le canottiere allegre e i bikini e ho riportato alla luce i vestiti invernali, i residui fossili di un amore eterno che è passato, i cappotti pesantissimi e le sciarpe. Mentre guardavo sfilare un anno attraverso scarpe, gonne e altre-cose-che-insomma-ci-siamo-capiti, mi sono resa conto di avere un potente dejà vù emotivo. Come un anno fa, è arrivata una folata di ricordi morti. In autunno il presente sembra appannato da un senso d’immobilità e il futuro, quello, sembra proprio non volere arrivare. Così sono inevitabilmente tentata di fare come Euridice, voltandomi verso un ideale coniugato al passato. Quest’anno ho deciso: il passato è dietro di me, il presente è pieno di cose meravigliose e l’inverno sta arrivando e porterà il futuro. Punto.

E adesso che scuse mi restano per non smettere di fumare?

Proprio ieri ho comprato un nuovo pacchetto di sigarette. La cattiva notizia è che adesso ogni sigaretta costa un centesimo in più. La buona notizia è che questo sarebbe un buon motivo per smettere di fumareUno fra tanti, e nemmeno il più importante. In aggiunta, infatti, ci sono tutti quei motivi ai quali preferisco non pensare mai: i gravi pericoli per la salute, l’invecchiamento della pelle e l’ingiallimento dei denti, l’odore costante di sigaretta sulle dita e sui vestiti…

Solo che per quei due minuti di piacere effimero e insoddisfacente (citate, se volete, un famoso aforisma di Wilde), tutti i fumatori preferiscono attuare una deliberata, continua e scientifica rimozione di tutti i buoni motivi per smettere di fumare.

Io, dopo anni passati a smettere e ricominciare e, alternativamente, a smettere di smettere e smettere di ricominciare, sono di nuovo una fumatrice. Non fumo tanto, ma è un’abitudine che accompagna come un rito alcuni momenti delle mie giornate, per non parlare delle serate alcoliche, quando avere una sigaretta fra le dita mi trasmette un artificioso senso di sicurezza. Sono una di quelle persone per cui il sapore di una sigaretta conta meno del gesto, nel quale riposa tutta la mia nevrosi coagulata in una esibita fissazione orale.

Forse è la silenziosa consapevolezza del male che sigaretta dopo sigaretta sto accumulando nei miei polmoni, nel mio corpo e nella mia vita, forse il latente e inesprimibile desiderio di maternità, fatto sta che vedere questo video mi ha fatto crescere due lacrimoni gonfi e mi ha fatto pensare che forse domani sarà un buo giorno per iniziare a smettere.

Sul sito della campagna Unstoppable della Commissione Europeatrovate le esperienze-modello di molti ex fumatori che sono riusciti a dare una svolta alla propria vita buttando via l’ultima sigaretta e, soprattutto, un iCoach per riuscire a farlo. 

Cliccate qui per saperne di più.

 

Verso il mare…

VillasimiusEccomi di nuovo con la valigia in mano (due, nella fattispecie). Agosto segna ogni anno una pausa. Spesso l’unica pausa lunga. Agosto.
Un punto e a capo. Un punto per raccontare a me stessa che in quest’anno tra le tante cose che sono cambiate, qualcosa devo averla pur imparata. Un punto per dire a me stessa che no, non sono tornata indietro nel tempo, anche se a cacciare certi fantasmi ho impiegato anni, tanto che non so più distinguere tra il tempo felice e quello passato a sfacchinare tra le macerie. Un punto per dire a me stessa che no, ventisette anni non sono l’ultima fermata. Semmai sono il porto da cui partire.
Fanculo, un punto per dire a me stessa che questo non è un post malinconico. Questo è il post di una donna che, comunque vada, ovunque si trovi, ogni tanto prova una saudade che sembra latinoamericana, invece è solo mal di Sardegna: il bisogno fisiologico di tornare al principio, la voglia di lasciar andare il corpo, il tempo, la rabbia e i desideri dentro il mare – che è immenso e non chiede mai nulla.
Questo blog chiude per ferie, più o meno. Forse ogni tanto sentirò l’esigenza di tornare qui e lasciare un segno, un pensiero, una perla marina. In quei casi mi siederò a scrivere in costume e ciabattine, ancora sporca di sabbia, con un mojito in mano e tutta un’altra musica in testa – voi aspettatemi così… Per me tra un’ora è già vacanza!

Appletini, triangoli, cerchi che si chiudono e altre geometrie umane

Due appletini (o Martini apple, fate un po’ voi 😉 ) e una situazione che fa pensare alle migliori puntate di Sex and the City.
Appletini
Qualche giorno fa parlavo con la mia coinquilina dei cerchi che si chiudono. Sarebbe a dire quei rapporti in cui resta qualcosa di interrotto, di non detto e di irrosolto, che prima o poi tornano per completare il cerchio. La fantasia della vita vuole che non si chiudano mai nel modo in cui avremmo pensato. Con gli anni cambiano molte cose e dove credevamo di volere una rivalsa basta in realtà una carezza, dove credevamo ci sarebbe stato un “per sempre felici e contenti” si affaccia la liberatoria consapevolezza del “non può mai essere”. E, insomma, così via, immagino che anche voi abbiate la vostra lista!
A questo proposito, Nick Hornby ha scritto: “The truth about autobiographical songs, he realized, was that you had to make the present become the past, somehow: you had to take a feeling or a friend or a woman and turn whatever it was into something that was over, so that you could be definitive about it. You had to put it in a glass case and look at it and think about it until it gave up its meaning, and he’d managed to do that just about everybody he’d ever met or married or fathered. The truth about life was that nothing ever ended until you died, and even then you just left a whole bunch of unresolved narratives behind you.
E, per quanto mi renda conto che in un mondo dominato dalla razionalità e dal funzionamento casuale dovrebbe aver ragione, io qualche volta mi permetto di credere nel karma. Le cose che succedono nella nostra vita devono avere un qualche senso, se non altro quello che decidiamo di dargli. Tra l’altro l’unica persona che aveva previsto quello che sto per raccontarvi avrebbe un bel po’ da dire a riguardo.
Giovedì sera avevo appuntamento con una donna che ha giocato un ruolo importante negli ultimi cinque anni della mia vita, sin da quando ancora non la conoscevo nemmeno. Arrivo al Momart con un leggero ritardo, perché mi ero dovuta trattenere in ufficio. Mentre arrivavo mi sentivo piuttosto rilassata, però non appena l’ho vista qualcosa tra lo stomaco e i polmoni ha iniziato a restringersi. Grande sorriso e avvicinamento disinvolto. Questo, credo, ce l’abbiamo in comune: le palle di avvicinarci a qualsiasi situazione a viso aperto e con una camminata sicura. Insomma, eccola lì: una quarantenne favolosa, davvero alla Sex and the City. La prima istantanea la ritrae in tutto il suo metro e ottanta di fisico asciutto, ma sinuoso, lunghi capelli mossi e sguardo scintillante. In realtà, anche lei si sentiva un pochino in imbarazzo all’idea del nostro incontro. E, per sciogliere il ghiaccio, ha pensato di portarmi un piccolo pensiero glamour, che ho prontamente, ed efficacemente, usato il giorno dopo. Ma… torniamo un attimo indietro: chi è questa donna?
(Quasi) cinque anni fa io e lei eravamo innamorate dello stesso uomo. (Non serve che vi dica che è lo stesso Mr. Big con cui tra un regno e un interregno ho passato gran parte dei miei ultimi cinque anni, appunto. Una storia che sembra un libro letto prendendo pagine a caso, senza una logica continuità temporale… ma ne abbiamo già parlato, no?) Ora, ci sono stati dei momenti in cui la mia storia e la sua si sono sovrapposte, formando la più classica delle figure geometriche che possa coinvolgere i due sessi. Considerata la mia altezza, una figura decisamente isoscele. Come potete immaginare, eravamo l’una per l’altra spaventosi fantasmi: nella cecità amorosa vedevamo nell’altra il nemico, come se lui non fosse stato l’unico responsabile delle proprie indecisioni.
Un (po’ più di un) anno fa, è successa una cosa che fa tanto pensare al film Il club delle prime mogli (molto carino, tra le altre cose). Io e lei ci siamo conosciute (galeotta fu la rete, e il blog di lui nello specifico). E… sorpresa sorpresa… non era affatto il mostro che credevo! Mi si è rivelata da subito per quello che veramente è: una donna vivace e frizzante, ricca di interessi e gioia di vivere, che per tanti versi (e non lo dico per vantarmi) mi assomiglia pure. Parlare ci ha aiutate a mettere insieme i pezzi del puzzle e forse anche a rimettere insieme alcuni pezzi di noi stesse. Così, dopo il mio ennesimo ritorno col Mr. Big di cui sopra, con definitiva chiusura (magari un giorno avrò voglia di scrivere due righe su quest’aggettivo) ecco che un giorno, tra un commento di Facebook e uno al blog, salta fuori l’idea di vederci. Come succede in una città grande e impegnata come questa, tra il dire e il fare c’è di mezzo l’agenda, così…
Giovedì sera ci siamo ritrovate finalmente faccia a faccia (io ho un po’ barato perché l’avevo già avvistata in passato all’università) a ridere e scherzare nella più disarmante e spontanea complicità. Lui ha occupato forse i primi dieci minuti del nostro primo appletini, mentre il resto della serata è stato tutto chiacchiere da donne e racconti vari. Cose che non c’è bisogno di riportare e che probabilmente nel chiudere un cerchio ne aprono un altro, che con il mondo degli uomini non ha niente a cui vedere. Quando l’ho vista attraversare la strada per andare verso la sua macchina, ho provato il moto di tenerezza che si sente per le persone con cui si ha uno speciale legame e ho ripensato a quello che mi ha detto all’inizio della serata. Sì, se le donne governassero il mondo sarebbe un mondo migliore.

Asportazione chirurgica del sentimento con la A maiuscola

Asportazione chirurgica del cuore

Questo è un post disgustoso, sanguigno e autolesionista.

Chirurgia emotiva. In quest’ultimo mese, un giorno dopo l’altro e con agghiacciante precisione, ho asportato strato dopo strato tutto l’amore. Vorrei dire di essermi strappata il cuore con le unghie e poi averlo ingoiato, ma sarebbe troppo melodrammatico. E anti-igienico. In realtà ho usato le pinze, la garza e tutto il resto. Le mie pinze sono state la consapevolezza e la distanza e qualche serata alcolica è stata la garza per tamponare.

Operazione riuscita. Vederlo oggi è stato un interessante déjà vu. Ottimo per misurare la buona riuscita della chirurgia. Credo che sia stata la prima volta, da quando lo conosco, che non mi sono sentita attratta da lui, non l’ho trovato bello. Tutto quello che ho notato è stato qualche chilo in più. Tutto quello che ho notato è stato il suo sorriso largo. Tutto quello che ho notato è stato che era accaldato e stanco. Tutto quello che ho notato non mi è piaciuto. Non c’era nessuna connessione tra me e lui, mentre parlavamo ciascuno degli affari propri. Del mio amore resta soltanto un coagulo di amarezza, rabbia e delusione. Comunque, in fondo al mio cuore non c’è più niente. Di buono.

Me and Carrie – Pensieri poco profondi sulla scia di Sex and the City

Sex and the CityEssere single

“When you’re alone, it’s easier. You can do what you want. You don’t have to go home.”

Riflettevo su questo proprio di recente. Nulla di più vero. Tutto quello che devi fare è essere te stessa e andare a caccia di stimoli. E questo è galvanizzante. L’assenza di legami ci porta a esplorare tutte le porte lasciate socchiuse, a prenderci cura di noi stesse, a riscoprire chi siamo veramente. Essere single è una forma di potere. Ma allora com’è che non appena abbiamo ricominciato a splendere incontriamo qualcuno e iniziamo a desiderare una nuova relazione?

“She is in her late thirties or early forties, and, if empirical knowledge id good for anything, she probably never will get married.”

Per tutto il libro si ha come l’impressione che il fantasma peggiore per le ragazze single sia restare single. E l’opposizione shakespeariana per le ragazze di New York è tra donne sposate e donne che non lo sono. E allora viene da chiedersi: nonostante l’indipendenza, la carriera, l’amicizia e la libertà sessuale sposarsi è ancora la vera meta ultima per una donna? Perché? Uomini sbagliati

“When you look over the list of the guys you’ve dated, Peri is the only guy that doesn’t make any sense. You think: “What was that about?”

Ok. Questo ce l’abbiamo tutte. Quel ragazzo con cui siamo uscite qualche volta e che non aveva niente a che fare con la nostra vita, con il nostro percorso, con i nostri desideri o con il nostro ideale di uomo. A essere sincera, io ne ho una lista a parte.

“It’s like a loop. He’s looping himself.”

Oddio, le persone così! Quante ce ne sono?! Le conosci e ti sembrano interessanti. Poi inizi a frequentarle e scopri che le poche cartucce buone le hanno sparate tutte insieme e dopo è tutta ripetizione. N O I A!

“I’ve gone out with some of those guys – the ones are short, fat, and ugly – and it doesn’t make any difference. They are as unappreciative and self-centered as the good-looking ones.”

Questo è il motivo per cui non bisogna mai abbassare le aspettative: non ci si guadagna nulla. Amore e passi falsi

“It doesn’t matter how pretty you are. If you can create who the guy wants you to be, you can get him.”

Ok. Mettiamo che sia vero. Facciamo finta che basti recitare la parte della donna che lui desidera voi siate. Cosa succede dopo che lo avete in pugno? Se lo volete tenere non potrete mai rilassarvi ed essere voi stesse. Non appena il velo verrà sollevato e il trucco sarà scoperto, potete stare certe che l’uomo che si era innamorato di una sua proiezione mentale si sentirà tradito. E sarà finita.

“She decides she has to torture Mr. Big again. “Do you think we’re close?”

Ecco questa è una delle detestabili cose che noi donne facciamo continuamente. Più vado avanti e più mi rendo conto che l’amore finisce col diventare un surrogato dell’autostima. Il problema è che l’autostima è sexy, l’insicurezza non lo è affatto.

“You know how women always want to talk about everything? Well, imagine that times two. It’s constant talking. About everything until four in the morning. After a while, she has to leave and go back to a man because she can’t tale the talking.”

Ahahahhahhaha! Lo sostengo da anni. E poi mi chiedo quanto sia disastroso essere due uomini.

“How could you hurt me like that? I can never forget that – you know?” “I know baby. I’m sorry.”

Ecco, basta un “Lo so baby. Mi dispiace” e tutto sembra risolto. La verità è che non è affatto così, però ci si casca facilmente. L’importanza dei fattori esterni

“When you’re afraid of the financial future, you don’t want to make a committment.”

C’è una relazione insana tra la precarietà economica e l’instabilità delle relazioni sentimentali. La nostra generazione ne è un esempio lampante. E questo è profondamente ingiusto.

“I totally believe that love conquers all. Sometimes you must have to give it some space. And that’s exactly what’s missing in Manhattan.”

Morale della favola: la metropoli è il posto peggiore dove innamorarsi. Tristemente vero. Io sono Carrie! Se vuoi sapere perché tutte le ragazze si credono Carrie Bradshaw, leggi il mio commento al film Sex and the City in “Living in a movie”.

Riflessioni esistenziali a portar via (come il cibo cinese, ma meno unte)

Old enough to know it better, young enough to do it anywayIeri ho compiuto 26 anni. Significa che mi sto spostando verso i fatidici 30 – che poi saranno davvero così fatidici? In questo ultimo anno sono successe tante cose; preferisco non concentrarmi su ciò che è andato perduto, ma sulle tante cose positive che ho imparato.
Per esempio, ho imparato ad ascoltare me stessa e ho capito ciò che voglio e, soprattutto, ciò che non voglio. Ora devo solo capire come ottenerlo. Ho imparato ad essere aperta, a sintonizzarmi con le altre persone e ad avere la curiosità di scoprirle. Oppure, mettiamola così, ho capito di avere molte belle persone attorno a me, che meritano di essere scoperte. Non che prima non ci fossero, ma forse non ero in grado di vederle e di dare loro l’importanza che meritano.
Ho imparato a fare cose da femmina, tipo fare shopping divertendomi e comprare un tailleur che avrò poche occasioni di indossare, andare in palestra, scaricare un’applicazione che mi permette di tenere traccia della mia dieta sul cellulare. Ho capito che questo non mi rende meno credibile quando mi occupo di cose più serie. Ho imparato che amo essere corteggiata e mi diverto a stuzzicare. Ho imparato che essere spudorata è meraviglioso. Tra l’altro a sbilanciarsi si guadagna sempre, anche quando si cade. Nel mio intimo, sono soddisfatta di essere diventata una specie di animale mitologico per alcune amiche. Attenzione: “fantastica e pessima” potrebbe diventare il mio motto.
Proprio ieri ho imparato che c’è una correlazione tra essere se stessi e riuscire a stare a proprio agio quando si è contemporaneamente in compagnia di persone che appartengono a diversi ambiti della nostra vita. E credo anche che ci sia una correlazione tra essere se stessi e sentirsi felici.

Per la prima volta dopo molto tempo, sono felice per quello che sono. Sono felice grazie a quello che sono e non grazie a qualcun altro.