Nella tana della lupa

Affilo le unghie. Che sbattano forte sulla tastiera. Dovrei scrivere altro, ma mi prudono i polpastrelli: urge.
Da sera a mattina si ostina, ficca aghi nella mia bambolina;
mina la via che l’anima mia cammina.
Mi pedina.
L’acqua che butti sul mio fuoco diventa benzina,
ogni insulto manichino per la mia vetrina,
sappi che la mia dottrina se ne fotte di chi sta dopo e chi prima.
Godo se penso all’amaro che mastica chi pronostica la fine della mia vitalità.
15:49: ennesima visita non gradita. Fantasma errante, non voglio sentire il tuo fiato sul collo. Almeno i fantasmi veri appaiono. Detesto i movimenti nascosti goffamente.
Per indole sono pacifica, cerco la mediazione, non mi arrabbio mai. Ma difenderò con le unghie e con i denti quello che ho.

Perché ho bisogno della tua presenza, per capire meglio la mia essenza

Notte bianca. Tanta gente per la strada, delirante carnevale fuori stagione. Rimpatriata con gli amici. Amici che mi sembra di aver salutato ieri e che invece non vedevo da un mese. Sono appena rientrata a casa. I capelli sembrano ancora più lisci sul viso impallidito per la stanchezza: adesso sì, sembro Samara.
Voglio lasciare un segno di questa notte.
So che mi brillavano gli occhi mentre ascoltavo Battiato in Campidoglio. Gianni brontolava che avrebbe preferito i film di Antonioni alla casa del cinema, ma non riuscivo a sentirlo perché ero totalmente immersa nelle parole di altri amori, cantate come se l’amore fosse uno solo. Ti cercavo perché mancavi solo tu, meravigliandomi perché in qualche modo eri vicino.
Un cornetto fuori orario. Ed ora vado a letto…
Buonanotte, anche a te!

L’ora del ritorno

Un mese – anche un po’ di più, mi ha ricordato ieri. Mi sono affacciata alla finestra per aspettarlo.
La sua Penelope.
L’ho visto arrivare. E forse sembro una quindicenne, forse solo una donna innamorata: sorridevo e mi veniva da piangere, non riuscivo a scegliere tra la paura e la felicità. Avevo aspettato tanto. C’era semplicemente qualcosa che si stava sciogliendo dentro di me: l’attesa riempita di aspettative, di desideri congelati.
E dopo, magari, ho pianto davvero.
Apro la porta e mi sorride, mi abbraccia, mi bacia. Restiamo in cucina avvinghiati forse per un’ora, forse per un secondo, comunque troppo poco perché basti a riempire tutto il tempo, tutti i chilometri che ci hanno separati.
Di nuovo lo ascolto, gli racconto i miei progetti. Proviamo a riempire con le parole gli spazi rimasti bianchi. Mi ricordo che non è un sogno, che è reale. Mi sembra di ricominciare. Eppure ricominciamo da mille.
Finalmente riconosco il suo profumo. Non mi sazio di guardarlo.

Istantanee

Dopo un pranzo pantagruelico, con seguito di gavettoni a-rischio-congestione, mi vado a sedere all’ombra degli alberi, dove Dino – sempre lui – con la chitarra in mano sta suonando non so più quale vecchia canzone. Guardo i miei amici e, come in una fumosa epifania dell’ovvio, penso di volergli bene. Sorrido.
Faccio scivolare la sabbia del mare nel pugno semichiuso, chiudo gli occhi e scivolano nella mie mente due piccole parole.
Mi lascio convincere da mio fratello a giocare con i videogiochi… ma poi ci resto un po’ male perché lui è naturalmente più bravo di me. Il giorno dopo sono io che cerco di insegnargli a nuotare, ma è difficile abbattere la sua sfiducia. Io che da piccola mi lasciavo andare ed evadevo da tutto il resto, lui che resta ancorato a terra e non galleggia mai.
Confidenze femminili protette dal vento, dal sole dal mare. Esperienze che si sfiorano attraverso una curiosità incolmabile.
Una ventina di amici, complici per una sera, escono dal baretto in mezzo alla piazza con una torta in mano, un regalo e tanti auguri: sono colpevoli di aver fatto piangere alla festeggiata calde lacrime di emozione. E il fidanzato sospira di sollievo, perché per portare Danielina fin lì a mezzanotte ha esaurito tutte le sue risorse e tutta la pazienza di lei.
Uno di questi giorni si sposa una mia amica, ha solo un anno in più di me. È un po’ come vedere una bambina all’altare. Non riesco a condividere le sue convinzioni e le sue scelte, ma in fondo sono felice per lei. Ognuno cerca a suo modo il proprio angolo di sogno.
Sto bene. Nel mio vecchio mondo tra la famiglia e gli amici, sono rilassata. Sento più che mai i fili invisibili che mi legano alle persone e ai posti. È quasi confortante.
E poi c’è lui, lui che non c’è. Lui che è nella mia mente, legato a ogni cosa che faccio, che dico. Trema l’emozione quando sento la sua voce. Sorrido e credo che mi abbia messo un laccio al cuore. Lui che è come una casa, la certezza che la distanza questa volta non può separarci.

Mi chiami… o non mi chiami?

Ho un brutto rapporto con il telefono… Quella voce che viene fuori dalla cornetta e che è sempre un po’ diversa. Un po’ più grave. O un po’ troppo da ragazzino. O semplicemente così lontana. Quando devo chiamare qualcuno, mi viene una strana ansia. Rimando, vado in bagno. Immagino la conversazione. Mi comporto come se il telefono mordesse, o come se l’altro, dall’altro capo, potesse non riconoscermi. In genere preferisco gli sms: che il tono di voce te lo fai tu, che non ha sbavature, ma parole precise incise sul mini-schermo, che puoi rileggerlo e mandarlo avanti e indietro. In cerca di nuovi significati che non ha.
Poi quando si sta insieme e ci si deve allontanare il telefono si trasforma in una bilancia: quanto mi chiami… ma quanto mi ami? Con Federico era stato noioso: solo SMS, ma continui, insistenti… fino a che non mi ha ricaricato il cellulare perché non rispondevo. Lì mi sono sentita una merda perché già pensavo di lasciarlo. Poi con Giancarlo era come un appuntameno fisso… era solo una persona in più a cui far sapere come stavo, oltre la famiglia. E non era per quello che riuscivamo a dirci e per quello che non ci dicevamo: si scherzava parecchio, si giocava e ogni tanto si faceva sul serio. Era perché a volte rispondere sembrava un obbligo, era perché chiamarsi in certi momenti, farlo quasi tutti i giorni era più una consuetudine che un puro piacere. L’ultimo è stato Cristiano, con lui è stato facile e indolore, asettico come tutto l’insieme. Bastavano un po’ di SMS (davvero molto) sporadici. E qualche e-mail. M’infastidivo al solo pensiero di ricevere telefonate, ma non ho dovuto fare niente per evitarle. E poi c’è il mio uomo, il mio Mr. Big, l’uomo che è anche lui allergico al telefono. Che dosa con cura le comunicazioni, che mi fa sciogliere con un sms, magari…
Ma cazzo… quanto vorrei che il telefono suonasse… magari adesso…

Anche l’amore va in vacanza

E così sei tornato alla tua terra. Non trovo le parole, come ieri non trovavo le lacrime. Mi mancherai, mi mancherai in questa settimana che passo ancora in città e mi mancherai quando attraverserò il mare per tornare a casa.
Porterò con me il nostro ultimo lungo abbraccio sotto casa, le mie dita tra i tuoi capelli sottili e chiari, il tuo volto sereno e affascinante, la nostra ultima scorpacciata di film e gelato, le tue promesse condite di se. Parti e mi lasci serena ed è il più bel regalo che potessi farmi.
C’è un mondo, c’è un pezzo della tua vita, che non devi perdere mai. Sono persone, sono luoghi, sono ricordi. Vai. Riposati, divertiti, sentiti a casa. E se un giorno sarai sazio e avrai voglia di conoscere il mio mondo, saprai dove trovarmi. Se vuoi, solo se vuoi… “Io posso mostrarti un grande, immenso mondo pieno di avventure e meraviglie che tu non hai neanche mai sognato.

Fuochi di paglia

Fossimo riusciti una volta a litigare per davvero, a tirarci qualche cosa addosso, che ne so un barattolo di ketchup o una forchetta. Fossimo riusciti a mandarci affanculo senza il sorriso sulle labbra. Una volta che una. Fossi riuscita a strillare come una checca isterica o a farti grugnire come una belva feroce. O almeno una bella scenata di gelosia di quelle cosmiche: invece no, uno si acciglia, l’altro ride. Oppure tutti e due ci si annoiaia di intestardirsi. E ne abbiamo passate per stare insieme. Se ci fossimo riusciti saremmo una coppia normale, invece no. Invece, se guardo nei tuoi occhi celesti, la rabbia si placa. Se ti vedo ridere quando sei sotto pressione, penso che in fondo siamo uguali, troppo uguali. Basta spiegarsi e qualche volta non c’è nemmeno bisogno di usare troppe parole: perché in fondo è tutto lì, ci accomunano esperienze e condizioni. E tutto viene da sè. E va bene… sono curiosa!

Come scoppiare di rabbia

Potenzialmente questo potrebbe essere una bomba, un post cui seguono (ex post, appunto… ma che latinista spiritosa!) lunghe riflessioni a due. Ma non so se è solo che mi cago sotto all’idea della lontananza o se abbia il timore di rimettere in discussione l’essere due.
Che sono terribilmente, inequivocabilmente e irrevocabilmente innamorata.
Che davamo per scontato di poter stare a nostro agio insieme, sempre e comunque. Ma, se ci fossero ma?
Che sono gelosa, ma non è proprio questo, non è solo questo. Non ho mai avuto manie di protagonismo… ma se devo essere sincera quello che mi indigna, se vedo una bulldozer-girl che ci prova con il mio ragazzo proprio davanti ai miei occhi… è di essere così dietro le quinte. Così invisibile lì davanti.
E visto che ci sono (a essere sincera), l’idea del viaggio frullava in testa anche a me, ma a tirarla fuori dall’iperuranio è stato lui… e allora buttiamoci senza troppe paure e senza troppe sovrapposizioni. Pare che le cose che dovremmo condividere siano causa di stress. E non è che io non capisca i motivi… ma l’ho detto tante e tante volte, una cosa è capire un’altra sentire. E, forse, solo se ci sono entrambe ci può essere comprensione.
Ma forse sono proprio io che sono così: troppo leggera, troppo vacua e insignificante… da non poter evitare trasparenze e ricordi.
Adesso mi sono sfogata: probabilmente tra cinque minuti starò meglio. Ma di stronzate ne ho scritte tante che mi aspetto una reazione.
PS (proprio nel senso che l’ho aggiunto dopo): il mio problema, quando affronto i problemi, è che ragiono per accumulazione, non per analisi. Forse ci potrei scrivere un post.

Ho troppe cose per cui ringraziarti

Sono una lagna, una tritaballe, un’ansiosa-ansiogena del cazzo.
E allora? Almeno me ne accorgo da sola. Almeno ringrazio una persona che si preoccupa di placare la mia ansia. Anzi, che lo fa per natura. Una persona mi tranquillizza con gli sguardi, con i gesti, qualche volta con l’umorismo. Una persona che mi dà una mano e si comporta come se non lo facesse. Una persona che si prende il disturbo di darmi dei consigli, senza esagerare. Una persona generosa, forte, ostinata, romantica. Una persona che sa quando ho bisogno dei suoi passi accanto ai miei e quando è meglio che stia sola. Una persona con cui poter parlare per ore e con cui stare in silenzio. Una persona che mi capisce persino nelle stranezze, che mi comprende nel profondo.
Grazie Alessandro!

Su vieni riabbracciami


Perché essere felici per una vita intera sarebbe quasi insopportabile
forse meglio dondolarsi tra l’estasi e la noia cercando le risposte più plausibili
Su vieni e riabbracciami
se ti ho perso stato solo per un attimo
Ci sono infinite cose deliziose così vicine agli occhi che non le sai vedere
Quanto tempo abbiamo perso inutilmente seguendo dei percorsi inevitabili
Mai come ieri – Mario Venuti feat. Carmen Consoli
Lo so, l’ho già usata, ma è esattamente come mi sento adesso. E non capisco perché adesso sia partita la mia macchina interna di distruzione.
[Lo so sono insoddisfatta. Ho una nostalgia dentro che si chiama mal di Sardegna, sarà la terra che mi chiama. Studio e lavoro sono buchi neri. Il lavoro che amo non è pagato, quello pagato mi stanca da morire. E mi arrabbio con me stessa perché il corpo non regge. Vorrei fare gli esami come e quando li ho organizzati e non vorrei perdermi in un bicchiere d’acqua perché me ne salta uno – e me lo diceva mia madre quando ero piccola: “Tu sei straordinaria ma ti perdi sempre in un bicchiere d’acqua”. L’unica cosa che va davvero bene, davvero bene, mi spaventa (nel suo andar bene) mi destabilizza (per la mancanza di instabiltà) ho paura (questo è il punto) di aggrapparmici come a un’ancora vitale, di amare spensierata, di perdere la mia sana solitudine (il mio castello di marmo).]