Overblog rivela i segreti degli influencer della blogosfera

La domanda da un milione di dollari della blogosfera è: come si fa a diventare una blogstar? Ce lo siamo chiesti tutti, io per prima, vedendo tante persone piuttosto comuni assurgere al leggendario Olimpo dei Blogger e i loro blog schizzare in cima alle classifiche più autorevoli. Insieme alla curiosità una punta di invidia – o magari un sano e genuino bisogno di eccellere foraggiato da una massiccia dose di competitività.
Studio di Overblog

In occasione del suo sbarco in America per il Blog World and New Media Expo 2012, la piattaforma francese Overblog (gruppo, Ebuzzing, sissignori, e – a proposito – se volete iscrivervi cliccate qui) ci regala una panoramica sulle differenze tra blogger europei e americani, sui loro orientamenti e sulle tecniche che usano per costruire la propria influenza. Certo, ancora non è stata scoperta alcuna formula magica, ma  il recentissimo studio di Overblog, che raccoglie le esperienze di 5.000 influencer situati in Europa e Nord America, ci offre alcuni dati su cui riflettere. USA Vs Europe: i blogger americani restano quelli più pro-oriented Il mito del blogger professionista che guadagna un sacco di soldi è fondato e i dati raccolti da Overblog evidenziano come in Europa siamo ancora indietro da questo punto di vista. A mio avviso, alcuni indicatori del maggiore orientamento al blogging professionale nel Nord America sono:

  • Il maggior numero di blogger che si appoggiano su un blog hosting service;
  • La tendenza a girovagare di più per la blogosfera: i blogger del vecchio continente spulciano una dozzina di blog al giorno (in media), diciotto quelli americani;
  • Il fatto che il company blogging sia estremamente più diffuso negli Stati Uniti, dove il 57% dei blogger gestisce il blog della propria società, mentre un altro 43% scrive per il blog di una o più società per le quali lavora;
  • La presenza, negli Stati Uniti, di un maggior numero di blogger che hanno alle spalle una pluriennale esperienza sul campo;
  • L’so, da parte della maggior parte dei blogger statunitensi (94%) della propria vera identità (il che significa molto dal punto di vista del personal branding e della credibilità di un blogger), contro il 32% di quelli europei;
  • Per finire, i maggiori guadagni dei blogger statunitensi, ma questo è un punto sul quale tornerò alla fine del post.
Alcune curiosità sulle quali riflettere 
  • Vita privata? Il 70% dei blogger americani racconta qualche dettaglio personale di tanto in tanto, contro il 56% degli europei. Significativo il fatto che il 40% di questi ultimi non ne parli mai sul suo blog. E ora si apre l’eterna questione: parlare della propria vita privata fa bene al blog? Si passa dai duri e puri della professionalità che restano fermi sulla propria categoria di interesse, senza offrire spunti che riguardano la propria esperienza umana, a coloro che focalizzano tutte le proprie energie nella costruzione del personaggio a tuttotondo. Personalmente, sono per la via di mezzo, ma ho notato (non senza un certo piacere narcisistico) che i miei lettori tendono ad apprezzare molto i post leggeri, focalizzati sulla vita privata e anche quelli che, pur non concentrandosi su di essa, ne forniscono qualche piccolo scorcio. Io credo che aprire le porte del proprio quotidiano crei un legame empatico con i lettori, che rende spesso più appetibili e interessanti anche le opinioni e i contenuti. E se questa fosse una delle lezioni dei colleghi d’oltreoceano?
  • Dimmi perché blogghi…
    Curioso che, quando si tratta di dichiarare la ragione per la quale si sceglie di fare il blogger, i soldi siano in fondo alla lista. Un’altra cosa che mi sembra di poter evincere, come sottotesto delle risposte, è ancora una volta un orientamento più professionale da parte degli americani. Mentre in Europa i blogger sono guidati soprattutto dalla passione per il settore di cui si occupano, negli Stati Uniti la condivisione delle conoscenze, la costruzione della propria autorevolezza e la ricerca di opportunità di business per la propria azienda assumono un maggior peso.
  • I blog sono sempre più social-oriented I consigli old-school relativi all’ottimizzazione SEO e alla partecipazione alle conversazioni su altri siti e blog, sembrano del tutto destituiti grazie ai social network: aggiornamenti frequenti e social-syndication sono estesamente riconosciuti come le più efficienti fonti di traffico per il blog.
  • E la community? I lettori leggono i contenuti sul blog, ma poi partecipano alla conversazione sui social network, per questo la maggior parte dei blogger europei fa community building tramite Facebook, mentre quelli americani sembrano preferire Twitter. Non è quindi un caso se i blogger statunitensi spendono molto più tempo a gestire la community, che ad aggiornare il blog.

Tempo per singola attività

Parliamo di soldi… Negli Stati Uniti essere blogger può anche essere la principale/unica fonte di guadagno. Diversa la situazione in Europa, dove solo una piccola minoranza può permettersi di mantenersi solo attraverso questa attività. Curioso che in Europa il 50% dei blogger professionisti dichiari di non guadagnare nulla dal proprio blog e solo l’11% guadagna cifre che si possono verosimilmente considerare sufficienti come entrata unica.

Guadagnare con un blog

Guadagnare con il blog

Personalmente, temo che il divario tra USA ed Europa sia anche una questione di attitudine e ce ne accorgiamo dando un’occhiata alle reazioni dei blogger quando si tratta di rispondere a proposte da parte delle aziende.

Rapporto tra brand e blog

Mentre la maggior parte dei blogger vaglia tutte le proposte per selezionare quelle più convenienti, c’è un 25% di blogger europei che dichiarano di rifiutare tutto (forse in nome di una ideale purezza dei contenuti del blog?), risposta scelta solo dall’11% dei blogger americani.

Risorse per i blog

Ma insomma da dove arrivano i guadagni dei blogger?

Mentre gli statunitensi hanno capito l’enorme valore dell’offrire prestazioni di consulenza, quelli europei sono piuttosto ancorati a una concezione del blog in quanto media (che gira intorno al contenuto più che intorno all’autore), quindi cercano di ricavare denaro soprattutto dall’advertising. Rispetto a quanto detto prima, mi sembra la quadratura del cerchio. Non credete?

L’overload social ci manderà in tilt? I social network e il nostro cervello

Cervello sovrastimolato“Troppi stimoli.” Ha sentenziato sorridendo un mio nuovo collega, dopo un’occhiata alla mia finestra social. In ufficio ho l’abitudine di aprire su Firefox tutto quello che mi serve per lavorare e su Chrome i miei social network preferiti. Visto il lavoro che faccio, capita facilmente che le due finestre si invertano e gli spazi si mescolino, ma in linea di massima trovo questo espediente abbastanza utile per evitare distrazioni. Anche, cerco di determinare la quantità di tempo da dedicare a ciascuna cosa, ma ogni tanto la vista di una notifica mi colpisce come un veleno e l’unico antidoto contro la curiosità è andare a controllare di che si tratti. Credo che un po’ tutti quelli che lavorano davanti a un computer abbiano lo stesso problema. Gli stimoli arrivano in continuazione e solo una forte determinazione e un pungente senso del dovere permettono di dare alle cose la giusta priorità. Anche mentre scrivo questo articolo, la mail di Facebook si riempie dei messaggi di un tizio che ho incontrato per caso in un locale dopo (un milione di) anni da quando abbiamo avuto una storia, un suono mi avverte dell’arrivo di alcune mail e su Twitter va avanti una interessante conversazione che sto lurkando senza avere troppo da dire – per non parlare di Elsa, che cerca di assaggiare il bicchiere di birra appoggiato sul tavolino. Fortuna che ho lasciato il caricabatterie in ufficio, così nessuno può raggiungermi sul cellulare scarico! 😉

A parte gli scherzi, stiamo certamente sfiorando quelli che sono i limiti fisiologici della nostra mente: alcune ricerche iniziano a evidenziare come ci muoviamo verso un’obesità cognitiva. Cosa significa?

Facebook droga

Mi ha colpito molto questo articolo tratto da un blog del network Harvard Business Review: Your Brain on Facebook. L’autore dell’articolo, David Rock, fornisce alcuni spunti interessanti sull’overload social al quale siamo continuamente sottoposti e sulle sue conseguenze. Alcuni dei punti principali in sintesi:

  1. Così come merendine, hamburger, alcolici e altre “calorie vuote” hanno reso obesa una parte consistente della popolazione mondiale, allo stesso modo rischiamo di riempire il nostro cervello di “stimoli vuoti” che apparentemente ci forniscono una ricompensa psicologica producendo dopamina a ogni nostro scambio virtuale.
  2. Le interazioni face to face restano esponenzialmente più coinvolgenti e soddisfacenti, ma quelle sui social network sono semplici da attivare. Resta, però, un senso di insoddisfazione che nelle interazioni di persona sarebbe sopito dalla produzione di ossitocina e serotonina. Così, come bulimici conversazionali, continuiamo a cercare nuovi stimoli e ricompense sui social network.
  3. L’eccesso di dopamina genera piacere (come un eccesso di zucchero, nota l’autore del post) ma ci rende iperattivi, intaccando la facoltà di concentrarci su ciò che stiamo facendo.

Facebook Invadente

Così per tante ore al giorno, tutti i giorni, sfarfalliamo da una finestra all’altra gongolandoci per un like, divertendoci a rispondere a una serie di commenti spiritosi o facendo uno spudorato stalking virtuale  a qualcuno cui non chiederemo mai di uscire per un aperitivo. Le ricompense sociali sono un flusso continuo, ma piuttosto mediocre, epurato da ogni rischio. Al di là delle possibili conseguenze sulla vita sociale stessa, esistono conseguenze che si allungano sul lavoro o sullo studio… Uno studio di psicologia sociale del Covenant College sulla relazione tra l’uso di Facebook e le performance accademiche sottolinea la correlazione positiva tra l’uso di Facebook e la presenza di nevrosi e di una certa estroversione. In più, il tempo passato su Facebook sembra erodere i risultati accademici. Chiunque abbia un minimo di competenze legate alla metodologia di ricerca sociale, potrebbe avanzare il dubbio che la correlazione positiva possa essere inversa: anziché leggere il dato supponendo che l’uso di Facebook rovini gli studenti in gamba, si potrebbe invertire la direzione delle freccia e pensare che studenti pigri e persone molto socievoli preferiscano espandere la propria vita sociale attraverso Facebook piuttosto che mettersi a studiare. Certo, è ormai un luogo comune dire che i social network siano una droga ed è successo a tutti di non riuscire a concludere un compito perché troppo distratti. Con un po’ di autodisciplina, però, si può ancora scegliere cosa fare e a cosa/chi dedicare l’attenzione. Io, per esempio, avevo proprio intenzione di finire questo articolo, così ho lasciato perdere i social network e ho ignorato Elsa, che per la noia si è addormentata tra le mie gambe. Se, nonostante la lunghezza di questo post, siete arrivati fino a qui, siete la dimostrazione del fatto che sia ancora possibile mantenere un certo livello di concentrazione per alcuni minuti. Grazie per il tempo che mi avete dedicato! 🙂

Pinterest stimola la creatività o asseconda la pigrizia?

Pinterest

Negli ultimi mesi si è parlato molto del fenomeno Pinterest, il nuovo social network specializzato nell’organizzazione e condivisione di immagini. Osannato come il prossimo gigante del web (con la curva di crescita più rapida nel già fulmineo contesto dei social network), Pinterest ha subito nelle ultime settimane un calo nella rapidità di crescita, ma resta la grande novità del 2012 (a essere precisi in fase Beta e negli Stati Uniti, la storia comincia ben prima). Personalmente me ne sono innamorata senza riserve e lo sto usando per collezionare cose belle, frasi che mi colpiscono e per portare un po’ di traffico al mio blog attraverso le immagini più significative. A dirla tutta, quest’ultima attività occupa – credo – l’1% del tempo che ci passo. Mi comporto come se Pinterest fosse soprattutto un album dei desideri o un’agenda delle medie in versione digitale. Interrogandomi sul successo di una piattaforma tutta basata sull’appeal delle immagini, la mia curiosità, più che dai suoi possibili utilizzi nel campo del marketing, è attratta dall’aspetto etnografico/sociologico.  In parole povere: perché la gente usa Pinterest e in che modo? Approfondendo l’argomento è imprescindibile un’occhiata al POV di Enguage: A Review of Social Media’s Newest Sweetheart. In particolare un paragrafo mette in rilievo il passaggio dalla creazione di contenuti alla cura degli stessi di cui Pinterest non è che l’ultimo protagonista.

Now we’re seeing people shift more energy toward curating interesting and compelling content. People stare into a fire hose of information every day, and it’s having an impact. They’re actively seeking ways to not only filter and organize what they find, but also to less stressfully consume more content. That is the behavior Pinterest exploits. FONTE: A Review of Social Media’s Newest Sweetheart by Enguage

Nell’overload di informazioni a cui qualunque utente di Internet è sottoposto, le persone iniziano a cercare un modo per organizzare, salvare e avere letteralmente cura dei contenuti più interessanti, in modo da poterli trovare in maniera semplice e gradevole quando ne avranno bisogno. Gradevole è la parola chiave: Pinterest vince la sfida dell’attenzione degli utenti chiedendo meno stress e meno tempo da impiegare a leggere. basta un rapido colpo d’occhio per scorrere una bacheca organizzata con cura. Vogliamo conservare e catalogare ciò che ci interessa in un modo che ne conservi la bellezza e che aiuti ad esprimere la nostra personalità. In questo senso si può dire che la content curation sia la nuova forma di espressione del sè: la nostra identità si esplica come un collage di immagini, suggestioni, frasi ed elementi di lifestyle che altri hanno creato. Come nella vita di tutti i giorni l’originalità è perla rara e la maggior parte di quello che siamo, mangiamo, facciamo, lo dobbiamo al pensiero di qualcuno che ci ha preceduti. Se si guarda il bicchiere come mezzo vuoto, si può essere facilmente portati a pensare che questo eroda lo spazio per la creatività sostituendola con un’espressione di sé più superficiale e pigra. Ci si dimentica, però, che in tutta la storia degli user generated contents (e, allargando lo sguardo, nella storia delle arti, delle lettere e della creatività) sono sempre stati molto più numerosi gli utenti/spettatori/lettori rispetto a quelli che realmente producono contenuti originali. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Tra l’altro, c’è chi sostiene che che usare Pinterest sia un modo per stimolare la creatività in cucina, a casa e persino sul lavoro. Eppure il tempo è poco e spesso le ore spese nel creare la perfetta bacheca di DIY o un menù virtuale per il pranzo della domenica, sono direttamente sottratte al fare queste cose per davvero. La domanda è di quelle da un milione di dollari… come fare a realizzare il giusto equilibrio tra il tempo dedicato alla ricerca di stimoli e quello dedicato al fare qualcosa? 😉

[Vita da blogger] Due giorni a Lione ai Laboratoires Boiron

 

Marionetta Lione

Un anno fa grazie all’agenzia con la quale lavoro ho avuto l’occasione di partecipare a un incontro milanese con Christian Boiron, il presidente della più importante casa farmaceutica omeopatica al mondo. Quest’anno io, quattro blogger e un collega di Ebuzzing siamo stati invitati a visitare la Boiron di Lione: una visita a suo modo storica, perché è stata la prima volta che le porte dei laboratori sono state aperte alla blogosfera. 😉 Ed eccoci, in una foto di gruppo tutta in rosa: tra le blogger, oltre me e Umbazar, potete riconoscere Angela e Laura di non solo Kawaii, Serena di Idea Mamma e Michela di Bebè facile.

Le blogger italiane ai Laboratoires Boiron di Lione

Una passeggiata a Lione Prima di procedere alla visita dei laboratori, la Boiron ci ha offerto una piacevole e istruttiva sgambettata per il centro di Lione con tanto di guida locale. Pur sfoggiando una discreta ignoranza in materia, sono rimasta colpita dall’architettura degli edifici: una graziosa via di mezzo tra l’austerità parigina e la semplicità vivibile del mediterraneo. Edifici colorati, forme sinuose e una collezione di epoche storiche differenti che vanno della fondazione romana sino al Matitone dei nostri giorni passando attraverso il medioevo gotico e il pomposo rinascimento.   Andare in Francia senza gustare uno dei più famosi dolci locali? Impossibile! Il nostro piccolo giro turistico si è concluso in un bar del centro dove abbiamo assaggiato crepes davvero scenografiche e ultracaloriche (la mia, tanto per dire, era al cioccolato, mandorle e crema chantilly, almeno un’ora di corsa).

Palazzo a Lione - Dettaglio

La visita ai laboratori Il secondo giorno del viaggio è stato interamente dedicato alla scoperta del processo produttivo dei medicinali omeopatici presso i laboratori di Messimy e Sainte Foy les Lyon. Dalle tinture madri e diluizioni fino alla realizzatione dei granuli e al confezionamento nei blister. Affascinate dalla lunghezza e dalla complessità del processo, le blogger non si sono lasciate scappare l’occasione per un Q&A su un argomento del quale in Italia (anche a causa dei limiti imposti dalla legislazione in materia.

Interno di un cortile a Lione

WebForAll: la task force solidale del web

Snoopy: click here to save the world
In un momento di riflessione circa l’utilità sociale del mio lavoro (parlare di utilità sociale del marketing a qualcuno potrebbe sembrare uno sfacciato ossimoro, ma vi prego di seguirmi), ho pensato che se mi mettessi in proprio mi piacerebbe scegliere alcuni progetti solidali a cui dedicare il mio lavoro in maniera gratuita, solo perché lo meritano. Poche settimane dopo, non potevo credere al fatto che ci fosse qualcuno che stava già realizzando – in maniera strutturata – un’idea simile e anche migliore. Nasce a Bologna il progetto WebForAll, allo scopo di realizzare servizi digitali web-oriented per associazioni non profit impegnate nel sociale. Il 24 e il 25 marzo una task force di creativi si è riunita per realizzare una serie di progetti in un weekend di lavoro solidale e collettivo che ha riunito professionisti nel settore web provenienti da varie città. Ho chiesto a Paolo Leone, uno dei fondatori del progetto, un bilancio delle due giornate per raccontarci com’è andata…

Un bilancio più che positivo! Siamo andati oltre ogni previsione, sia per quanto riguarda la realizzazione dei lavori sia sotto il punto di vista della partecipazione.
Un po’ di numeri per capirci: 
– 20 volontari provenienti da tutta Italia e non solo (Roma, Cesena, Bergamo, Bruxelles per citarne alcune);
– 8 associazioni non profit presenti per seguire le fasi di sviluppo;
– 9 siti realizzati, alcuni completamente nuovi altri restyling di siti già esistenti;
– 5 talk tenuti in contemporanea allo sviluppo;
– Oltre 80 presenze, tra volontari, associazioni, relatori, visitatori, curiosi;
– Una valanga di tweet e live blog.
Quello che mi ha fatto molto piacere è stata la partecipazione, di tutti. Le associazioni, infatti, sono state coinvolte ed hanno partecipato attivamente alla realizzazione dei progetti; questo ha permesso loro di sentirsi parte integrante dell’ evento e le ha rese doppiamente felici.
Le associazioni che erano solo in veste di visitatori, invece, hanno partecipato attivamente ai talk facendo domande, esprimendo la propria opinione ed addirittura prendendo appunti. Stupendo.
Dall’altra parte, gli sviluppatori: semplicemente fantastici. Si sono messi davanti al loro pc ed hanno ideato, creato e realizzato. Sono venuti da ogni dove ed hanno portato con loro un entusiasmo ed una carica incredibile. Hanno collaborato tutti insieme, passandosi consigli e metodi; c’è chi ha imparato ad usare nuovi paradigmi di programmazione e chi ha imparato a lavorare in team con grafici e creativi. Ma il meglio è stato la sera. Ho organizzato, infatti, una cena con tutti in modo da socializzare e fare una sorta di brainstorming ed il risultato è stato … una serata fino alle 5 del mattino in giro per bologna correndo e cantando come matti 😀
Insomma un successo a tutto tondo: partecipazione, impegno, realizzazione ma anche divertimento e socializzazione.

Sarei curiosa di vedere i siti che avete realizzato!

Man mano che le ultime correzioni sono a posto e che i tempi tecnici di registrazione/migrazione del dominio ce lo permettono, stiamo pubblicando live tutto quello che è stato realizzato. E’ possibile avere una panoramica qui: http://webforall-project.it/portfolio .
Tuttavia il lavoro è stato non solo quello di costruire il sito, ma anche di insegnare alle varie associazioni come fare per mantenerlo ed aggiornarlo con propri contenuti. Insomma, abbiamo abbattuto anche una buona fetta del digital divide! 😀

Mi potresti tracciare un piccolo identikit dei professionisti che hanno aderito? 

Non solo professionisti, ma anche studenti, appassionati. In generale però i volontari che hanno partecipato allo sviluppo erano tutti ragazzi tra i 22 e i 34 anni (sì, a 34 si è ancora ragazzi!). Alcuni di loro hanno alle spalle già anni di lavoro nel settore, per altri è stata una prima volta nel mondo del lavoro (passami l’espressione). In maggioranza erano uomini, ma c’è stata anche la partecipazione di alcune ragazze.
La cosa comune  tra tutti è stata lo spirito di iniziativa e l’assoluta serietà: finchè il sito non è stato completato, non si sono alzati dalle sedie. Neanche quando ho indetto la pausa pomeridiana per patatine e birra! 

Prossimi progetti in cantiere per Webforall?

In cantiere ce ne sono molti, in attività ce ne sono alcuni. Oltre a concludere la pubblicazione di quelli realizzati nel weekend, stiamo già collaborando per la realizzazione di altri progetti (non solo siti) con varie associazioni ed ONLUS. Al momento siamo in una prima fase di analisi, ma ben presto partiremo con dei nuovi sviluppi… che ti racconterò tra qualche settimana! 😉
Oltre questo ovviamente c’è l’intenzione di una seconda edizione. E di una terza. E di una quarta! Siamo in contatto con varie realtà che ci danno supporto per l’organizzazione ed il sostegno economico e che ci lasciano ben sperare per il futuro.
La mia idea, ed il mio sogno, è quello di realizzare qualcosa di sostenibile che mi permetta di offire un servizio gratuito ma al tempo stesso mi permetta di remunerare tutti coloro che vi hanno partecipato.  E’ un percorso difficile, lo so, infatti per il momento mi accontento di aver creato un bel gruppo di persone con cui collaborare per la creazione di progetti socialmente utili.
Insomma tanta roba, la voglia c’è e le opportunità non mancano… basta solo riuscire a ritagliarsi un po’ di tempo!

Che cosa dire di più?! #Sapevatelo! 😉

EnemyGraph: blasfemia social

Love and haters
Ho ripreso questa simpatica dichiarazione d’amore da Pinterest, il nuovo social network che crea dipendenza (a proposito – e poi subito vado al nocciolo del discorso – mi trovate anche lì… avevate forse dubbi?), perché mi sembra una introduzione perfetta per parlare dell’EnemyGraph.

Ti amo perché odiamo le stesse cose

Frase bizzarra, efficace ossimoro che fa luce su un sottinteso banale quanto sottovalutato delle relazioni umane: anche le contrapposizioni creano relazioni. Si tratta di psicologia sociale spicciola: ognuno di noi è portato a massimizzare le somiglianze in-group e minimizzarle out-group. Da ciò deriva che un aperto schieramento contro qualcosa o qualcuno ci avvicina a qualcosa/qualcun altro. D’altra parte la nostra cultura è fatta di contrapposizioni viscerali, che solo a uno sguardo davvero attento si rivelano molto meno nette di quanto non appaiano:

PC Vs. Mac Coca Cola Vs. Pepsi Nike Vs. Adidas Twitter Vs. Facebook Madonna Vs. Lady Gaga

E sono solo pochi esempi, per rimanere nell’ambito dei brand (sì, anche Madonna e Lady Gaga sono brand). Si tratta di un giochetto che può fare chiunque prendendo un campo a caso della conoscenza umana.

Ora provate a pensare a quante volte la vostra stima nei confronti di una persona semi-sconosciuta ha subito una rapida impennata grazie a un comune snobismo:

“Maria De Filippi? Chi, il marito di Costanzo?” “I Beatles? La diffusione degli acidi negli anni Sessanta è stata la loro grande fortuna.” “La Costa Smeralda? Perché, è Sardegna quella?”

Una frase del genere e l’interlocutore che avevate appena degnato di uno sguardo annoiato diventa all’improvviso il vostro miglior amico. Magie dell’affinità elettiva. Oppure: quante volte vi è capitato di sentire desiderare il tasto dislike su Facebook? Ognuno di noi vuole poter affermare i propri gusti, ma anche i propri dis-gusti. Ed eccoci giunti al punto: l’applicazione EnemyGraph serve proprio a questo. Non più (solo) gruppi di fan e sostenitori ma anche gruppi di accaniti detrattori che hanno in comune l’odio anziché l’amore. EnemyGraph è una paradossale connessione sulla base dei muri che tracciamo tra noi e le cose che non ci piacciono, ma anche una classifica dei personaggio famosi e dei brand più odiati. Potrebbe sembrare un approccio antisociale e invece è più social che mai.

Mi è piaciuto moltissimo l’articolo con cui l’ideatore dell’app presenta EnemyGraph: con finezza sociologica e uno spirito corsaro che fa pensare alla cultura hacker, Dean Terry si prende gioco di tutti, ma soprattutto del gigante Facebook, sulle spalle del quale si erge. 

Va bene, ma cosa ce ne facciamo di questa rete dell’odio? Allo stadio attuale EnemyGraph è solo una intelligente bozza e i like alla sua pagina sono poco al di sopra delle tre migliaia. Se diventasse di uso comune e si sviluppasse ulteriormente a livello di usabiltà e reperibilità delle informazioni, dal punto di vista del marketing EnemyGraph potrebbe rivelarsi una meravigliosa miniera:

  1. La classifica dei più odiati potrebbe essere una sorta di cartina di tornasole per la brand awarness: ricordate la vecchia e abusata citazione di Wilde? Ecco: i brand con più fan sono anche quelli che generano più odio, perché sono quelli più esposti quindi, nel bene o nel male sono al centro dell’attenzione.
  2. Analizzare l’opinione dei propri detrattori è da sempre un ottimo spunto per migliorare.
  3. Capire le ragioni della la negatività degli utenti verso un concorrente diretto può essere uno strumento per rafforzare le differenze e polarizzare il proprio posizionamento.
  4. Studiare le connessioni tra like ed enemies può realizzare una precisa mappa delle tendenze culturali e/o consumistiche.
  5. Dal punto di vista degli utenti, formare gruppi di nemici può essere d’aiuto per incanalare una inimicizia comune in una qualche forma di guerra. Detta così sembra una cosa terribilmente incivile, ma io penso a gruppi di attivisti che reclutano adepti nel nome di una causa comune, mentre spero sia più improbabile che un gruppo di detrattori scatenati vada sotto casa di Justin Bibier – primo nella classifica dell’odio – per riempirlo di botte!

Io, una fuoriserie (con Annina)

Fuori serieStrano posto (non-luogo, iper-luogo?) il web, partecipi a un concorso che perderai e guadagni un’intervista. [Sì, perché di vincere Enel Blogger Award non ho proprio speranze. Sono fuori dalla top five dei più votati e da tempo fuori dalla partita perché non ho pubblicato nulla per svariate settimane (ma come, non sapete perché? Leggete qui).] Quando Annalisa Vacca aka Annina, mi ha chiesto un’intervista per il suo programma su WR8 la mia prima reazione è stata di semplice stupore, cui è seguita un’egocentrica voglia di protagonismo, che ha infine lasciato spazio all’incertezza: e adesso che le racconto? Perché, diciamocelo, la prontezza di risposta non è mai stata una delle mie qualità. E non ho nemmeno una bella voce. Comunque, difficilmente mi lascio scappare la possibilità di fare una cosa nuova, perché ho l’insidioso pregio-difetto della curiosità. E così ieri è andata in onda la mia intervista per Fuoriserie con Annina, la trasmissione che punta i riflettori sui protagonisti del web social: youtuber, blogger, twitteri e non solo.

Cliccate qui per ascoltare la puntata di Fuoriserie con la mia intervista. 🙂

Sarebbe piaciuto al profeta della pop art, uno spazio virtuale senza regia in cui chiunque può diventare un personaggio e meritare un microfono acceso. Persino io.

Vivere freelance: una nuova istigazione a fare da sé di Luca Panzarella

Aggiornamento dell’ultimo minuto: ti interessa questo libro? Da oggi e per una settimana puoi acquistarlo a soli 9,90€. Commenta l’articolo o scrivimi in privato per ottenere il codice di sconto!
Luca Panzarella, Vivere Freelance
Vi ho già raccontato del mio incontro con Luca Panzarella e di come sia rimasta colpita nel suo entusiasmo un po’ bohemienne. Nello stesso post vi ho parlato del suo viaggio dell’eroe precario. Ebbene, sembra che ci abbia preso gusto: non fai a tempo a scaricarne uno, che subito lui sforna un altro ebook. Luca Panzarella è lo Stephen King  del pdf (per prolificità, ma con un maggior dono della sintesi), il fomentatore dei creativi da cubicolo, l’evangelizzatore della vita da freelance: ed è appunto Vivere Freelance il titolo del libro che voglio consigliarvi oggi. L’autore, imprenditore creativo e location indipendent (be’ chiedete a lui, non a me, cosa significhi), vi accompagna lungo la sua esperienza di freelance come potrebbe fare con un amico – o un fratello addirittura. È inusuale sentirsi dare del tu da un libro e magari all’inizio si può avere una reazione un po’ perplessa, ma è solo questione di righe perché i consigli autobiografici e spesso spudorati del nostro eroe precario inizino a piacervi e, come l’innesto di nolaniana memoria, inizino a ronzarvi nella mente come se fossero davvero idee vostre. Forse lo scetticismo busserà per chiedervi quanto di quello che leggete sia reale e quanto, invece, sia mitologia di branding, forse sarete tentati di chiamare il commercialista e scrivere la vostra lettera di dimissioni subito dopo aver letto il libro.

Dalle pagine di Vivere Freelance sgorga una totale ed esuberante passione e un ininterrotto incoraggiamento che fa appello al motore più forte della crescita umana: il desiderio di libertà e indipendenza. Tra le pieghe dei consigli pratici del tipo come fare a (farsi conoscere, stimare i propri prezzi, trovare clienti, promuovere la propria attività) e le naturali ammissioni relative alle inevitabili difficoltà, fa insistentemente capolino la vera ragione per cui bisognerebbe leggere questo ebook…

E, appunto, perché bisognerebbe assolutamente leggerlo? Per chi sta pensando di diventare freelance, probabilmente questo piccolo vademecum romanzesco può essere un utile punto di partenza. Vero è che chi ha già iniziato a inoltrarsi nelle discussioni sul web in merito al lavoro freelance, probabilmente dispone già delle informazioni che troverà in questo libro. Il plus di Vivere freelance è la carica motivazionale e la forza dell’esperienza resa pubblica. Ma non è tutto qui. Anche chi non desidera di mettersi in proprio in alcun modo, chi non ha mai pensato che lavorare senza padrone possa essere vantaggioso, anche chi pensa che di questi tempi parlare di vita freelance sia solo un cieco azzardo, dovrebbe leggere questo libro. Anzi, vi dirò di più: soprattutto chi si accontenta ma non gode, chi si lamenta della crisi incombente ma non ha in programma alcun cambiamento, chi sostiene che i giovani abbiano poche prospettive ma nel frattempo dimostra poca fantasia, soprattutto queste persone dovrebbero leggere Vivere Freelance. Perché questo ebook è anche il racconto sorridente e intelligente di come un ragazzo intraprendente e fantasioso possa muovere scacco matto alla crisi e inventarsi una vita fuori dagli schemi. Schemi che, sotto gli occhi preoccupati di tutti, stanno cadendo giù come castelli di carte.

Clicca qui per comprare Vivere Freelance o scaricare la demo.

E, per finire, un’avvertenza: per leggere questo ebook dalla prima fino all’ultima pagina ci vogliono poche ore. Se sarà la vostra lettura prima di andare a letto, anche considerando che potrete essere molto stanchi, non durerà più di due notti. E, sempre considerata la stanchezza, andrete avanti spediti e senza pause: un capitoletto e subito il successivo, manco fossero biscotti, che una tira l’altro. Lo stile, come succede sempre con questo profeta siculo del fare-da-sè, è fluido, sintetico, accattivante ed empatico. E qui viene il mio avvertimento, perché finita la lettura (o nel mezzo di essa, ma sinceramente la vedo più difficile) non potrete esimervi dal perdervi nei numerosi link di approfondimento proposti dall’autore ed è qui che la lettura si complica e lievita a dismisura. E se dopo aver finito di leggere Vivere Freelance vi sentirete già con un piede fuori dall’ufficio, non salutate (per non dire di peggio) troppo presto il vostro capo, perché i percorsi ipertestuali che vi porteranno fuori dal libro potrebbero instillare in voi il benefico germe del dubbio.

Targetizzato o indiscreto? La bullet theory 2.0

Da qualche mese ogni volta che mi collego a Facebook sono perseguitata da questo annuncio (ne ho visto due o tre varianti di poco diverse):
Ancora single: facebook ads
Ora, a parte il fatto che sono evidentemente troppo figa (va bene… LOL! 😀 !) per iscrivermi su un sito la cui URL è cercaragazzi.com, trovo piuttosto subdolo l’uso strumentale dei bambini accanto alle foto di uomini belli e sorridenti (con il sottotesto che possiamo facilmente dedurre).
Passiamo al lato serio della cosa: chi ha detto loro che sto cercando un fidanzato? Io. O meglio, io mi sono limitata a scrivere “single” nella mia situazione sentimentale e così Zuckerberg &Co. hanno venduto l’informazione a chi acquista Facebook Ads. Niente di scandaloso, nel senso che non esistono servizi veramente gratuiti, ma solo modi alternativi di pagare. In questo caso, pago l’iscrizione al social network diventando pappa per operatori di web marketing.  Basta incrociare i dati anagrafici per dedurre i miei desideri…

Donna, ventisette anni, single: sta cercando marito!

Donna, interessata al tema salute e benessere: vuole dimagrire!

Donna: ha un debole per le scarpe, le borse e, in generale, per la moda.

Oppure no? Aristotele avrebbe avuto qualcosa da dire rispetto alla logica sillogistica che i markettari del pianeta social applicano con ostinazione. E anche io. Non sono alla disperata ricerca di un uomo, non ho bisogno di dimagrire e sono piuttosto indifferente alla moda. Va bene, forse io sono una consumatrice un po’ particolare, ma ecco il punto al quale vorrei arrivare: non è che alla fine questo modo di proporre i propri servizi sia più controproducente che altro? Quanto sono efficaci queste call to action?

E se quella donna single fosse uscita a pezzi da una storia precedente?

E se quella ragazza interessata al benessere avesse bisogno di superare qualche serio problema alimentare?

E se quella donna fosse orientata a un consumo più consapevole e meno modaiolo?

Potrebbero sembrare casi limite, ma non lo sono: una persona vera è molto più di una riga di dati all’interno di un database, ha un corpo e una testa con cui schivare uno a uno i proiettili delle comunicazioni commerciali. La superatissima teoria ipodermica sembra essere alla base di annunci per niente 2.0, che pur avendo l’opportunità di sfruttare a pieno il profilo e gli interessi di un individuo, restano prigionieri di una concezione del marketing vecchia scuola.

Attenzione, non voglio dire che gli annunci sui social network siano destinati all’inefficacia. Se l’annuncio è pensato con intelligenza, anche se non si può contare su un CTR medio molto alto, potrebbe essere valorizzato dalla viralità “gratuita” attraverso il meccanismo dello share. 

Qualche domanda in più bisognerebbe farsela quando il servizio offerto si propone di incontrare l’utente su un piano privato e molto personale. A quel punto diventa importante evitare di essere indisponenti. L’effetto boomerang è dietro l’angolo e l’unico modo per evitarlo è cambiare paradigma.

L’alternativa passa attraverso un marketing conversazionale, che abbandoni la strada maestra della comunicazione one to many e faccia davvero proprie le logiche dei social network, a costo di una diffusione meno rapida e virale, ma più convincente. Facile a dirsi, ma il percorso è irto di ostacoli e in parte ancora da immaginare.

E, comunque, se sono ancora single saranno pure cazzi miei. 😉

Si comincia condividendo l’ufficio e si finisce per diventare killer: intervista doppia a Mattia Sullini e Massimo Bardelli

Riassunto delle puntate precedenti Ricordate The Killers Company? Per chi non avesse voglia di ripercorrere i link a ritroso, quella dei Killers è un’armata molto particolare formata da creativi a piede libero che hanno deciso di smettere di ammazzarsi di lavoro e di iniziare a colpire il mercato come pistoleri solitari nel selvaggio West. I Killers hanno in comune con John Wayne la voglia di indipendenza, ma non la solitudine – al contrario sono animali piuttosto socievoli e condividono progetti e opportunità. Da quando la TKC è stata inaugurata è passato quasi un mese: se il 10 dicembre tutto ciò che si sapeva era un vago teaser game, ora è online la prima versione Beta del sito in cui si iniziano a vedere le foto segnaletiche dei killer, si delinea il manifesto e si presentano i primi progetti di questo incubatore di creatività.
Dove nasce l’idea Cominciamo con una parola: coworking. Si tratta di un concetto piuttosto nuovo: una concezione futuristica dell’ufficio come spazio lavorativo. Sapendone ancora molto poco, ma essendo molto curiosa, ho chiesto lumi a Mattia Sullini, che nel 2009 è stato co-fondatore con Pier Paolo Taddei della galleria di design e spazio di coworking 22A|22 a Firenze. Sarebbe stato bello parlare di questa esperienza innovativa a quattr’occhi (diciamo pure sei), magari davanti a una bella tazza di caffé fumante, ma la distanza geografica mi ha fatto optare per una intervista telematica, almeno in attesa di un salto in Toscana! 😉

Mattia: L’effetto più prezioso del lavorare con professionisti attivi in ambiti fra loro distanti è che si generano interazioni altrimenti non facilmente prevedibili. Mi viene in mente Cristiano, che lavora con le maxiaffisiioni pubblicitarie dei cantieri e si trova a dover smaltire questi enormi teli stampati in PVC e pertanto ha iniziato a cercare di sviluppare una linea di accessori con Lorenzo, che lavora con la moda. Oppure il fatto che durante gli eventi noi e l’adiacente negozio di clothing design Société Anonyme diventiamo un unico complesso ancora più eterogeneo. O magari il fatto che durante i giorni delle sfilate a Pitti ospitiamo regolarmente eventi collegati. In sostanza processi complessi come ad esempio la produzione e la comunicazione di un prodoto di design possono trovare in uno stesso luogo tutte le risorse e le professionalità necessarie a portarli a compimento, diminuendone quindi oltretutto il costo complessivo poichè le collaborazioni interne sono sinergiche e non competitive.

Ma, in pratica, cosa fa un coworking manager?

MattiaPossiamo dire che il coworking manager deve riuscire a coniugare le istanze parzialmente conflittuali costituite da un lato delle esigenze quotidiane della comunità dei coworkers, e dall’altro quelle dello sviluppo e dell’organizzazione dello spazio in se. Questo è particolarmente vero in un complesso singolare come il 22A|22 dove il coworking è una funzione fondamentale ma non esclusiva degli spazi. Diciamo che cerca di equilibrare due tendenze equalmente naturali di ciascuno, ovverosia quella a costruirsi spazi privati e quella di ricercarne di comuni. Non semplicissimo! Coworking

Piccolo manuale per diventare un killer

Facce da Killer
Lo spirito del coworking è arrivato anche in questo post: Mattia (in basso a destra nella foto) ha coinvolto anche Massimo Bardelli (in alto a sinistra), uno degli ideatori del progetto TKC. Ne è venuto fuori un piccolo vademecum per i killer del futuro.
Quali sono i principi che hanno ispirato quest’idea?
Massimo: La The Killers Company, TKC per gli amici, implementa gli stessi principi di orizzontalità e sinergia che animano i coworking. La TKC è nata appena adesso, e vuole percorrere strade non ancora battute avendo in mente innovazioni fondamentalmente semplici per business sostenibili: è questa la sua Clever Revolution. Se ragioniamo senza troppi freni, pur mantenendo l’attenzione sulla implementabilità, l’innovazione viene da se.
Qual è la vostra strategia per diffondere l’innovazione?
Massimo: Il primo passo è comunicare ai nostri pari che un modo per vivere e lavorare dignitosamente è possibile anche in questi momenti di crisi e che è non solo opportuno, ma anche entusiasmante farlo assieme, senza dissanguarsi in inutili lotte con chi potrebbe diventare invece alleato.
Il messaggio che vogliamo dare è che è finita l’era dell’individualismo sfrenato, della competizione sleale e della corsa al posto fisso: oggi si può fare impresa in Italia con le proprie forze… basta ingegnarsi… insomma la The Killers Company ingegnerizza “l’arte del dell’arrangiarsi” tipica della nostra nazione e prova porla alla base di un circolo economico virtuoso e sostenibile.
Come potrebbe essere la giornata tipo del Killer?
Massimo: Il Killer non dorme molto, utilizza i mezzi pubblici o la bici per spostarsi in città e dopo aver fatto colazione arriva nella sua casa, il coworking. Le giornate scivolano via tra una sessione di Skype e l’altra, e nel coworking trova tutto il necessario per lavorare ed avere nuovi input ed avviare nuove collaborazioni. Il killer però riesce a ritagliarsi un po’ di tempo per fare sport e spesso si fa un aperitivo con gli altri coworkers ed amici. Il Killer è tale anche mentre si diverte,  non è un supereroe, è una persona normale…
Cosa bisogna fare per unirsi al progetto TKC?
Massimo: Leggere il  manifesto , condividerne l’impostazione, raccontarsi in modo non canonico. La TKC non vuole parlare con curriculum ma con le persone, non pone limiti di età o di professione, chiunque può essere un “killer” a modo suo.
Il killer in tre parole…
Massimo: Curioso, Famelico , Rivoluzionario. Ma ne serve assolutamente una quarta: Leale.