La mano è il metronomo della scrittura: l’umile nobiltà di Erri De Luca

Erri De Luca25 marzo 2010, Erri De Luca a Libri Come, Auditorium Parco della Musica di Roma Erri De Luca assomiglia alla sua scrittura: asciutto, alto, spalle leggermente curve, volto solcato da una ragnatela di rughe, occhi piccoli in continuo movimento.
Il suo corpo incarna il suo stile: drenato da qualsiasi vocabolo superfluo, preciso, naturalmente saggio. Così è anche la sua voce: calda e ruvida allo stesso tempo, pacata. Bellissima. Ogni tanto, come a dare un po’ di colore a quello che dice, indulge nell’inflessione napoletana. Scherza e quando sente il pubblico ridere sembra compiaciuto e imbarazzato allo stesso tempo – come uno scolaro che abbia ricevuto un buon voto.
Ci sono alcuni elementi della biografia di questo scrittore che ne fanno una sorta di outsider della letteratura. In un’epoca in cui ogni anno emerge qualche nuovo baby fenomeno letterario, che pubblica prima ancora di compiere vent’anni, Erri De Luca ha scritto il suo primo libro a cinquant’anni, dopo una vita di fatica in fabbrica. Adesso, a settant’anni meravigliosamente portati, si gode la sua “villeggiatura” da “nullafacente”, così definisce la sua vita da letterato – perché nonostante scrivere gli “procuri reddito” non riesce a definirlo un lavoro, in onore al sudore che versato nei faticosi anni in cui erano le mani a procurargli di che vivere. Dalle sue parole traspare una grande umiltà, segno distintivo personalissimo in un mondo in cui apparire è la prima regola persino per artisti e intellettuali.
Non credente, passa buona parte del suo tempo libero a tradurre i testi sacri della Bibbia, direttamente dall’ebraico – da autodidatta ha studiato l’ebraico, il russo, il greco e… non so quante altre lingue.
Scrive i suoi libri con la penna biro: “La mano” dice “è il metronomo della scrittura”, perché con anni di duro lavoro si è guadagnata questo privilegio. Quando la mente è stata in grado di seguire il ritmo della mano, sono nate le sue opere letterarie. Prima, ciò che scriveva dopo il lavoro, con una ispirazione fluviale ed un ritmo impetuoso, “aveva un valore d’uso, ma nessun valore di scambio”. Molto affascinante questo rapporto fisico con l’atto di creazione di un libro, che trova radici ai tempi della scuola, quando lo scrittore napoletano ha imparato a scrivere con pennino e calamaio: questa “esperienza chimica difficile” ha impresso nella sua mente la nobiltà della scrittura e lo sforzo che occorre per scrivere ogni singola parola.

Una lezione da ricordare nella nostra epoca di drag and drop.

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