Irvine Welsh: il fascino del male formato brav’uomo

Irvine Welsh
Una decina di anni fa vidi per la prima volta quello che si apprestava a diventare il mio film preferito: Trainspotting. Fu un autentico colpo di fulmine (l’unico vero colpo di fulmine della mia vita, credo).
Da lì a leggere il libro da cui era tratto il passo fu breve, così feci la mia conoscenza con Mr. Welsh: scozzese di Edimburgo, completamente folle, era lo scrittore più sfacciato, caustico, psichedelico e terribilmente divertente che mi fosse mai capitato sotto gli occhi. Che poi, a guardarlo in faccia non si direbbe proprio: il caro vecchio (bè, non è poi così vecchio, ha l’età di mio padre) Welsh ha una faccia rotonda e un piccolo sorriso sornione, la tipica faccia da brav’uomo anglofono. Il che dimostra che non bisogna mai fidarsi delle facce da brav’uomo.
Mentre chiacchiera dei suoi libri beve con disinvoltura un calice di vino rosso e solo quando il rosso è terminato passa all’acqua – o qualunque cosa sia quel liquido trasparente dentro a quella bottiglietta di plastica. Sembra perfettamente a suo agio. Forse perché da diversi anni oltre che scrivere insegna scrittura creativa a Chicago o forse perché è un po’ esibizionista. D’altra parte da quando ha impersonato lo spacciatore di supposte all’eroina nel film di Danny Boyle tratto dal suo primo libro – sì, è Trainspotting, avete indovinato – pare che la televisione britannica continui a chiamarlo per fare questo genere di parti in svariate fiction, tanto che ridendo dice: “Se mi fossi fatto tutte le cose che ho finto di spacciare nella fiction a quest’ora non sarei qui a raccontarvelo”.

Non che il ragazzo sia del tutto pulito – no, non ci crediamo nemmeno un po’… ma viva Dio se i risultati di quello che si è calato sono i libri che pubblica! Irvine Welsh è un bohemienne riveduto e corretto, aggiornato ai nostri tempi. “Io non sono il tipo di scrittore che si sveglia tutti i giorni alla stessa ora e scrive per otto ore di seguito, poi la sera torna alla sua vita e ai suoi cari. Mi piacerebbe, ma non sono così.” E continua, con un autoritratto davvero decadente: “Mi sveglio alle due di notte per scrivere e comincio a scrivere per due giorni di seguito. Mi cresce la barba, dimentico di cambiarmi i vestiti, mentre le tazze si accumulano attorno a me sulla scrivania. E non mi accorgo di niente finché non arriva l’avvocato di mia moglie che mi piazza le carte del divorzio davanti al naso”. Insomma, un po’ come i personaggi dei suoi libri, lui vorrebbe essere un bravo ragazzo, ma poi sceglie di fare altro.

26 marzo 2010, Irvine Welsh a Libri Come, Auditorium Parco della Musica di Roma

La mano è il metronomo della scrittura: l’umile nobiltà di Erri De Luca

Erri De Luca25 marzo 2010, Erri De Luca a Libri Come, Auditorium Parco della Musica di Roma Erri De Luca assomiglia alla sua scrittura: asciutto, alto, spalle leggermente curve, volto solcato da una ragnatela di rughe, occhi piccoli in continuo movimento.
Il suo corpo incarna il suo stile: drenato da qualsiasi vocabolo superfluo, preciso, naturalmente saggio. Così è anche la sua voce: calda e ruvida allo stesso tempo, pacata. Bellissima. Ogni tanto, come a dare un po’ di colore a quello che dice, indulge nell’inflessione napoletana. Scherza e quando sente il pubblico ridere sembra compiaciuto e imbarazzato allo stesso tempo – come uno scolaro che abbia ricevuto un buon voto.
Ci sono alcuni elementi della biografia di questo scrittore che ne fanno una sorta di outsider della letteratura. In un’epoca in cui ogni anno emerge qualche nuovo baby fenomeno letterario, che pubblica prima ancora di compiere vent’anni, Erri De Luca ha scritto il suo primo libro a cinquant’anni, dopo una vita di fatica in fabbrica. Adesso, a settant’anni meravigliosamente portati, si gode la sua “villeggiatura” da “nullafacente”, così definisce la sua vita da letterato – perché nonostante scrivere gli “procuri reddito” non riesce a definirlo un lavoro, in onore al sudore che versato nei faticosi anni in cui erano le mani a procurargli di che vivere. Dalle sue parole traspare una grande umiltà, segno distintivo personalissimo in un mondo in cui apparire è la prima regola persino per artisti e intellettuali.
Non credente, passa buona parte del suo tempo libero a tradurre i testi sacri della Bibbia, direttamente dall’ebraico – da autodidatta ha studiato l’ebraico, il russo, il greco e… non so quante altre lingue.
Scrive i suoi libri con la penna biro: “La mano” dice “è il metronomo della scrittura”, perché con anni di duro lavoro si è guadagnata questo privilegio. Quando la mente è stata in grado di seguire il ritmo della mano, sono nate le sue opere letterarie. Prima, ciò che scriveva dopo il lavoro, con una ispirazione fluviale ed un ritmo impetuoso, “aveva un valore d’uso, ma nessun valore di scambio”. Molto affascinante questo rapporto fisico con l’atto di creazione di un libro, che trova radici ai tempi della scuola, quando lo scrittore napoletano ha imparato a scrivere con pennino e calamaio: questa “esperienza chimica difficile” ha impresso nella sua mente la nobiltà della scrittura e lo sforzo che occorre per scrivere ogni singola parola.

Una lezione da ricordare nella nostra epoca di drag and drop.